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IL RICORDO DI BORIS GIULIANO

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di Gianvito Caldararo

Il 23 luglio 2024 si è tenuta la cerimonia di intitolazione del Centro Studi Internazionale della Polizia di Stato a Boris Giuliano. Iniziativa voluta dal nuovo Capo della Polizia, il prefetto Vittorio Pisani, il quale ha ricordato che Boris Giuliano, è stato “il primo dirigente della Polizia di Stato ad essere stato ucciso da Cosa nostra e dalla criminalità organizzata”.

Boris Giuliano, ha sottolineato Vittorio Pisani, è stato il primo investigatore ad avviare la lotta alla mafia con metodo innovativo. Ha ricordato che Boris Giuliano, sosteneva con profonda convinzione che “la lotta alla mafia non deve essere l’onore di pochi, ma il privilegio di molti”. L’intervento più significativo è stato quello svolto dal Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, il magistrato Giovanni Melillo, il quale ha ringraziato il Capo della Polizia, Vittorio Pisani, “per l’iniziativa di dedicare, (dopo 45 anni dalla sua uccisione, avvenuta il 21 luglio del 1979), al nome di Giorgio Boris Giuliano uno degli edifici di questa prestigiosa scuola”.

Una scelta, ha continuato Melillo, “che contribuisce a rinnovare il dovere di inchinarsi dinanzi al ricordo di un coraggioso servitore dello Stato, ma che impone anche di riconoscere il debito morale generato dalla consapevolezza che quel delitto fu il terribile epilogo di una vicenda profondamente segnata dalla solitudine istituzionale della vittima”. Una condizione, sempre secondo il giudice Melillo, “che rese agevole il calcolo che precede l’assassinio: come era già avvenuto e come sarebbe ancora accaduto in quella Sicilia dove, secondo le parole dello storico Salvatore Lupo, negli ambienti polizieschi e giudiziari la maggioranza resta al riparo dell’ordinaria amministrazione, “per incapacità, o pigrizia, o paura, o complicità”.

Una condizione che rendeva immediatamente riconoscibili, non soltanto agli occhi di cosa nostra, i “morituri”:  i pochi che sapevano dare prova di impegno efficace e intelligente. E ciò che avvenne per Boris Giuliano, afferma Giovanni Melillo, il quale ha ricordato di come nell’aprile del 1981 la moglie di Giuliano, la signora Ines Maria, in una drammatica lettera al CSM (Consiglio Superiore Magistratura) “indicava i comportamenti passivi e remissivi di magistrati del tempo come fattore determinante dell’isolamento di un uomo inevitabilmente esposto alla rappresaglia mafiosa”.

Fu così per Boris Giuliano, così come sarebbe stato da lì a poco, evidenzia Melillo, “anche per Cesare Terranova, Gaetano Costa e Giangiacomo Ciaccio Montalto”. Anche loro, sempre secondo Melillo, “vittime di una violenza mafiosa che si scatenava quando ormai la vittima era già isolata in ambienti nei quali imperava la tentazione a lasciar andare tutto, senza concludere niente: per incompetenza, rassegnazione, indifferenza o compromissione”. Ben si comprende, continua Melillo, “il senso profondo delle amare conclusioni che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino consegnarono nella sentenza ordinanza che diede forma al Maxi processo, scrivendo “se altri organismo Statali avessero adeguatamente compreso e assecondato l’intelligente impegno investigativo di Giuliano probabilmente le strutture organizzative della mafia non si sarebbero così enormemente potenziate e molti efferati assassini, compreso quello dello stesso Giuliano, non sarebbero stati consumati”.

Per comprendere il significato innovatore dell’opera di Giuliano, basterebbe ricordare la modernità del suo rapporto del 7 maggio 1979: “Accertamenti su attività illecite condotte dal crimine organizzato in Italia e negli U.S.A., con pagamenti attraverso operazioni bancarie”. Grazie a Giuliano, per la prima volta le indagini su Cosa nostra si proiettavano verso quel sistema bancario che vedeva in Sicilia un cugino di Stefano Bontade, allora capo della famiglia di Santa Maria di Gesù, ricevere quale dirigente di una banca di Palermo, le richieste di informazioni del Commissario Giuliano su una operazione di 300.000 dollari del tempo che quello stesso mafioso col colletto bianco aveva disposto sotto falso nome.

Una vicenda, come avrebbe in seguito sottolineato Giovanni Falcone, “che rivelava, oltre all’impegno profondo di Boris Giuliano, la sua condizione di pratica solitudine”. Nel suo intervento, Melillo indica nella lotta alla mafia e al crime organizzato “un deciso cambio di passo, abbandonando le asfittiche e vanagloriose logiche di indagini volte al mero sequestro di carichi di droga, la perdita dei quali spesso rappresenta per i narcos un costo già preventivato e talvolta persino sotterraneamente negoziato”. Per Melillo, “è necessario alzare lo sguardo e indirizzare le indagini verso le componenti più sofisticate delle organizzazioni criminali, come tali chiamate a guidarne i processi di trasformazione tecnologica e le strategie di mimetizzazione finanziaria”.

A tal proposito, Melillo, sostiene che “occorre rapidamente recuperare il grave gap tecnologico che rallenta l’azione delle nostre straordinarie forze di polizia e rischia di tenerle lontane dalle linee più avanzate della collaborazione internazionale”. Secondo Melillo, “una strada obbligata, anche per evitare pericolosi arretramenti del modello italiano di indagini sulla criminalità organizzata al quale, per la profonda conoscenza dei fenomeni criminali e il rigore dei metodi di lavoro, molti, in tutto il mondo guardano con fiducia”. Un modello, conclude il giudice Melillo, “ammirato perché è costato troppo, purtroppo,  sangue di alcuni e, per fortuna, il sudore di tanti”. Leggere il nome di Giorgio Boris Giuliano, all’entrata dell’edificio a lui dedicato aiuterà molti a ricordare il dovere di non disperdere quel patrimonio di esperienza e di credibilità.

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  • Redazione

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