
di Ugo Busatti
Ieri, mentre stavo tornando a Parigi dalla Normandia, sono stato dirottato sulle strade statali in quanto gli agricoltori avevano bloccato l’autostrada. Per me il danno è stato relativo. Ho impiegato 3,5 ore invece che le normali due.
Chi ha seguito i miei post dei giorni scorsi, avrà visto che sono più che solidale con le proteste dei contadini. La politica europea, la guerra contro Putin, questa smania di aiutare l’Ucraina che sta costando cifre impensabili e malessere generale senza alcun motivo, sono motivi più che sufficienti per giustificare le proteste.
Ma la riflessione è sul modo in cui questa protesta si compie.
Dove sta il limite?
La protesta serve a smuovere l’opinione pubblica, la stampa, le televisioni per far sì che si discuta del problema e si cerchi una soluzione, o serve a ricattare la politica creando confusione e penalizzando la gente che lavora?
Qui in Francia, paese degli estremisti, hanno forzato un blocco uccidendo due manifestanti. In rete pullulano i filmati degli attivisti che bloccano strade e autostrade in nome dell’ambiente. E si cominciano a vedere reazioni a volte esagerate.
Ma in questa società sotto pressione, non sono solo gli agricoltori o le minacce all’ambiente i temi centrali. Ci sono mille altre cause che richiederebbero mobilitazione.
Allora che facciamo? Blocchiamo il Paese?
Lo spunto della riflessione sta tutto qui. È legittimo ed espressione di democrazia bloccare tutte le vie di accesso a una città dalle 14 alle 24 con il chiaro messaggio che o si fa come diciamo noi o continueremo i blocchi?
E se la risposta è negativa (ed a mio avviso lo è) non va tutelato quello che una volta si definiva ordine pubblico e la legittima libertà di movimento dei cittadini? E se così fosse dato che i manifestanti sono tanti e disposti allo scontro, si deve cedere alla violenza o è giusto che lo Stato reagisca, mettendo dei paletti che diano il senso anche al modo di manifestare?





