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IL MONDO CHE DONALD CREO’

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In un articolo apparso qualche mese fa su queste stesse colonne mi ero nettamente differenziato dalla schiera di commentatori e Premi Nobel per l’economia che irridevano al Liberation Day di Donald Trump prevedendo chi più chi meno uno scenario di stagflazione che avrebbe messo in ginocchio l’economia statunitense.

Sono perfettamente consapevole che esiste un gioco di ritardi che spiega in parte il non rialzo dei prezzi ma non sottovaluterei le minacce del Presidente alle principali catene di distribuzione volte a minimizzare il trasferimento dei dazi sui prezzi al consumo, in particolare per quanto riguarda quel breakfast sul quale Trump ha costruito una parte importante della sua campagna, un argomento di non troppa minore importanza rispetto alla sicurezza interna e alla difesa dei confini.

Anche osservatori critici come il professor Romano Prodi iniziano a rendersi conto che dietro, o al di sopra di, Trump ci sono quelle che nel precedente articolo chiamavo “mentii raffinatissime” e che sarebbe molto sbagliato e riduttivo individuarle nella Heritage Foundation o nel suo progetto per il 2025.

Nel “Il gran nocchiero”, la mia biografia di Mario Draghi di prossima pubblicazione, individuavo gruppi molto potenti ebraici emigrati dall’Europa negli Stati Uniti sin dai tempi di Benjamin Franklin. Famiglie dotate di immense ricchezze mobiliari e immobiliari che hanno creato le prime, grandi Investment Bank e hanno contribuito largamente alla creazione delle principali infrastrutture di quella grande nazione e sono parte importante della Brooking Institution e di altri grandi Think Tank, per non parlare delle istituzioni che si occupano di sicurezza nazionale ai più alti livelli.

Queste menti raffinatissime avevano bisogno di un consenso popolare basato in larga parte sul rifiuto dei valori propugnati dai democratici e questo spiega in larga parte la campagna suicidaria di Kamala Harris e dell’intero suo partito.

Gli stessi critici sovramenzionati del Presidente degli Stati Uniti d’America hanno sparato alzo zero sul bilancio da lui proposto e approvato dal Congresso per il pur evidente appesantimento di deficit e debito ma la già citata politica tariffaria riduce a poche centinaia di miliardi di dollari quello che a bocce ferme sarebbe nell’ordine delle migliaia e il tutto spalmato sull’arco di dieci anni.

Si tratta, inoltre, della conferma di misure fiscali già esistenti e soltanto confermate, misure peraltro non modificate nei quattro anni di presidenza di Joe Biden, il che spiega in buona parte la scarsa reazione da parte di un partito democratico in stato di evidente confusione.

Siamo a otto mesi dall’insediamento del Quarantasettesimo presidente degli USA e buona parte del messaggio in termini di sicurezza interna e sui confini e’ ormai largamente veicolato anche nelle roccaforti democratiche da New York a Washington, dalla California al New England per non parlare degli stati tradizionalmente “rossi”.

 

Autore

  • Redazione

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