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ASTENSIONISMO, E SE FACESSIMO PAGARE I CANDIDATI

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di Giorgio Cattaneo
 
 Elezioni a gettone: pagare, per potersi candidare

Pagare per votare, come ai tempi di Giolitti? Non esattamente: si dovrebbe pagare per potersi presentare alle elezioni. Tradotto: un versamento in denaro, al posto della tradizionale raccolta di firme a sostegno delle liste. L’autore della boutade è un saggista come Nicola Bizzi, editore di Aurora Boreale, studioso di archeologia e appassionato di storia “proibita”. Una provocazione, la sua: come minimo, dice, sparirebbero una volta per tutte le liste-civetta, se alle elezioni si potesse partecipare soltanto “previo pagamento”. Soprattutto: diverrebbe trasparente il lobbismo, di fatto imperante in ogni sede politica. E comunque, seriamente: quanti cittadini – tra quelli che oggi si limitano a firmare un foglio – accetterebbero anche di sborsare qualche soldo, per consentire a un gruppo politico di candidarsi alle elezioni?

La boutade può apparire paradossale, difficilmente conciliabile con l’ordinamento repubblicano. Se non altro, una simile condizionalità – limitare l’accesso alla competizione elettorale solo a chi riuscisse a versare una determinata somma, per ogni collegio – metterebbe sicuramente fine alla comoda vita ectoplasmatica di tanti partiti-carrozzone, determinando una mobilitazione senza precedenti degli elettori ancor prima dell’apertura delle urne.

Sarebbe qualcosa di obiettivamente destabilizzante, quindi, in un panorama dominato da un astensionismo che non ha precedenti. Un fenomeno abnorme, ormai quasi fisiologico e comunque spiegabilissimo. Parola chiave: delusione.

Dissoltesi le grandi ideologie alla base delle maggiori tradizioni politiche novecentesche, il neo-populismo postmoderno ha sfornato leader carismatici (come Berlusconi, Bossi, Di Pietro e Grillo) nonché cloni più volatili, del calibro di Renzi e Salvini. Negli ultimi anni, l’iter si è ulteriormente abbreviato: fulminee ascese e altrettanto repentine eclissi. Ora tocca a Giorgia Meloni, ma lo spartito è analogo: squillanti promesse, destinate ad annacquarsi rapidamente nei meandri della prosaica dimensione governativa, colonizzata da un establishment sempiterno e prono ai voleri dei soliti grandi decisori, non soggetti all’esame delle elezioni.

La dolorosa sparizione dell’Italia dallo scenario internazionale, a partire dallo scacchiere mediorientale, sembra lo specchio dell’altra deprimente assenza, quella europea. Se all’epoca della guerra fredda il cittadino comune poteva avere la sensazione di comprendere almeno gli snodi essenziali della geopolitica, oggi siamo di fronte a un caos brutale e pericoloso, di carattere sistemico, difficile da interpretare. Forse è il risultato terminale della “privatizzazione del mondo”, profeticamente paventata da Jean Ziegler nel 2003, due anni dopo l’infarto planetario dell’11 Settembre. Da allora, si è come scivolati lungo un inesorabile piano inclinato: le guerre imperiali americane, la crisi finanziaria e la tempesta europea degli spread, i tagliagole dell’Isis, il terrore pandemico gonfiato a dismisura.

 
Una sorta di monotonia del male, con alcui recenti diversivi: l’invasione russa nel Donbass e quella israeliana a Gaza.
 
Nel frattempo, gli architetti del dominio non demordono: alternano le treccine di Greta e le minacciose “profezie” di Davos, le “letterine” di Larry Fink per supportare la mega-supercazzola dell’elettrico, il delirio “gender fluid”, i disegni imperiali dell’Oms. Ultima offensiva: l’assalto all’agricoltura, baluardo domestico della sovranità alimentare. Estrema follia, incoraggiare l’abbandono delle coltivazioni (per “salvare il clima”, naturalmente, mentre avanzano farine d’insetti e cibi sintetici sotto cieli quotidianamente offuscati dalle strane nubi originate dalle scie degli aerei).
 
Se fosse un film tragicomico, di genere surreale e catastrofistico, sarebbe quasi divertente. Ben poco invidiabile, il ruolo dei governanti: ridotti a mere comparse, di fronte al grande gioco condotto sfrontatamente da una galassia di potentati finanziari.
 
Molti elettori – uno su due, praticamente – hanno smesso di votare: si sono convinti che la politica non possa fare più nulla di utile, per il cittadino. Temono che i politici di nuova generazione siano servili o timorosi: usi obbedir tacendo, onde non rischiare di fare la stessa fine dei veri leader, quelli di un tempo, che osarono sfidare i supremi padreterni. Mattei, Moro, Craxi: tutti caduti, uno dopo l’altro.
 
Provare a cambiare paradigma, restituendo sostanzialità alla democrazia? Nemmeno per idea: troppo pericoloso. E allora – ragiona l’astensionista – perché mai continuare a votare, sapendo già in partenza che il vincitore non vorrà o non potrà mantenere le sue promesse? Peraltro si tratta di propositi solo di facciata, spesso irrisori e mai tali, in nessun caso, da allarmare i grandi manovratori: nulla che metta davvero in discussione la sottomissione del cittadino e l’ordoliberismo autoritario che condiziona ogni aspetto del governo delle cose, dal lavoro alla scuola, passando per la sanità, la difesa, il welfare, la sicurezza sociale. In sostanza: il presente e il futuro dei cittadini, la loro libertà, i loro diritti.
 
Oltre all’astensionismo dolente di milioni di elettori, maturato nel silenzio della disillusione, oggi si fa notare anche la rivendicazione del non-voto come doverosa protesta e persino come pretesa frontiera civile. Ma si tratta di voci che restano isolate, orfane di programmi, disperse nell’anonimato.
 
Da un lato, le ricorrenti espressioni anti-sistema non sono mai uscite dalla loro nicchia. Dall’altro, la preoccupante censura dell’establishment – ormai estesa anche al web – non fa che alimentare l’indignazione, dando fiato persino ai complottismi più iperbolici.
 
L’oceano del dissenso accampa ragioni solide: non vede profilarsi alcun disegno dignitosamente politico. I partiti si limitano alla mera sopravvivenza, rinunciando a qualsiasi iniziativa. Peggio: appaiono intimoriti e subordinati a poteri superiori, per lo più economici. Sono quelli a dettare l’agenda. A decidere non è la politica, è il denaro. O meglio: chi lo detiene, chi lo emette, chi lo utilizza per governare il pianeta.
 
Tanto varrebbe – dice Bizzi – ricorrere alla pecunia anche per regolare la stessa partecipazione elettorale: che cosa accadrebbe, ai partiti, se la loro presenza fosse direttamente condizionata dall’impegno diretto dei cittadini? Forse sarebbe la fine della vecchia delega in bianco, quasi sempre affidata alle mani sbagliate.
 
Scoraggiare il voto, peraltro, è da sempre uno dei capisaldi di un certo potere: è più facile controllare un numero limitato di elettori, debitamente recintati all’intero di contrapposte fazioni fittizie. Neutralizzare il cittadino, svuotando la democrazia? Era l’imperativo categorico del Memorandum neoliberista di Lewis Powell, stilato mezzo secolo fa. Stessa musica, poco dopo, dagli aedi della Trilaterale: per gli autori de “La crisi della democrazia”, non c’è niente di meglio che instillare negli elettori una buona dose di apatia, proprio per dissuaderli dalla partecipazione alla vita pubblica.
 
Per questa via, si possono cogliere trionfi anche umoristici, come lo spettacolo offerto da chi ha applaudito di fronte a scelte demenziali: ad esempio il taglio del numero dei parlamentari, ottenuto dopo aver beotamente demonizzato la politica come categoria, criminalizzando le indennità di deputati e senatori nonché le flotte ministeriali delle auto blu.
 
Oggi, probabilmente, tanti novelli profeti dell’astensionismo militante non immaginano che la diserzione delle urne era esattamente la meta auspicata dal grande potere. “Io resto a casa”, recitava lo slogan infelice del lockdown. Oggi si può sicuramente comprendere chi intende “restare a casa”, evitando cioè di raggiungere i seggi elettorali: la prossima tappa, le europee, già si annuncia come un triste capolavoro di inutilità perfetta.
 
E se invece, per assurdo, un giorno cambiassero le regole, nel modo indicato da Bizzi? Quanti cittadini delusi continuerebbero a “restare a casa”? E poi: quanti politici rimarrebbero in circolazione, e per fare che cosa, se – prima del voto – dovessero davvero stipulare una sorta di contratto con l’elettore, guardandolo negli occhi e chiedendogli personalmente un contributo economico?

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  • Redazione

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