Home Opinioni IL MONDO NON E’ PIU’ LO STESSO DOPO IL BOMBARDAMENTI FORDOW

IL MONDO NON E’ PIU’ LO STESSO DOPO IL BOMBARDAMENTI FORDOW

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È stato un discorso breve, appena tre minuti e poco più, ma denso,carico di significati e implicazioni geopolitiche.

Donald Trump, è tornato a parlare con toni solenni e fermi dopo l’ultima azione militare americana contro l’Iran.

Un messaggio asciutto ma potente, pronunciato dalla Casa Bianca, a sottolineare ancora una volta,la volontà americana di riaffermare la propria supremazia strategica, non solo nel Golfo Persico,ma sullo scacchiere globale.

I raid aerei ordinati contro i siti nucleari di Fordow,Natanz e Isfahan sono stati definiti da Trump “un successo militare”.

E non è difficile capire perché: l’operazione ha colpito i tre nervi più sensibili dell’infrastruttura nucleare iraniana, compromettendone almeno temporaneamente le capacità di arricchimento dell’uranio.

In particolare,Fordow, il sito più protetto e simbolico,è stato praticamente raso al suolo da bombardieri stealth B-2 Spirit, con l’impiego delle micidiali bombe GBU-57A/B, le famose “bunker buster”,ordigni da 13 tonnellate progettati per penetrare strutture fortificate in profondità.

Fordow: il cuore nascosto del nucleare iraniano

Fordow non era solo un bersaglio militare: era il simbolo dell’orgoglio strategico iraniano, una struttura considerata fino a ieri “virtualmente indistruttibile” — così l’ha definita il Financial Times,perché incastonata a circa 90 metri sotto una montagna vicino a Qom, protetta da strati di roccia, cemento e da un sofisticato sistema di difesa aerea.

La sua distruzione segna un punto di non ritorno: tecnicamente, è un colpo devastante per la capacità iraniana di arricchire uranio in segreto; politicamente, è un atto di forza che può ridisegnare gli equilibri regionali.

Natanz e Isfahan: colpiti al cuore

Anche i siti di Natanz e Isfahan non sono stati risparmiati.

Qui l’attacco è arrivato dal mare, tramite missili Tomahawk lanciati da sottomarini americani. Siti meno protetti rispetto a Fordow, ma fondamentali nell’infrastruttura nucleare iraniana, sono stati neutralizzati in poche ore. La tempistica non è casuale: secondo le stime dell’intelligence americana e israeliana, l’Iran era a un passo dal raggiungere un livello di arricchimento del 90%, soglia che consente l’uso militare dell’uranio.

Trump, nel suo discorso, ha lasciato intendere che si fosse ormai vicini a quel punto di non ritorno.

Un messaggio a Teheran (e a Tel Aviv)

Ma non si è trattato solo di un’operazione chirurgica per fermare la proliferazione nucleare.

Il messaggio implicito e neanche troppo,era anche diretto a Teheran:

la guerra per procura con Israele deve finire subito.

L’asse Iran-Hezbollah-Hamas, alimentato da anni attraverso armamenti, addestramento e finanziamenti, ha superato i limiti di tolleranza di Washington. Trump è stato chiaro:

se l’Iran non si ritira dal confronto diretto e indiretto con Israele, gli Stati Uniti sono pronti a nuovi attacchi,ancora più massicci.

Allo stesso tempo, però, il messaggio è rivolto anche a Tel Aviv, e in particolare al governo Netanyahu: l’America resta alleata,ma vuole guidare e non inseguire l’escalation. Washington si propone come arbitro supremo del confronto,cercando in apparenza di contenere il conflitto,ma nei fatti ridefinendo

l’intera cornice della deterrenza in Medio Oriente.

Quali scenari si aprono ora?

Questo attacco segna un punto di svolta storico.

Per l’Iran, è uno smacco senza precedenti:

vedere Fordow, la “fortezza inespugnabile”, abbattuta in una notte,è un colpo all’orgoglio nazionale e un duro ostacolo per le ambizioni nucleari.

Ma il regime iraniano non è noto per reagire in modo pacato: è probabile che seguiranno rappresaglie asimmetriche, attraverso milizie sciite in Iraq, attacchi cyber, o escalation in Libano e Siria.

Per gli Stati Uniti, è un ritorno alla dottrina della “massima pressione”, già cara all’amministrazione Trump nel suo primo mandato.

La volontà è chiara:

spezzare le ali al nucleare iraniano ora, prima che la soglia bellica venga varcata in modo irreversibile.

Per Israele, è un messaggio di sostegno ma anche di leadership: gli Usa vogliono controllare il ritmo del conflitto,non subirlo.

E per l’intero Medio Oriente, è l’inizio di una nuova fase instabile, in cui le alleanze — dalle monarchie del Golfo alla Russia, passando per la Cina — dovranno ridefinirsi su nuove basi.

In definitiva,il discorso di Trump, seppur breve, non è solo una dichiarazione post-bellica.

È una dichiarazione di dottrina: l’America è pronta a colpire, da sola se serve, per prevenire l’arma atomica iraniana.

Resta ora da vedere se l’Iran risponderà con diplomazia, con vendetta o con nuove minacce silenziose.

Ma una cosa è certa: il mondo non è più lo stesso dopo Fordow.

Autore

  • Redazione

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