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IL REATO DI ABUSO D’UFFICIO

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di Gianvito Cldararo
 
Riformarlo o abolirlo? Anche dall’ultima Assemblea dei sindaci italiani è stato lanciato l’invito a circoscrivere meglio tale reato previsto dall’articolo 323 del codice penale. Il legislatore è intervenuto ripetutamente a modificare tale reato. Lo ha fatto nel 1990, poi nel 1997 e da ultimo il 2020.
In tutte le circostanze l’obiettivo era quello di “rendere più tassativa la fattispecie”. L’ultima formulazione è la seguente: “Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato, il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio, in violazione di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sè o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto è punito con la reclusione da uno a quattro anni. La pena è aumentata nei casi il cui vantaggio o il danno hanno un carattere di rilevante gravità”.
Sembrerebbe un tale formulazione abbastanza chiara e tranquillizzante per consentire gli amministratori pubblici e ai dirigenti di operare con maggiore serenità. Infatti, in occasione dell’ultima modifica intervenuta con il D.L. n. 76/2020, si disse, da più parti, che si era in presenza di una “depenalizzazione occulta .
La verità è che i procedimenti per il reato di abuso di ufficio si sono ridotti, ma continuano ad essere numerosi e che durano anche anni. E nel frattempo si assiste a dimissioni, a sospensioni, campagne denigratorie da parte degli avversari e pesanti campagne di stampa. Sul fronte dei dirigenti si assiste alla paura della “firma” e molti si rifugiano nella richiesta di pareri, richieste di chiarimenti, con il rischio di allungare i tempi di ogni iniziativa e in molte situazioni ad un vero e proprio immobilismo.
Nonostante che il perimetro dell’abuso d’ufficio si è ridotto – come sostiene un autorevole magistrato già Consigliere di Cassazione, Giuseppe Pavich, “a violazioni intenzionali di norme di leggi vincolanti, ossia a comportamenti obiettivamente gravi”, si assiste sempre di più ad un reato che al centro di processi ad alto tasso di archiviazione. Viene archiviato oltre l’85% dei procedimenti, mentre le condanno sono molto poche. Nell’anno 2021 su 5.418 procedimenti definiti dall’ufficio del Gip/Gup, le archiviazioni sono state ben 4.613, di cui 148 per prescrizione, ovvero oltre 85%. Si tratta di gran parte di richieste di archiviazioni presentate dalle Procure a termine delle indagini preliminari, che normalmente vengono accolte dal Gip. Le condanne effettive sono state 21 nel 2019 e appena 12 nel 2020, mentre i patteggiamenti sono stati 29 in entrambi gli anni. Nel 2021 sono stati 370 i decreti che dispongono il giudizio, quindi con il passaggio al dibattimento. E su 513 procedimenti definiti, le condanne sono state 18 il 2019, 37 nel 2020 e 54 nel 2021 e ben 256 le assoluzioni.
Si comprende  come ingenti sono le spese che si sopportano, a fronte di risultati davvero irrilevanti. Ma se è vero che tale reato non va abrogato, ma forse meglio circoscritto, la vera esigenza è quella che va applicato con prudenza con “Cum grano salis”, cioè con un pizzico di buon senso. Come pure quei tanti “sedicenti garantisti” che siedono in Consiglio comunale, come sostiene l’on. Enrico Costa, e si “trovano all’opposizione, usano l’esposto in Procura anziché l’interrogazione”. Quattro righe in Procura e la macchina del fango, con l’iscrizione nel registro degli indagati, parte immediatamente e quanto meno l’immagine dell’interessato viene quanto meno appannata.
Magari arriva anche un avviso di garanzia, la richiesta di dimissioni e lo stillicidio sulla stampa. Salvo poi, dopo anni di frustrazioni e mortificazioni veder arrivare l’assoluzione perché il fatto non sussiste o perché non è reato. Ma ormai il danno è fatto e nessuno potrà risarcirlo.
Pensando ad oggi la situazione può divenire ancor più pericolosa in presenza delle tante gare di appalto rivenienti dal PNRR, in quanto, qualora si instaura o si alimenta un clima di caccia alle streghe, davvero saremo costretti a restituire tali risorse all’Unione Europea. Speriamo di no.

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  • Redazione

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