
di Paolo Raffone
Pensare un “piano Mattei” senza aver piena contezza di che cosa è oggi l’Africa rischia di rimanere un’illusione se non diventare un dannoso fiasco.
In questo articolo entriamo in dettaglio nelle trasformazioni che sono avvenute in Africa negli ultimi 20 anni. Trasformazioni che non hanno fatto sparire i problemi interni africani, soprattutto la violenta ineguale distribuzione della ricchezza, ma che testimoniano di un grande e ricco continente in veloce cambiamento economico, infrastrutturale, sociale e demografico. Una serie di trasformazioni volute da nuovi leader africani che hanno sostituito i vecchi padri-patriarchi della prima decolonizzazione. Leader politici africani ben educati nelle università occidentali, soprattutto Stati Uniti, e asiatiche, soprattutto Cina, India e Singapore, hanno sostituito i vecchi leader educati nelle università dell’Urss o delle potenze coloniali europee portando ad un cambiamento della mentalità e della visione autoctona di sviluppo in Africa. Visioni e aspirazioni sempre meno orientate verso Nord (Europa) e che sono state accompagnate da Cina e India ma anche dalla Russia. La Cina e l’India sono potenze di investimento e sviluppo che hanno portato in Africa fondi, know how, e progetti concreti (infrastrutture e servizi) realizzati in tempi velocissimi (20 anni) sostituendo completamente la misera eredità delle potenze coloniali (in 150 anni). L’Africa è un continente di giovani (età media 19 anni), connessi e intraprendenti a tutti i livelli e in tutti i settori di attività. L’aspirazione dei giovani africani è il successo e la qualità della vita che include anche il desiderio di una governance africana che non segua necessariamente il modello postcoloniale (dittatori o democrazia) ma che rifletta spazi di libertà e dignità (umana e identitaria) in un contesto fermamente realista. Tutti gli africani nascono e crescono immersi nella realtà, che in quel continente non fa sconti a nessuno, sia essa naturale, sociale, economica, imparando presto a conviverci. Una convivenza con la realtà che permette anche il recupero dei saperi ancestrali precedenti a quelli imposti dai colonizzatori. Questo è il senso della frase “L’Africa agli africani”. Un dinamismo che investe tutte le etnie africane. In Africa ci sono 54 Stati disegnati dai colonizzatori europei, ma il continente è abitato 1.3 miliardi di persone (più di 2 miliardi nel 2050) appartenenti a oltre 3.000 diversi gruppi etnici che parlano più di 2.100 lingue diverse. Inglese, francese e portoghese sono lingue coloniali adottate ufficialmente dagli stati e dalle popolazioni che le usano come “lingue franche”, cioè mezzi di comunicazione e non come spettro culturale identitario. Le persone praticano una varietà di religioni, tra cui cristianesimo, islam, ebraismo, induismo e religioni tradizionali specifiche del loro gruppo etnico.

L’attuale configurazione politico-istituzionale dell’Africa (54 stati e due territori contesi) non è messa in discussione poiché il principio del rispetto delle frontiere coloniali era stato stabilito e normato dai padri fondatori dell’Organizzazione Unità Africana (OAU) nel 1963 per contrastare ogni tentativo secessionista basato su rivendicazioni etniche e tribali. Una decisione comprensibile vista la debolezza delle strutture statali africane di allora. Le due eccezioni sono state l’Eritrea e il Sud Sudan, rispettivamente dopo 40 e 17 anni di guerra. Tutti gli altri tentativi di secessione sono stati repressi con ampio uso della forza da parte dei rispettivi leader.
Dagli anni Novanta, tuttavia, il continente africano sta superando le strettoie imposte dalle ereditate frontiere nazionali sviluppando aree di cooperazione economica, sostenute da Unione europea e Stati Uniti, con l’abbattimento dei dazi, dei visti e istituendo un sistema monetario comune, nei 15 paesi dell’Africa occidentale (Ecowas), nei 7 paesi dell’Africa orientale (EAC), nei 16 paesi del Sud dell’Africa (SADC), e negli 11 paesi dell’Africa centrale (ECCAS). I 10 paesi arabi dell’Africa (di cui 5 con popolazione mista arabo-africana) non hanno creato simili organizzazioni ma sono membri sia della Lega Araba sia dell’OAU. Mentre nei primi decenni della decolonizzazione i sistemi politici nazionali africani erano ispirati a forme di governo centralizzate a partito unico, scelta necessaria per mantenere l’unità nazionale, negli ultimi vent’anni, anche su spinta dell’Unione europea e degli Stati Uniti che hanno imposto vari gradi di condizionalità agli “aiuti allo sviluppo”, le forme di governo sono diventate sempre più decentralizzate, con tendenze federali, e sono stati adottati sistemi democratici multipartitici oltre a dare più spazio alle organizzazioni della società civile. Va rilevato che il multipartitismo, che nelle intenzioni avrebbe dovuto generare un senso di appartenenza nazionale della cittadinanza, favorendo il rafforzamento istituzionale degli stati africani, tranne pochissime eccezioni (che vedremo di seguito) si è progressivamente trasformato in strutture di potere delle egemonie etnico-territoriali-tribali che hanno mantenuto al potere le ristrette oligarchie del potere in Africa. Oligarchie che non superano il 3% delle rispettive popolazioni e che hanno sviluppato una sorta di “patto di sindacato” che, con l’acquiescenza occidentale, ha mantenuto il controllo oligarchico sull’80% delle risorse nazionali e della ricchezza generata. Le organizzazioni della società civile non sono per nulla integrate nei sistemi di governance, mal tollerate e a volte represse, sopravvivono principalmente grazie al sostegno finanziario occidentale.
Il doppio processo, quello della regionalizzazione (le comunità economiche regionali) e quello della democraticizzazione dei sistemi nazionali africani non casualmente si è sviluppato, con ampio sostegno occidentale, durante la globalizzazione iniziata negli anni ’90, e con più rapidità a partire dagli anni duemila. Dal punto di vista degli occidentali la creazione delle citate tre comunità economiche africane sovranazionali e compatibili con il sistema di regole commerciali, monetarie, legali e istituzionali che dominavano la globalizzazione, era un sicuro vantaggio poiché semplificava e omogeneizzava le relazioni tra Occidente e Africa. Un apparente “progresso” sulla via dello “sviluppo” che nascondeva, piuttosto, un piano “neo-coloniale” sia interno sia esterno. Sul piano interno, alle vecchie oligarchie della decolonizzazione si sono così sostituite quelle attualmente al potere, più tecnocratiche e abili, che hanno aumentato la ricchezza nominalmente nazionale, ma più veramente personale e del loro clan, raggiungendo un PIL nominale continentale nel 2023 di 3.14 trilioni di dollari, proiettato nel 2050 ad oltre 23 trilioni di dollari. Nel 2023, l’inflazione media continentale è stimata al 12.4% annuo, il debito pubblico complessivo è del 62.4% del PIL e la crescita è di circa il 4% annuo[1]. Sul pian esterno, occidentale, cinese e indiano, invece di trattare con più di cinquanta stati, gli accordi (commerciali e di sicurezza) si potevano così negoziare attraverso l’influenza degli egemoni di ciascuna comunità regionale, rispettivamente attraverso il ben remunerato “aiuto” dei leader al potere in Sud Africa, Nigeria, e Kenya. Questo processo ha portato a non poche frizioni all’interno di ciascuna comunità regionale che subivano il dominio predatorio del paese egemone dietro il quale si nascondevano le solite compagnie e gli interessi stranieri. Inoltre, era molto chiaro che prevalevano gli interessi economici su quelli politici, sociali e culturali. Infatti, ai popoli africani si chiedeva di rinunciare al “passato” – cioè cancellare le ataviche appartenenze ad un gruppo etnico, linguistico, culturale, territoriale, definito spregiativamente tribale come sinonimo di primitivismo, sottosviluppo e miseria – accettando anche di “scollegare” se stessi dalla “terra dei padri” (alienandola) per diventare “cittadini”, come i “bianchi”, in sistemi democratici nei quali la libertà e i diritti si sarebbero instaurati favorendo benessere e pace per tutti.
Promesse largamente disattese, aggravate dalle crisi internazionali, dalla pandemia da Covid-19, dal cambiamento climatico, dalle guerre e tensioni globali. Con buona pace delle fallimentari (e ipocrite) politiche dell’Unione europea per lo “sviluppo” dell’Africa, i risultati di un trentennio di integrazione regionale e di democraticizzazione sono sorprendentemente negativi per la vita delle popolazioni africane.


Lo rileva bene la nota organizzazione Freedom House che mostra come solo 4-5 dei 54 stati africani abbiano oggi standard di libertà, accesso libero alle informazioni digitali, e democrazia in linea con gli standard internazionali. Riproduciamo (al lato) alcune immagini che sono autoesplicative[2]. La prima immagine “status” mostra che solo Sud Africa, Lesotho, Namibia, Botswana e Ghana, offrono livelli di libertà complessiva secondo gli standard internazionali. La seconda immagine “trend” (tendenze) mostra le regressioni o progressioni attese.
Non può sorprendere, quindi, che nel 2017 in Africa 25 milioni di persone sono emigrate all’interno e all’esterno del continente (poco più del 2% della popolazione totale dell’Africa). La maggior parte della migrazione in Africa avviene all’interno del continente, poiché 19 milioni di persone si sono spostate tra i paesi africani. L’aumento della migrazione internazionale all’interno dell’Africa è dovuto in parte agli sforzi degli Stati africani e delle istituzioni internazionali per migliorare l’integrazione regionale. La migrazione regionale nel continente africano è anche ampiamente facilitata dallo sviluppo delle infrastrutture e dalla diffusione delle lingue e della cultura occidentali.


La nota organizzazione dell’ONU ReliefWeb presenta dati aggiornati[3]. Le ragioni e le spinte (push/pull factors) che guidano la migrazione africana continuano ad intensificarsi, facendo presagire l’espansione della migrazione africana all’interno e all’esterno del continente nel 2022. Le tendenze migratorie africane continuano ad aumentare: a) Il numero di migranti documentati all’interno e dalla regione africana è quasi raddoppiato dal 2010, continuando una tendenza di espansione ventennale; b) La migrazione africana è guidata da una combinazione variegata di fattori push-pull per ciascun paese. I principali fattori di spinta sono il conflitto, la governance repressiva e le limitate opportunità economiche. Nove dei primi 15 paesi africani di origine dei migranti sono in conflitto. I nordafricani costituiscono la maggioranza degli immigrati africani in Europa. I primi tre – Marocco, Algeria e Tunisia – comprendono oltre 5 milioni degli 11 milioni di migranti africani in Europa. Ciò sottolinea l’importanza della vicinanza, delle diaspore consolidate e delle opportunità economiche come fattori chiave che influenzano il processo decisionale sulla migrazione. Le indagini sui migranti africani in Europa o diretti verso l’Europa rivelano che la maggior parte era occupata o a scuola al momento della partenza. Tuttavia, provavano disperazione per le loro prospettive economiche. I tunisini in fuga dalle pressioni economiche, ad esempio, hanno costituito più di un quarto dei migranti irregolari intercettati che hanno attraversato il Mediterraneo verso l’Italia nel 2021. I migranti tendono ad avere risorse a portata di mano, sotto forma di posti di lavoro o di reti familiari di sostegno, specialmente quando i membri della famiglia sono già in un altro paese. Tuttavia, va ben sottolineato che la maggior parte della migrazione africana rimane intraregionale. La maggior parte della migrazione africana rimane nel continente, continuando un modello consolidato. Circa 21 milioni di africani documentati vivono in un altro paese africano, una cifra che è probabilmente sottostimata dato che molti paesi africani non tracciano la migrazione. Le aree urbane in Nigeria, Sud Africa ed Egitto sono le principali destinazioni di questa migrazione inter-africana, riflettendo il relativo dinamismo economico di queste località. Tra i migranti africani che si sono trasferiti fuori dal continente, circa 11 milioni vivono in Europa, quasi 5 milioni in Medio Oriente e più di 3 milioni in Nord America.
Prima di continuare sulla realtà dell’Africa di oggi, è utile una breve digressione storica. Alla fine degli anni Novanta, su iniziativa del leader libico Muammar Gheddafi la dormiente Organizzazione Unione Africana si trasformò in Unione Africana (AU). L’AU fu finanziata da una significativa donazione del fondo sovrano libico e nacque con un obiettivo sovranazionale e un’agenda più esplicitamente politica ispirata al pan-africanismo. Non è un caso che il disallineamento tra l’AU e le sopra citate tre comunità regionali persiste ancora oggi nonostante gli sforzi occidentali di integrare le comunità regionali nell’organizzazione continentale. Vale la pena ricordare che, forte del sostegno ricevuto dal Mali, Niger, Burkina Faso, Chad, and Gambia contro le sanzioni ONU imposte alla Libia nel 1998 (non a caso paesi attualissimi nelle cronache di oggi), tra il 2000 e il 2011 Gheddafi prospettò ai leader del continente africano la possibile unità pan-africana attorno a infrastrutture comuni autofinanziate dai proventi della vendita delle risorse naturali, con una moneta unica indipendente dal FMI ma sostenuta dalle riserve autoctone in oro e in idrocarburi per facilitare il commercio intra-africano e quello dell’unificato continente con il resto del mondo. Gheddafi contribuì con una sua forza di pace a spegnere la guerra civile in Congo e favorì la fine delle guerre tra Etiopia e Eritrea e tra il Sudan e i ribelli del Sud, facendo nascere due nuovi stati africani superando il principio di intangibilità delle frontiere coloniali. L’assassinio di Gheddafi compiuto da forze anglo-francesi durante l’intervento militare della Nato che rovesciò il regime libico intendeva, con probabilità, spegnere ogni tepore per il pan-africanismo e un continente indipendente. Pie illusioni che hanno soltanto aggiunto ulteriore destabilizzazione in Africa (e gravemente danneggiato l’Italia che incredibilmente partecipò alle operazioni militari in Libia). Comportamenti franco-inglesi-italiani e americani che non sono stati dimenticati in Africa.
Tornando al presente, non è un caso, quindi, che tra il 2020 e il 2023 una serie di colpi di stato hanno ripreso il cammino interrottosi nel 2011 e, conseguentemente, hanno espulso la Francia da alcune sue ex colonie. La fascia di paesi golpisti nel Sahel taglia in due, da Ovest a Est, l’Africa sub-sahariana dall’Africa araba del Nord, rovesciando anche i rapporti di forza etnici nei singoli paesi e nella regione del Sahel. Non a caso, in Niger il presidente Bazoum (eletto in condizioni dubbie nel ballottaggio del 2021) è della minoranza araba Ouled Slimane originaria del Fezzan libico, tradizionalmente in amicizia con la Francia e in opposizione alle tribù Tuareg che tradizionalmente dominano il Sahel. Invece, significativamente, i generali golpisti sono etnicamente africani subsahariani della regione di Tillabéri confinante con il Mali, il Burkina Faso e il Benin. Circolano voci su un possibile intervento militare dell’organizzazione regionale ECOWAS per “ristabilire l’ordine costituzionale in Niger”. Opzione pubblicamente sostenuta dalla Francia e, a quanto sembra, anche dal neo eletto presidente Tinubo della Nigeria e presidente dell’ECOWAS. Benin e Costa d’Avorio sembrano sostenere Tinubu in questa decisione, mentre tutti i 5 regimi golpisti hanno dichiarato che un intervento militare in Niger equivarrebbe ad una dichiarazione di guerra. Significativamente, il Chad che è guidato dopo una sorta di golpe dal figlio del defunto presidente Déby, sostenuto dalla Francia, si è dichiarato neutrale ma ospita militari francesi e aerei Mirage nella base aerea francese Fort-Lamy (creata nel 1939). L’ultimatum dell’ECOWAS al regime militare del Niger scade il 6 agosto e al momento della redazione di questo articolo non è possibile sapere cosa accadrà. Si può solo sperare che la via negoziale venga rilanciata perché l’intervento ECOWAS sarebbe sostanzialmente delle forze armate della Nigeria che non lasciano dubbi sulle loro spietate capacità di repressione (ricordiamo il Biafra). Per motivi politici, economici e di alleanze (Stati Uniti, Francia, e UE) il presidente Tinubo ha bisogno di ristabilire la potenza dell’ECOWAS (15 membri di cui 5 sospesi) ma rischia di far esplodere una guerra regionale internazionale che potrebbe dare risultati indesiderati anche in Nigeria, riportando indietro la storia all’inizio degli anni Novanta. La Cina ha dichiarato di preferire una soluzione negoziata, una soluzione politica, della crisi in Niger e nel Sahel in generale. D’altra parte, la Cina ha investimenti in molti paesi dell’Africa, incluso il Sahel e l’Africa occidentale. Una guerra, anche se sotto l’ombrello dell’ECOWAS, complicherebbe lo sviluppo infrastrutturale a lungo termine della Cina, tra cui l’oleodotto Niger-Benin da 4,5 miliardi di dollari lungo circa 2.000 km della China National Petroleum Corporation (CNPC) e l’aggiornamento degli impianti di estrazione del minerale di uranio nella parte settentrionale del paese. Chissà che l’attivismo del presidente Tinubo non sia un messaggio franco-americano alla Cina…

Mentre tutto ciò avviene, restando alla realtà e pensando al “piano Mattei” dobbiamo sottolineare l’importanza degli investimenti cinesi e indiani in Africa. Investimenti che non sono disinteressati, anzi sono strategici, ma che hanno concretamente cambiato l’Africa in poco più di un ventennio. Investimenti in infrastrutture e servizi che significano che la Cina e l’India sono in Africa per restarci a lungo anche su domanda delle élite (che ci guadagnano) e delle popolazioni che per la prima volta hanno visto tangibilmente migliorare le prospettive economiche e sociali.
Prima che l’Unione europea fosse devastata dalla crisi finanziaria (2008), dalla pandemia da Covid-19 (2020), e dalla guerra in Ucraina (2022), esisteva un approccio concreto e sostenibile nei confronti dell’Africa. Certo con l’attuale leadership di Ursula von der Leyen più preoccupata di compiacere Biden che di servire gli interessi dei paesi europei sarà arduo per il governo italiano riuscire a riportare l’UE su un piano di realismo. In attesa di sapere se il “piano Mattei” sarà un ruggito di riscatto e orgoglio italiano ed europeo, e augurandoci che non sia un topolino di cui vergognarsi, suggeriamo al trio Tajani-Meloni-Crosetto di rileggere la Comunicazione della Commissione europea del 17 ottobre 2008 COM(2008)654 dal titolo “The EU, Africa and China: Towards trilateral dialogue and cooperation” (UE, Africa e Cina: verso un dialogo e una cooperazione trilaterale)[4]. La Commissione proponeva che “l’Africa, la Cina e l’UE collaborino in modo flessibile e pragmatico per individuare e affrontare un numero specifico di settori adatti alla cooperazione trilaterale e per collegare tale cooperazione, ove possibile, agli impegni esistenti nelle sedi multilaterali e in particolare nelle Nazioni Unite”.


Da allora sono passati 16 anni e l’Africa, come dicevamo sopra, è strutturalmente e mentalmente cambiata, nonostante tutto in meglio. Un progresso concreto che si è fatto con Cina e India ma nel quale l’Europa, i suoi stati e l’UE si sono persi in strategie sbagliate che seguivano quelle americane. Riconosciamo la realtà! AL lato avete immagini della concretezza degli interventi cinesi e indiani in Africa negli ultimi vent’anni. Non sarei in grado di poter trovare una cartografia altrettanto concreta degli interventi europei e dell’UE nello stesso periodo. Parole tante, soldi pure, ma i risultati concreti non si trovano.
Dal mio punto di vista, oggi il “piano Mattei” deve essere europeo. Un piano italiano sarebbe troppo piccolo per poter realizzare qualcosa di concreto, credibile e sostenibile (si è visto in Tunisia). Aggiungo che, a mio modesto avviso, si dovrebbe avere il coraggio di trasformare il “piano Mattei” in un grande progetto finanziato da fondi europei, mantenendo la leadership italiana, dal titolo esplicito “UE, Africa, India e Cina: verso un dialogo e una cooperazione quadrilaterale”.
Gli americani si lagneranno? Beh pazienza, se ne faranno una ragione. Renzi gli direbbe “state sereni”.
[1] Dati FMI: //www.imf.org/external/datamapper/NGDPD@WEO/OEMDC/ADVEC/WEOWORLD“>https://www.imf.org/external/datamapper/NGDPD@WEO/OEMDC/ADVEC/WEOWORLD
[2] https://freedomhouse.org/explore-the-map?type=fiw&year=2023
[3] https://africacenter.org/spotlight/african-migration-trends-to-watch-in-2022/
[4] https://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=COM:2008:0654:FIN:EN:PDF#:~:text=The%20Commission%20proposes%20that%20Africa,and%20in%20particular%20the%20UN.





