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Il senso originario del femminismo: libertà, dignità e scelta  

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femminismo

Dalla lotta per la libertà e l’uguaglianza alle tensioni ideologiche del presente

Ogni anno ritorna la Festa della Donna. E al di là degli slogan o dei dibattiti, mi piace approfittare di questo momento per ricordare qualcosa di semplice ma profondo: il senso originario del femminismo.

Il femminismo, nella sua radice più autentica, non è nato per dividere la società in schieramenti né per mettere uomini e donne gli uni contro gli altri.

È nato per qualcosa di molto più semplice e potente: la giustizia. Per ricordare che la donna è, prima di tutto, un individuo pieno, con la stessa dignità, gli stessi diritti e la stessa libertà di qualsiasi altro essere umano.

Quel femminismo – precedente alle etichette politiche – si è costruito su principi molto chiari.

Il primo è stato l’uguaglianza davanti alla legge: che nessuna persona veda limitato il proprio diritto a lavorare, votare, studiare o prosperare semplicemente per il fatto di essere nata donna.

Il secondo è stato l’autonomia. Per secoli molte donne non potevano nemmeno possedere beni o amministrare il proprio salario. Recuperare il diritto di essere padrone del proprio lavoro, del proprio patrimonio e della propria vita è stato uno dei grandi traguardi della storia moderna.

C’è poi il principio della pari dignità umana. Uomini e donne non sono identici, ma condividono lo stesso valore come persone.

Un altro pilastro fondamentale è la libertà di scelta. Una società veramente giusta è quella in cui una donna può dirigere un’azienda, dedicarsi alla scienza, avviare un progetto… oppure scegliere liberamente di costruire la propria vita attorno alla famiglia. La chiave non è il ruolo, ma la libertà di sceglierlo.

E naturalmente c’è il diritto fondamentale alla sicurezza e al rispetto: vivere senza violenza, senza coercizione e senza essere trattata come un oggetto.

Se guardiamo indietro, vediamo che molte delle donne che hanno aperto questa strada lo hanno fatto partendo da questi valori universali.

Mary Wollstonecraft scrisse che le donne non avevano bisogno di potere sugli uomini, ma di potere su sé stesse.

Olympe de Gouges denunciò durante la Rivoluzione Francese che la famosa Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo dimenticava metà dell’umanità. La sua difesa della libertà e della dignità femminile le costò la vita.

Susan B. Anthony fu arrestata per aver votato quando farlo, essendo donna, era illegale. Il suo argomento era semplice: se era una persona davanti alla legge, doveva avere gli stessi diritti.

Ci furono anche tappe silenziose ma decisive. Nel 1849 Elizabeth Blackwell diventò la prima donna medico dopo essersi fatta strada con studio e determinazione. E le leggi sulla proprietà delle donne sposate restituirono qualcosa di fondamentale: il controllo sui propri beni e sulla propria identità giuridica.

La Convenzione di Seneca Falls del 1848, considerata il primo grande incontro per i diritti delle donne, si basava su un’idea semplice e potente: uomini e donne nascono uguali in dignità e diritti.

Ricordare questa storia ci aiuta anche a comprendere qualcosa di importante nel presente: non tutte le correnti attuali interpretano il femminismo allo stesso modo.

Esiste un femminismo che potremmo definire reale o classico, centrato sulla libertà individuale. Questo femminismo considera la donna come un individuo unico e libero, non come parte di una massa. Il suo obiettivo è che ogni donna possa arrivare dove desidera grazie al proprio merito, al proprio impegno e alla propria volontà.

Da questa prospettiva, l’obiettivo principale è l’uguaglianza davanti alla legge. Che non esistano leggi che ti frenino per il fatto di essere donna. Una volta garantita questa uguaglianza giuridica, il cammino di ogni persona dipende dal suo talento, dal suo lavoro e dalle sue decisioni.

Questo femminismo vede l’uomo come un compagno o un alleato nella società. Il problema non è mai stato il sesso maschile, ma le barriere legali, la mancanza di istruzione o le ingiustizie del passato.

Promuove inoltre l’autonomia personale ed economica. Una delle sue grandi vittorie storiche è stata permettere alla donna di avere il proprio salario, il proprio conto bancario, le proprie proprietà o la propria attività, per non dipendere da nessuno.

E soprattutto difende la libertà di scelta. Una donna può essere scienziata, imprenditrice, artista o astronauta. Ma può anche scegliere di dedicare il proprio tempo alla maternità o alla famiglia. Entrambe le decisioni sono degne quando nascono dalla libertà.

Di fronte a questa visione, negli ultimi decenni è emersa un’interpretazione più politica e collettivista del femminismo.

In essa la donna tende a essere vista soprattutto come parte di un collettivo vittima, più che come individuo. Invece di concentrarsi sull’uguaglianza dei diritti, spesso si concentra sull’uguaglianza dei risultati, promuovendo quote o percentuali obbligatorie senza tenere sempre conto del merito o della capacità individuale.

Da questo punto di vista, il rapporto tra uomini e donne viene interpretato frequentemente come un conflitto strutturale, in cui l’uomo appare come antagonista o rappresentante di un sistema oppressivo.

Inoltre, questa visione tende a spostare l’autonomia personale verso una maggiore dipendenza da strutture politiche o istituzionali, confidando nel fatto che lo Stato o determinate organizzazioni definiscano e proteggano il ruolo della donna.

Queste differenze spiegano buona parte della confusione che oggi esiste attorno al termine femminismo.

Per questo forse è utile ricordare lo spirito originario del movimento: un femminismo profondamente umano che non cercava privilegi né rivincite, ma giustizia, dignità e libertà.

Un femminismo che vedeva la donna come protagonista del proprio destino.

Che non metteva uomini e donne gli uni contro gli altri, ma li invitava ad avanzare insieme.

E che capiva che la vera uguaglianza non consiste nell’imporre un modello di vita, ma nell’aprire tutte le strade affinché ogni donna possa scegliere la propria.

Perché quando la libertà e la dignità crescono per una persona, crescono per tutta la società.

Dopo aver ripercorso questa storia e riflettuto su questi principi, sento anche il bisogno di esprimere qualcosa da un luogo profondamente personale.

Le differenze che oggi esistono tra un femminismo inteso come ricerca di libertà e dignità individuale e un femminismo trasformato in strumento politico mi hanno portato a una presa di coscienza. Sempre più chiaramente sento di avere il dovere morale di segnalare queste differenze ovunque mi trovi.

Non lo faccio per rifiuto dell’uguaglianza né per indifferenza verso i problemi reali che ancora esistono. Lo faccio proprio per rispetto verso la storia di tante donne che hanno lottato per diritti fondamentali e universali. Quando il femminismo diventa una bandiera di partito, quando viene utilizzato come strumento elettorale o come simbolo ideologico, qualcosa di essenziale del suo spirito originario si perde.

Mi sembra profondamente ingiusto che un movimento nato per difendere la libertà individuale finisca per essere presentato come una posizione politica obbligatoria. Ci sono molte donne che, come me, non si sentono rappresentate da slogan, da etichette collettive o da discorsi che spesso si contraddicono tra loro e che sembrano rispondere più a strategie di potere che a una autentica ricerca di giustizia.

Per questo mi allontano, senza alcun rimorso, da quei collettivi o da quelle narrazioni che a mio giudizio snaturano il valore reale della donna. Credo profondamente nella dignità femminile, ma anche nella ricchezza delle nostre differenze.

Non abbiamo bisogno di negare ciò che siamo né di cancellare le realtà biologiche o umane che ci distinguono dagli uomini per affermare la nostra uguaglianza come persone.

Al contrario: sono profondamente orgogliosa di queste differenze che fanno parte della nostra identità e che, lungi dal metterci gli uni contro gli altri, possono completarci.

Mi preoccupa anche che alcune decisioni politiche, adottate con buone intenzioni ma con conseguenze impreviste, finiscano per generare effetti contrari a quelli desiderati. Un esempio chiaro è la cosiddetta Legge di Garanzia Integrale della Libertà Sessuale, conosciuta come la legge del “solo sí es sí”, approvata in Spagna nel 2022.

Questa norma ha introdotto un cambiamento importante collocando il consenso al centro della definizione di aggressione sessuale ed eliminando la distinzione tra abuso e aggressione.

Tuttavia, la modifica delle fasce di pena ha prodotto un effetto giuridico inatteso: riducendosi alcuni minimi penali, si è applicato il principio della retroattività della legge più favorevole al reo, portando alla revisione di numerose condanne e a riduzioni di pena in molti casi.

Situazioni come questa generano preoccupazione e sfiducia in una parte della società e mostrano quanto sia importante che le leggi siano elaborate con rigore, responsabilità e previsione dei loro effetti.

Al di là di qualsiasi dibattito politico, continuo a credere in qualcosa di molto più semplice e profondo: uomini e donne non sono chiamati a scontrarsi. Siamo diversi, sì, ma anche profondamente complementari. Il nostro rapporto non dovrebbe basarsi sul sospetto né sulla contrapposizione, ma sul rispetto reciproco e sulla cooperazione.

Perché il futuro della società – e il futuro dei nostri figli – dipende proprio da questa capacità di costruire insieme.

Allo stesso tempo, continuo a essere convinta che molte persone trovino rifugio in questi collettivi perché, in fondo, si sentono profondamente sole o smarrite. Quando qualcuno attraversa questa sensazione di disorientamento, è comprensibile che cerchi una bandiera sotto la quale sentirsi protetto e riconosciuto. Questo bisogno di appartenenza parla anche dell’epoca che stiamo vivendo: un’epoca piena di progressi materiali, ma anche di enormi sfide interiori.

Forse per questo molte delle battaglie del nostro tempo non si combattono tanto sul piano esteriore quanto all’interno di ogni persona: nella ricerca di identità, di senso e di stabilità.

Dalla mia coscienza sento anche una responsabilità verso il futuro. Lotterò sempre per tutelare i diritti dei futuri uomini che abiteranno questo mondo, compreso mio figlio. Lui è un bambino, un maschio, e desidero che possa crescere venendo riconosciuto con naturalezza per ciò che è.

Non è una bambina: è un bambino. E credo che nessuna ideologia né alcuna pressione sociale dovrebbe avere il diritto di confondere un minore sulla propria identità.

Allo stesso modo sono convinta che l’educazione affettiva e sessuale appartenga prima di tutto alla famiglia. Sono i genitori ad avere la responsabilità principale di accompagnare i propri figli in un terreno così delicato e profondo.

Le istituzioni possono offrire informazioni o sostegno, ma non dovrebbero mai sostituire il ruolo essenziale della famiglia né trasformare l’educazione dei bambini in uno strumento di propaganda politica.

I bambini meritano di crescere protetti, liberi da pressioni ideologiche e accompagnati con rispetto nel processo di scoprire chi sono. Per me difendere questo spazio di libertà e di responsabilità familiare fa parte anche della difesa dei diritti umani.

Per concludere, spero di aver potuto toccare il cuore di ciascuno dei miei lettori, indipendentemente dalla posizione politica da cui guardano il mondo o difendono le proprie idee.

Credo sinceramente che sia arrivato il momento di svegliarsi con maggiore consapevolezza. La situazione che viviamo a livello globale dovrebbe invitarci a riflettere con onestà su quali valori vogliamo continuare a difendere e rappresentare come società.

Oggi più che mai abbiamo bisogno di ricordare ciò che ci unisce come esseri umani: la dignità, la libertà, la responsabilità e il rispetto reciproco.

In questa Festa della Donna, desidero inviare un pensiero speciale a tutte le donne coraggiose che, ogni giorno, dalla loro realtà particolare – dalla loro età, dalla loro storia personale, dal loro momento di vita o persino dai cambiamenti ormonali che accompagnano le diverse fasi dell’esistenza – continuano a sostenere la vita e a contribuire silenziosamente alla costruzione della società del futuro.

Buona Festa della Donna  a tutte loro.

 

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