di Marco Carnelos
Per quasi cinque anni della mia precedente vita professionale, sono stato membro dello staff di politica estera del Presidente Berlusconi deceduto lunedì scorsa dopo una lunga malattia. Tra il 2008 e il 2011 sono stato anche il suo Consigliere Diplomatico Aggiunto con responsabilità diretta di dossier delicati come Medio Oriente e Nord Africa, Russia e Balcani, Antiterrorismo e la promozione economica.
Le responsabilità che ho assolto non mi qualificano per giudicare nel dettaglio l’uomo politico, ma soltanto la sua proiezione internazionale. Come semplice cittadino italiano, mi sento tuttavia di poter affermare che, nel bene e nel male, Berlusconi ha caratterizzato e influenzato enormemente gli ultimi tre decenni della politica italiana. La sua irruzione sulla scena politica ha prodotto un vero e proprio spartiacque e la sua vera eredità, al netto delle beatificazioni a caldo in corso in questi giorni, impegnerà legioni di storici.
Personalmente credo che il suo principale risultato politico, facilitato dall’introduzione del bipolarismo frutto del sistema elettorale maggioritario, sia stato lo sdoganamento della destra fascista e neo-fascista.
Non vado oltre.
Credo che il personaggio, in un certo senso, abbia impersonificato tutto quello che molti uomini italiani medi avrebbero voluto essere o possedere: denaro, una squadra di calcio di successo e molte belle donne; e, per inciso, anche ciò che diverse donne italiane idealizzavano come possibile partner. Il suo straordinario successo politico fu in gran parte dovuto al fatto che ancor prima che un solido programma politico di ispirazione liberale era in grado di vendere abilmente sogni. Il suo si era tramutato in realtà. Molti italiani che lo hanno votato lo hanno fatto seguendo una legittima convinzione politica, ma molti seguendo anche il loro subconscio. La speranza era che i sogni di Berlusconi trasformati in realtà caratterizzata da un enorme successo potessero valere anche per coloro che barravano il suo nome e simbolo nella scheda elettorale. Un uomo che aveva costruito il suo successo anche sulla pubblicità ed i messaggi subliminali che questa ultima trasmetteva questa potenzialità l’aveva capita molto presto
È quasi un paradosso che l’unica personalità politica che Berlusconi non sia stato mai in grado di sconfiggere sia stato Romano Prodi, un carattere ed un approccio alla politica diametralmente opposto, schivo e riservato nonostante animato anch’egli da grandi visioni Del tutto tragico poi, una sorta di macabro bilanciamento operato dal destino, che alla vigilia delle esequie di Berlusconi, sia venuta a mancare improvvisamente proprio la consorte di Romano Prodi, Flavia Franzoni, che con la sua cultura, discrezione e sobria eleganza ha offerto un modello di donna diametralmente opposto a quello che Berlusconi ha enfatizzato per decenni nell’ambito mediatico e politico.
Ho avuto l’opportunità di lavorare per entrambi tra il 2004 e il 2011. Le loro rispettive visioni e modi di condurre la politica estera erano fondamentalmente opposti. Entrambi avevano le loro visioni e intuizioni. Nel caso di Berlusconi l’unica opzione per i suoi collaboratori era quella di concretizzarle. Con Prodi era anche possibile discuterle alla luce della realtà in cui avrebbero dovuto proiettarsi.
Molti hanno attribuito a Berlusconi la preferenza nell’intrattenere relazioni privilegiate con autocrati come Gheddafi, Mubarak, Putin ai quali – questo si – egli invidiava l’assenza di vincoli nel loro processo decisionale e l’assenza delle pastoie previste nei sistemi democratici, incluse le vischiosità della burocrazia. Detto questo, sarebbe ingeneroso attribuirgli – come molti hanno fatto – tendenze autocratiche.
Nel 2002, a Pratica di Mare, delineò la visione di un Consiglio Russia-NATO per superare, una volta per tutte, l’eredità della Guerra Fredda. Indusse George W. Bush e Vladimir Putin a stringersi la mano per un futuro comune condiviso che, idealmente, avrebbe dovuto confluire nell’adesione della Russia alla NATO. I suoi partner occidentali, specialmente oltre Atlantico, non hanno mai condiviso veramente tale visione. Berlusconi non si rese conto, o probabilmente fece buon viso a cattivo gioco, che il treno per l’inarrestabile espansione della NATO verso est aveva già lasciato la stazione negli anni 90’ grazie alla nefasta Amministrazione Clinton. La tragica lezione di tale occasione mancata risuona ancora oggi fragorosamente nei campi di battaglia ucraini intrisi di sangue.
Allo stesso modo, aveva ritenuto che la Turchia meritasse un posto nell’Unione Europea, dove aveva chiesto di aderire sin dal 1960. Era convinto che avrebbe impresso un accresciuto fattore di stabilità per il Mediterraneo orientale ed il Medio Oriente; e la storia successiva ha dimostrato quanto ve ne fosse bisogno. Egli, un capitalista cattolico fu in grado di instaurare un eccellente rapporto con l’allora stella nascente della politica turca, l’islamista moderato Recep Tayyip Erdogan, che era diventato primo ministro nel 2002. Solo la bieca miopia franco-tedesca riuscì a far fallire questo progetto. In retrospettiva, guardando all’odierno atteggiamento sprezzante e ricattatorio della Turchia verso l’UE, ci troviamo senza dubbio di fronte a un’altra grande occasione mancata.
Un altro duetto europeo, questa volta anglo-francese affondò – con gli Stati Uniti del duo Barack Obama/Hillary Clinton che manovravano dalle retrovie (leading from behind) – un’altra iniziativa di politica estera di Berlusconi: una partnership strategica italiana con la Libia del colonnello Gheddafi volta a frenare l’ondata di rifugiati dal Nord Africa e a lanciare importanti progetti infrastrutturali nell’area suscettibili, perlomeno, di arginare le forti pressioni migratorie provenienti dall’Africa sub-sahariana. Purtroppo, il presidente francese Nicolas Sarkozy ed il primo ministro britannico David Cameron non riuscirono a tollerare il rapporto privilegiato che Berlusconi aveva saputo instaurare con una personalità complessa e mercuriale come il leader libico. Né potevano accettare le opportunità imprenditoriali che tale rapporto speciale concedeva alle imprese italiane a danno di quelle britanniche e francesi. Contrariamente a questi ultimi ed ai loro predecessori, Berlusconi si era costruito questa relazione anche attraverso il coraggio di andare davanti al Parlamento libico per scusarsi del passato coloniale italiano in Libia. Era un esempio che toccava tutti i leaders africani e gettava ombre sinistre sulla perdurante tetragona arroganza franco-britannica. Gheddafi fu illegalmente sopraffatto e ucciso nella primavera del 2011 dai fautori dell’ordine mondiale basato sulle regole. Il resto è una triste storia che si ripercuote ancora oggi sulle nostre esistenze.
Con l’Unione Europea Berlusconi ebbe i suoi numerosi momenti critici e sarebbe troppo lungo ripercorrerli tutti. Odiava alcuni automatismi del processo decisionale UE e i numerosissimi doppi standard prodotti a Bruxelles, soprattutto a danno dell’Italia. Tuttavia, alla fine operò con buon senso e saggezza evitando di portare una relazione critica a un punto di rottura. Non si può dire altrettanto di alcune istituzioni europee. Un merito particolare lo ebbe nel far venire meno quello che fino al suo arrivo era stato un tabù della politica europea italiana, l’uso del diritto di veto a Bruxelles su alcune decisioni asseritamente dannose per i nostri interessi. I numerosissimi euro-lirici che affollavano, e affollano tuttora, il panorama politico e diplomatico italiano ne rimasero sconcertati, come se fosse stato consumato un delitto di lesa maestà.
Il sodalizio che instaurò George W. Bush lo condusse al suo più grande errore di politica estera, il sostegno all’invasione dell’Iraq nel 2003. Egli ebbe tuttavia l’accortezza di non impegnare il paese militarmente e di acconsentire all’invio dei nostri contingenti militari solo dopo la fine delle ostilità e nell’ambito di una missione di stabilizzazione coperta legalmente, contrariamente all’invasione, da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU votata all’unanimità. I danni prodotti dal conflitto in Iraq si sono dispiegati per oltre un decennio ed hanno contribuito non poco alla nascita di ISIS ed alla pressione migratoria che ha rischiato di travolgere l’Europa e i suoi conclamati valori di tolleranza e solidarietà a partire dal 2015. Berlusconi, infine, fu sempre scettico sulla bufala delle armi di distruzione di massa irachene, una volta arrivò addirittura ad affermare, e in tempi non sospetti, che non sarebbero state mai trovate o perché inesistenti o perché nascoste troppo bene da Saddam Hussein. O sapeva qualcosa che nessun altro immaginava o ancora una volta il suo fiuto aveva visto giusto.
In effetti fu più Atlantista che Europeista. Talvolta in modo quasi imbarazzante. In occasione di un briefing della CIA a New York nell’autunno del 2002, teso a illustrare la pericolosità di Iraq e Iran, lasciò di stucco l’intero team dell’Intelligence USA affermando di non avere bisogno di evidenze perché su qualunque cosa la pensava come gli Stati Uniti ancora prima di sapere come questi ultimi la pensassero. Non fu mai possibile farlo recedere da quella posizione che continuò a ripetere di tanto in tanto in seguito evidenziando come questa azzerasse qualsiasi leva politica italiana nei confronti degli USA e rischiasse di condannare Roma ad essere sempre data per scontata da Washington; come spesso poi, purtroppo, accadde.
La mia esperienza lavorativa con lui è stata piuttosto impegnativa ma anche entusiasmante. L’uomo d’affari era istintivamente diffidente nei confronti dei funzionari pubblici. Un sentimento che crebbe mentre la magistratura intensificava la sua azione contro di lui. A volte percepiva di essere circondato da gole profonde pronte a tradirlo. Alternava umiltà, soprattutto nei primi anni al potere, con eccessiva sicurezza che sovente sconfinava nell’arroganza. Non aveva una grande esperienza internazionale, ma ostentava la tipica sicurezza di chi è diventato miliardario e quindi doveva saperla più lunga di ogni altro. In effetti, come molti, misurava il successo unicamente con i soldi. Si tentò, talvolta – e molto sommessamente – di evidenziare che tale qualità era fondamentale negli affari, ma non necessariamente nella conduzione della politica internazionale. Spesso tendeva ad iper-personalizzare i problemi internazionali. Credeva –a torto e a ragione – che il suo rapporto personale con alcuni leader stranieri aprisse automaticamente la strada alla soluzione di qualsiasi problema. Non recepiva il concetto che i rapporti e gli interessi tra gli Stati di solito vanno ben oltre le singole personalità politiche, a prescindere da quanto talentuose queste ultime possano essere.
Se dovessi veramente riassumere la descrizione del mio lavoro accanto a lui, mi definirei un pompiere. Non ricordo più quante volte lo scrivente e gli altri membri dello staff si siano dovuti mobilitare per il controllo dei danni dopo alcune sue leggendarie gaffes con leader e media stranieri.
Era esuberante e in privato estremamente simpatico e generoso, ma si coglieva l’enormità degli altri numerosi problemi che lo angosciavano sui quali, noi professionisti della politica estera, avevamo una percezione piuttosto marginale e spesso tardiva.
L’esperienza con lui ha inevitabilmente prodotto un’infinità di aneddoti.
Una volta durante un vertice a Tripoli sotto la tenda di Gheddafi lo scrivente e l’ambasciatore libico dovettero concordare in fretta e furia di tradurre in un modo completamente diverso la barzelletta del “bunga-bunga” che Berlusconi insisteva nel voler raccontare al leader libico Gheddafi e che conteneva coloriti riferimenti sessuali che, sapevamo, il leader libico non avrebbe apprezzato. Quello era il “bunga bunga” originale, tutte le altre versioni sono apocrife. Tuttavia, ho sempre dubitato che il nostro sforzo fosse stato un successo, anche perché avevo sempre sospettato che Gheddafi conoscesse la lingua italiana molto più di quanto immaginato.
Risparmio ai lettori le innumerevoli barzellette con venature antisemite che Berlusconi narrava disinvoltamente a leader israeliani e a membri delle comunità ebraiche. Questi ultimi manifestarono sempre una grandissima indulgenza nei suoi confronti considerando Berlusconi un convinto sostenitore di Israele e del suo diritto di esistere all’interno di confini sicuri, mentre manifestò sempre un atteggiamento più tiepido nei confronti dei diritti dei palestinesi. In effetti Berlusconi ha spostato definitivamente la tradizionale posizione italiana sul conflitto israelo-palestinese da un forte sostegno alla causa palestinese ad una molto più solidale con Israele. Il suo rapporto personale con Erdogan venne compromesso proprio dalle rispettive inconciliabili visioni sul conflitto israelo-palestinese durante una burrascosa telefonata – cui ebbi la disgrazia di assistere il 27 Dicembre 2008 – durante l’operazione militare Piombo Fuso condotta da Israele contro Gaza.
Anche se a volte non ero d’accordo con il suo stile e la sua politica, come italiano ho sofferto quando l’ho visto ridicolizzato nel 2011 in un’indimenticabile conferenza stampa congiunta di Nicolas Sarkozy e Angela Merkel.
Il suo modo istrionico di fare politica ha raccolto legioni di emulatori: da Hugo Chavez a Jair Bolsonaro da Recep Tayyip Erdogan a Bibi Netanyahu, da Donald Trump a Boris Johnson. In questo senso negli anni di Berlusconi l’Italia è stata anche un vero e proprio laboratorio politico. Sebbene egli possa essere considerato il vero fondatore di un’immaginaria scuola populista di politica, nei colloqui privati e riservati egli ha sempre mostrato molta più cautela e buon senso di tanti altri leaders che lo hanno seguito.
Uno dei suoi principali difetti nella politica interna come in quella internazionale era che spesso preferiva circondarsi di sicofanti. Questi spesso offuscavano le sue visioni e le sue politiche dicendogli sistematicamente ciò che desiderava ascoltare invece della, talvolta dura, realtà. I pochi che tentarono – e ve ne furono – in buona fede di promuovere meglio gli interessi nazionali italiani fornendo punti di vista e opzioni diverse vennero progressivamente isolati dal suo cerchio magico. Molti se ne andarono o furono costretti a farlo. Io fui tra questi ultimi.
Berlusconi è stato l’uomo che ha avuto due volte la possibilità di trasformare radicalmente l’Italia in una democrazia matura e autenticamente liberale, ma ha purtroppo fallito. Ha cambiato il modo di fare politica ma non è riuscito ad imporre la sua visione politica, e parte della responsabilità è anche sua
Non ha mai voluto risolvere il conflitto di interessi rappresentato dalla sua determinazione a mantenere il controllo personale di metà delle reti televisive italiane e di gran parte della stampa; entrambi costituivano un’evidente anomalia per qualsiasi autentica democrazia liberale.
Non ha mai rinunciato al suo stile di vita privato – sul quale non formulo alcun giudizio – sommariamente etichettato come bunga bunga e che ha visto decine di giovani ragazze attraenti – verso le quali non veniva effettuato alcun controllo preventivo di sicurezza e alle quali veniva consentito di portare i rispettivi cellulari – intrattenersi nelle sue residenze private per delle cosiddette “cene eleganti”. Non è mai stato possibile renderlo pienamente consapevole del fatto che tali incontri presentavano profili di sicurezza preoccupanti per potenziali fughe di informazioni riservate e sensibili che potevano essere utili ad intelligences straniere. Ci provai anche io nel mio piccolo, inutilmente.
La magistratura italiana non gli ha mai dato tregua con risultati alquanto dubbi rispetto allo sforzo ed alle risorse dispiegati e questo ha ampiamente compromesso la sua capacità di operare efficacemente. Resto tuttavia convinto che, in buona parte, l’artefice di alcuni problemi che hanno afflitto Silvio Berlusconi sia stato lui stesso.
Egli ha sempre avuto rapporti burrascosi con i media, italiani ed esteri; soprattutto con quelli anglosassoni. Il Financial Times e l’Economist lo hanno attaccato sistematicamente considerandolo inadatto a governare. La vera ragione di tanto accanimento era che Berlusconi, contrariamente ai molti che – anche oggi – in Italia rivendicano tale qualità, era un vero sovranista. Sostenne le liberalizzazioni economiche, ma fu risolutamente contrario alle svendite a prezzi di saldo ad investitori stranieri di interi pezzi del sistema industriale del Paese che così frequentemente hanno caratterizzano l’Italia dal 1992 in poi. L’Economist e il Financial Times riflettevano in qualche modo questi interessi stranieri e, quindi, per loro Berlusconi era un ostacolo da rimuovere. Purtroppo, egli non ascoltò mai uno dei pochi buoni consiglieri che lo accompagnarono all’inizio della sua avventura politica e che lo aveva subito esortato a risolvere il problema acquistando entrambi i media. Tutto sommato se lo poteva permettere.
Berlusconi non ha mai colto correttamente la lezione del potere nelle democrazie occidentali che invece il suo alter ego nel mondo dei media, Rupert Murdoch, ha così efficacemente mostrato per decenni negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Australia. Il vero potere non appartiene a coloro che sono “eletti” dal popolo, ma a coloro che influenzano quest’ultimo su chi e come votare: ovvero i proprietari dei grandi conglomerati mediatici che rimangono tali senza avventurarsi altrove.
Sfortunatamente, per lui, Silvio Berlusconi preferiva essere un re che un kingmaker. Ha trovato le luci della ribalta irresistibili. Probabilmente, come kingmaker, avrebbe avuto molti meno problemi nella sua vita, comunque fortunata.
In ogni caso, è stato un combattente indomito nella vita, negli affari, nello sport e nella politica, e per questo merita rispetto e l’onore delle armi.




