
di Angelo Giubileo
In una leggenda del ciclo osiriano, nell’ambito del filone narrativo relativo al processo tra Seth e Horo per l’eredità di Osiri – a quanto pare già noto nel Medio Regno, tra il 2055 e il 1790 e.a.[1] – Atum, il Signore Universale, scrive a Osiri: “… E poi, che significa che io stia qui tranquillo nell’Occidente, mentre voi state fuori tutti quanti? Chi dunque fra loro è più forte di me? Ecco, essi hanno inventato la menzogna. Ptah il grande, a sud del suo muro, signore di Anekh-tauy, quando creò il cielo, non ha forse detto alle stelle che vi sono dentro: ‘Andrete a riposare (nell’)Occidente ogni notte, nel luogo dov’è il re Osiri?’. Ma dopo gli dei, i nobili e la gente andranno ugualmente a riposare nel luogo dove tu sei, così mi ha detto”.
E dunque, il testo appena riportato introduce a una parola dell’inizio relativa a uno dei miti più noti dell’antichità, e che quindi origina da un pensiero dell’inizio. E tuttavia, di quale inizio diciamo?
Leggendo in modo approfondito l’opera complessiva di Giorgio de Santillana – esperto storico della scienza e noto divulgatore vissuto nel secolo scorso -, il vastissimo “campo del vasaio” – di guida alla ricerca e all’analisi dei testi antichi – è costituito fondamentalmente dall’uranografia. Nel senso che la visione di ciò che accade nel cielo – a seconda del punto latitudinale e longitudinale dell’osservazione celeste – rappresenta il campo di ricerca e analisi fondamentale e quindi vero, in contrapposizione alla visione di ciò che accade sulla terra o visione terrestre che rappresenta, per contrasto, il campo di ricerca e analisi falso.
Dato che il cielo, pur se mutevole agli occhi dell’osservatore, nell’insieme presenta sempre gli stessi elementi, immutabili. Così che, nel discorso, il cielo sia funzione dell’eterno e dell’essere; mentre la terra sia funzione del movimento e del divenire. E altresì, nel cielo si formino e si sviluppino i miti astrali, legati al concetto di eternità (e di spazio); e sulla terra, invece, si formino e si sviluppino i miti della fertilità, legati al concetto di divenire (e di tempo).
E allora sembra evidente riscontrare nel testo qui tradotto (e logicamente altrove, in ennesime altre fonti dell’antichità) come l’Occidente rappresenti esattamente lo spazio in cui gli astri, e il sole in quanto “lor maggiore”, vada a riposare ogni notte nel luogo dov’è il re.
Ma occorre altresì precisare che, osservando da terra il percorso celeste del Sole, non sempre esso ha inizio da est e fine ad ovest. Cosa dire infatti, nel merito, di ciò che viceversa accade nell’estremo nord, ad esempio in un luogo come le isole Svalbard, dove il sole rimane sotto l’orizzonte visuale indicativamente dalla fine di ottobre alla metà febbraio?! E soltanto un esempio, ma il fenomeno in genere è parte essenziale della Precessione degli Equinozi.
E allora occorre stabilire un confronto iniziale tra la visione del cielo nell’estremo nord abitabile o abitato e la visione del cielo nel sud abitato in cui il sole nasce ad est e tramonta ad ovest.
Se il più celebre mito – come si direbbe, facendo anche riferimento alla testimonianza di Plutarco in Iside e Osiride – sia piuttosto riconducibile all’originario Mito (terrestre) della fertilità e quindi a una qualsiasi religione degli Antenati è tuttavia cosa di cui è lecito e possibile discutere anche con lo stesso Plutarco. E non solo, sia chiaro.
E allora, come sintetizza validamente ed efficacemente Felice Vinci nel suo Omero nel Baltico. Le origini nordiche dell’Iliade e dell’Odissea, in ordine alla questione dell’inizio e viceversa all’originario Mito (celeste) astrale: “a questo punto, una possibile chiave per cercare di penetrare in questa singolare realtà geografica ce la dà (lo stesso) Plutarco, il quale in una sua opera (meno nota) De facie quae in orbe lunae apparet, fa un’affermazione sorprendente: l’isola Ogigia, dove la dea Calipso trattenne a lungo Ulisse prima di consentirgli il ritorno ad Itaca, è situata nell’Atlantico del nord, ‘a cinque giorni di navigazione dalla Britannia’”[2].
Questa testimonianza, finora rilevante ma non decisiva, è diventata invece tale alla luce delle più recenti scoperte scientifiche[3].
E dunque: la questione del pensiero e della parola dell’inizio dovrebbe essere ricondotta indietro nel tempo, molto più in là del limite spaziale e temporale segnato sulle carte dai sacerdoti egizi. I quali ci forniscono soltanto una loro interpretazione del Mito originario, che idealmente crea l’“Occidente” e lo trasforma in un luogo paradisiaco.
La genesi di questa interpretazione risiede essenzialmente nel legame teorico e quindi ipotetico tra cielo e terra: “La religione faraonica ufficiale aveva, per così dire, un carattere statale: essa aveva il suo fulcro nella figura del sovrano, la cui natura divina (dio-re = Horo erede di Osiri primo sovrano dell’Egitto) si era venuta fissando durante i secoli, e unificava in sé i particolarismi dei culti locali” (Edda Bresciani, introduzione, op. cit.).
Il sovrano diventa così il centro, il topos, lo spazio, la pietra d’angolo inerente all’incrocio tra due vie, la via dell’asse tra cielo e terra e la via del sole, tra il mito (e i miti) astrale e il mito (e i miti) della fertilità. Nel merito: le idee o teorie si confrontano, si sovrappongono, si escludono vicendevolmente e danno origine a un processo continuo di metamorfosi nello spazio e nel tempo. Potremmo dire che sia la vita stessa che prende forma.
E così, in Egitto, lo stesso sovrano abbia in origine le fattezze del Nilo, com’è descritto in maniera esplicita nell’Inno al Nilo[4], il fiume sacro che attraversa e collega il cielo alla terra “verso cui desiderando uscire dal segreto (…) E’ lui che ristabilisce la verità nel cuore degli uomini: chi dice menzogna gli dovrà render conto”.
Nella cosmologia e teologia eliopolitana, il Nilo è la creatura benedetta da Nut, dea del cielo, e Gheb, dio della terra. Dei entrambi nati dal demiurgo solitario Atum. Giorgio de Santillana ed Hertha von Dechend, nella monumentale opera di testimonianza tradizionale dal titolo italiano Il mulino di Amleto, ci restituiranno pertanto l’intero valore e significato della prima tradizione: il Nilo è Canopo. L’unico e solo sovrano “verso cui si ritiravano gli dei e i re antichi al termine della loro era e che per i nostri antenati segnava il ‘fondo del mare’ da cui si procuravano i me”[5].
Ma, ritornando al testo dell’Inno, è altresì interessante evidenziare che: L’autore ha introdotto nella composizione un atteggiamento moralistico: chi dice menzogna dovrà renderne conto al Nilo, che nutre, benefico, gli umili, i poveri, gli affamati, e che produce l’orzo, più utile e prezioso dell’oro, dell’argento, del lapislazzuli (Edda Bresciani, op. cit. nota 8, p. 181).
In estrema sintesi: “la spiegazione più semplice consiste nel supporre che la culla dell’umanità si trovasse sotto il polo nord”[6].
E’ (forse) la via dei “più antichi progenitori” (Aristotele, Metafisica libro Λ, 1074 b) dell’umanità, costretta a spostarsi originariamente, ad onta del diluvio opera del primo-dio Marduk[7], dal nord della dimora artica descritta dai sacerdoti o mat-son-i vedici[8] verso sud. E incrociare in modo diverso la via del sole che “entra dappertutto, ma non si sporca mai” (Diogene il Cinico).
Il cammino dell’umanità, nell’antico Egitto, finirà però per incrociarsi – oltre che con il percorso della sopravvivenza astrale del defunto – altresì con il destino osiriaco: In questo caso il defunto si identifica col dio Osiri e ne segue il destino nell’aldilà sotterraneo. La constatazione quotidiana del male nel mondo, della vittoria dei cattivi e forti sui deboli e buoni, trova il suo precedente nel grande mito di Osiri, l’innocente perseguitato, ucciso, fatto a pezzi. Ma poi risorto per essere il re dell’aldilà (Edda Bresciani, introduzione, op. cit.). Aldilà laddove “chi è stato eccellente sulla terra è trattato bene nell’Occidente, mentre il cattivo è trattato male. Queste cose sono stabilite così e non saranno mai mutate”[9].
Resta però qui almeno un’altra questione e un altro filo della matassa che occorre sbrogliare: chi mette pace tra Horo e Seth, i due fratelli, per l’eredità di Osiri? E in che modo?
Il Libro dei morti dà seguito all’intervento di Thot, “scriba eccellente dalle mani pure, signore di purezza che scaccia il male, scriba di verità (…) il signore dell’esattezza, il testimone imparziale degli dei (…) il favorito di Ra, signore del potere (…) che ha reso vittorioso Osiri sui suoi nemici (…) che annunci l’alba, che prevede l’avvenire senza ingannarsi, che dirige il cielo, la terra e la Duat, che ha creato la vita per l’umanità”[10].
Thot non interviene soltanto con la sua parola. Egli dice anche che ha “pacificato Horo, pacificato i Due Combattenti (Horo e Seth) nel loro momento di furore. (E’) venuto, lavato il sangue, pacificato la disputa” e in fine: “eliminato (?) ogni male”[11].
Così che Thot, compiuta la sua opera, ritorna dal “signore della Terra Santa, Osiri, Toro dell’Occidente” e proclami: “Io sono Thot, sono tornato oggi da Kheraha; ho riattaccato il cordame e ho equipaggiato riccamente la barca; ho raggiunto l’Oriente e l’Occidente. Sono alto sul mio stendardo più di qualsiasi dio, in questo mio nome di Colui che è alto sul suo stendardo”[12].
Lo stesso stendardo che, molto prima di Costantino I e molto dopo di lui, tutti i sovrani dell’Occidente hanno ritenuto di ereditare dagli antichi egizi.
Angelo Giubileo
[1] in Testi religiosi dell’antico Egitto (a cura di Edda Bresciani), Mondadori 2001, p. 107.
[2] F. Vinci, Omero nel Baltico. Le origini nordiche dell’Odissea e dell’Iliade, Palombi 2019 VII ed., p. 14.
[3] In particolare, H. Haarmann, Sulle tracce degli indoeuropei. Dai nomadi neolitici alle prime civiltà avanzate, Bollati Boringhieri 2022.
[4] Testi religiosi dell’antico Egitto, op. cit., pp. 177-181.
[5] G. de Santillana – H. von Dechend, Il mulino di Amleto, Adelphi p. 377.
[6] G. Drioli, Iperborea. Ricerca senza fine della Patria perduta. Ritter 2014.
[7] G. de Santillana – H. von Dechend, op. cit., pp. 367-377.
[8] Cfr. l’intera opera di L. B. G. Tilak.
[9] L’aldilà del ricco e del povero, in Testi religiosi dell’antico Egitto, op. cit., p. 436.
[10] Testi religiosi dell’antico Egitto, op. cit., p. 768. La Duat indica l’aldilà.
[11] Ibidem, p. 769.
[12] Ibidem, p. 770. In un breve saggio di G. Capriotti Vittozzi, dal titolo La statua di Atum da Ercolano e la città di Kher-Aha http://www.sel.cchs.csic.es/sites/default/files/I.%20Capriotti%20Vittozzi_LR.pdf 5/10/2024, si legge che la città di Kher-Aha fosse sita non molto lontana da Eliopoli, sulla riva destra del Nilo. L’autrice aggiunge anche che trattasi della “Babylon dei Greci, oggi obliterata dalla parte antica del Cairo”.





