Home Politica estera FAVOLE, MENZOGNE E SILENZI SULLA GUERRA IN UCRAINA

FAVOLE, MENZOGNE E SILENZI SULLA GUERRA IN UCRAINA

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Ci sono molti modi per evitare che si facciano i conti con la realtà. Uno di questi è sicuramente usare la menzogna. Un altro è concentrare tutta l’attenzione su un singolo argomento, per fare in modo che non si veda il contesto e, quindi, che si possa o enfatizzare o diminuire a piacere l’argomento sul quale si fissa l’attenzione. Un altro ancora è celare le notizie, fingere che non esistano.

Riguardo al conflitto che si svolge in Ucraina la menzogna più grande è fingere che la guerra si vinca o si perda sul fronte, senza, peraltro, occuparsi compiutamente nemmeno di quello.

Il pessimo servizio che stanno facendo i media, al fine di coprire (fino a quando?) le idiozie che ogni giorno ci propinano i governi occidentali per coprire la loro incapacità strategica e i loro fallimenti geopolitici, è raccontarci che l’Ucraina sta combattendo per affermare la libertà e la democrazia dell’Occidente, quando si sa benissimo che sta legittimamente combattendo per salvaguardare il suo territorio e la sua integrità e sovranità, ma che riguardo alla libertà e alla democrazia Kiev non è sicuramente un faro di luce.

Raccontare la “controffensiva” ucraina enfatizzando la conquista di piccole porzioni di territorio non serve a nascondere la realtà, in quanto quella che si vuole ostinatamente chiamare “controffensiva” è, di fatto, niente meno che una serie di contrattacchi che avvengono, senza grandi risultati, con una dispendio enorme di mezzi e di uomini.

Raccontare le vicende del fronte senza dire che a nord est i russi hanno fatto un’avanzata che in pochi giorni ha conquistato sei chilometri di terreno in profondità, per sette chilometri di larghezza, in una zona che potrebbe ricacciare gli ucraini oltre il fiume Oskil, è nascondere le notizie, celare la realtà.

Che senso ha non parlarne?

Ne parla, però, diffusamente Parabellum, uno dei pochi media dove si svolgono analisi serie sull’andamento della guerra, in una live ( https://www.youtube.com/watch?v=y01gZQX3elA ) dove si vede chiaramente quanto avviene anche sul fronte nord.

Oskil

Nella live, condotta da Mirko Campochiari, il generale Paolo Capitini mette a fuoco tre questioni: l’incapacità attuale degli ucraini di colpire a fondo la logistica russa, l’assenza di una copertura aerea e un’incapacità a portare a sistema l’utilizzo delle risorse disponibili.

Le tre questioni, messe assieme, consegnano la guerra in Ucraina, per quanto riguarda il fronte, ad una situazione di logoramento che non porta a nulla di diverso di quanto sia avvenuto in questi ultimi mesi.

Quella tra Russia e Ucraina, inoltre, è una guerra ibrida, che si combatte su più fronti.

Uno di questi fronti è quello del grano.

La Russia ha colpito le infrastrutture del porto di Odessa, ha eliminato l’accesso ai porti fluviali ucraini sul Danubio e ha interrotto tutte le vie di comunicazione tra Ucraina e Romania, comprese quelle che passavano per la Moldavia.

Il grano ucraino ha creato problemi con la Polonia e con la Romania, in quanto gli agricoltori delle due nazioni “amiche” non ne vogliono sapere di vedere transitare il grano ucraino a basso prezzo e temono la concorrenza sleale e il mercato nero.

Una delle baggianate più clamorose della propaganda che tenta di nascondere la realtà con voli pindarici che rasentano il ridicolo è quella che vedrebbe il grano ucraino partire dai porti della Croazia.

Il Porto di Fiume (Rijeka)  si trova sulla costa del Golfo del Quarnaro, nel Mare Adriatico e si estende in sei aree diverse:  Rijeka (merci convenzionali,  grano e fosfato , frutta); Sušak – (container, merci convenzionali , legname); Bakar  (rinfuse, Ro- Ro), Raša – Bršica (bestiame , legno e magazzino entroterra); Štalije-Škrljevo (magazzini entroterra); Omišalj (petrolio).

Lo scalo è un impianto portuale polivalente in grado di gestire praticamente qualsiasi tipo di carico.  Il Porto fa parte dell’associazione Napa (North Adriatic Ports Association) insieme ai porti di Venezia, Trieste e Capodistria (Koper) ed è collegato alle principali infrastrutture stradali e ferroviarie.  Le linee ferroviarie e stradali collegano lo scalo a Zagabria e poi all’Ungheria e alla Serbia.

La gestione del porto è affidata a Luka Rijeka, società il cui capitale è detenuto prevalentemente dallo Stato croato, ma il cui maggior azionista è la Port Acquisition a.s, società ceca con sede a Praga.

Considerato che i porti fluviali ucraini sul Danubio sono stati bloccati, così come tutte le vie di accesso alla Romania anche tramite la Moldavia, il grano ucraino per raggiungere Fiume (Rijeka) dall’Ucraina deve necessariamente viaggiare su gomma per circa mille chilometri.

Leopoli Fiume

Il trasferimento in treno non è dei più facili, poiché l’Ucraina utilizza da moltissimi anni in tutto il suo territorio uno scartamento ferroviario di 1520 mm (quello in vigore nell’Unione Sovietica), mentre nella maggior parte dei paesi europei è invece di 1435 mm. Anche parte della rete ferroviaria ungherese è a scartamento “russo” e parte a scartamento europeo.

L’Ungheria, che aveva bloccato l’export del grano ucraino, potrebbe avere problemi dall’essere attraversata da Tir indirizzati a Fiume. L’esempio della Romania fa scuola. Gli agricoltori rumeni avevano scoperto che parte del grano che transitava per il porto di Costanza veniva venduto in nero, creando concorrenza sleale.

In buona sostanza, la via del grano non è delle più facili.

Va, inoltre, considerato un altro aspetto non da poco che riguarda le navi dirette ad Odessa: l’aumento dei costi assicurativi che rendono non conveniente il trasporto per le compagnie di navigazione.

Uno degli aspetti non secondari della vicenda del grano è che quello ucraino partito da Odessa è andato per oltre l’80 per cento a Paesi che potevano pagare, ossia Cina e Paesi occidentali, Italia compresa. In Africa sono arrivate le briciole e, inoltre, in molti Paesi africani non si usa il pane, come spiega a chiare lettere Padre Giulio Albanese (comboniano, giornalista e scrittore), intervistato da Mappa Mundi di Limes (https://www.youtube.com/watch?v=0MZ2ttwARZI&list=PLdGzyrCItloSVMD29dWIGPX-boFRvw-Hy&index=2.)

Conclusione: la battaglia del grano riguarda l’Occidente e l’inflazione dei Paesi occidentali, ossia le nostre tasche. L’Africa è solo un paravento per la solita disinformazione.

Che l’Ucraina riesca a farsi del male da sola è ormai evidente.

Più volte invitata a non attaccare la Russia sul suo territorio, ieri Kiev ha messo nel mirino navi e porti russi nel Mar Nero.

Kiev ha infatti dichiarato che le acque di sei porti della Federazione Russa nel Mar Nero (Anapa, Novorossiysk, Gelendzhik, Tuapse, Sochi e Taman) saranno sotto minaccia militare. Un avviso che varrà dal 23 agosto prossimo, in cui saranno considerati “zone di rischio bellico”.

Ovviamente c’è da spettarsi una risposta dura russa, la qual cosa renderà il Mar Nero ulteriormente intransitabile per le navi commerciali che intendano raggiungere Odessa.

L’Ucraina, che è già totalmente dipendente dall’Occidente anche per pagare gli stipendi, sarà ulteriormente isolata, rendendo sempre più lontana una possibile ripresa dell’accordo sul grano.

L’intelligence di Kiev ha ieri di fatto confermato l’ultimo attacco ucraino, quello ai danni della petroliera russa SIG nello stretto di Kerch.

Poche ore prima era stata colpita e danneggiata una nave da guerra russa nel mar Nero, la Olenegorsky Gornyak. Per il capo dei servizi ucraini Vasyl Malyuk “si tratta di azioni assolutamente logiche ed efficaci”, inoltre avvengono in “acque territoriali ucraine e sono quindi assolutamente legittime”. 

Diversa l’opinione dell’Onu, il cui segretario generale Antonio Guterres, all’agenzia russa Tass ha commentato l’ultimo attacco ucraino: “Abbiamo visto le notizie dell’accaduto. Le Nazioni Unite non sono in grado di confermare queste informazioni. Ribadiamo con forza il nostro invito a tutte le parti interessate ad astenersi da qualsiasi retorica o azione che possa intensificare ulteriormente il conflitto”.

Contro l’intervento di Guterres si è scagliato Mykhaylo Podolyak, consigliere del presidente ucraino Zelensky. “Non ricordo se il Segretario generale dell’Onu abbia parlato dell’inammissibilità dell’escalation quando la Russia ha attaccato i porti ucraini di Odessa e sul Danubio. Non ricordo se il signor Antonio Guterres sia uscito con una dichiarazione contro il terrore russo delle città pacifiche. Invece, quando l’Ucraina reagisce efficacemente, numerosi ‘avvocati del diavolo’ escono subito e chiedono un immediate cessate il fuoco e dell’escalation del conflitto”, ha scritto Podolyak su Twitter, che ha poi insistito: “Sembra che il diritto internazionale e il diritto all’autodifesa funzionino così? È questo l’aspetto dell’ordine di sicurezza globale agli occhi delle Nazioni Unite? Con un aggressore che conduce una guerra genocida alla presidenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e la costante persuasione a non resistere?”.

Una risposta, quella di Kiev, che rende sempre più evidente la distanza tra quanto va maturando nelle cancellerie occidentali e l’escalation che Zelensky sta tentando al fine di coinvolgere sempre più Nato e Paesi occidentali in un conflitto che non può che concludersi con una cessate il fuoco.

L’escalation ucraina avviene mentre hanno perso avvio i colloqui di pace per l’Ucraina ospitati a Gedda, in Arabia Saudita, con la partecipazione di consiglieri politici di circa 40 Paesi tra cui Unione europea, Stati Uniti, Cina, India e Brasile.

All’incontro non partecipa la Russia, la qual cosa rende del tutto evidente che i colloqui serviranno, ufficialmente, a cercare, da parte di Kiev, il sostegno dei Paesi del sud del mondo nel tentativo di arrivare a una risoluzione del conflitto. Propaganda.

L’ufficio del presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato che l’incontro si concentrerà sul suo piano di pace in 10 punti che richiede il ritiro completo delle truppe russe dal territorio ucraino.

Chiaramente, considerato la posizione dell’Ucraina, l’unico risultato sarà quello di rafforzare la posizione dell’Arabia Saudita come attore geopolitico, dopo che Riad si è spostata verso la Russia e la Cina e sta chiedendo di entrare nel Brics.

Da parte statunitense, la delegazione è guidata dal consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Jake Sullivan, mentre per la Cina partecipa il rappresentante speciale del governo per gli Affari euroasiatici, Li Hui.

L’obiettivo principale dell’incontro sarà preparare l’imminente vertice sulla pace globale che l’Ucraina auspica di tenere in autunno, anche se, forse, l’obiettivo non dichiarato sarà quello di ripetere a Zelensky che entro l’anno la questione ucraina deve chiudersi.

Dalle ultime vicende, è sempre più evidente che sta aumentando la distanza tra l’Amministrazione Usa e Kiev, che pare andare per la sua strada nonostante le ripetute affermazioni che gli Usa non intendono fare la guerra alla Russia e non hanno come obiettivo quello di destabilizzare la posizione di Putin.

Quello che si volge a Riad, ufficialmente, sarà una delle tante passerelle di Zelensky, anche se, probabilmente e riservatamente qualcuno cercherà di fargli capire che i suoi dieci punti sono pura fantasia.

L’esame di realtà si impone.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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