
di Francesco Pontelli
La democrazia rappresenta un valore in costante evoluzione e proprio per questo risulta esposta a tentativi di limitarla soprattutto in ambito europeo ma anche nazionale proprio da chi dovrebbe esercitare il potere per mantenerla tale.
La conservazione di uno stato democratico dovrebbe sempre risultare all’interno di un perimetro definito dagli stessi principi intuitivi della stessa democrazia.
Tuttavia, talvolta “in nome della preservazione della democrazia” proprio l’Unione Europea ha scelto di uscire da tale perimetro, come è successo in Romania recentemente con l’annullamento dei risultati elettorali.
La motivazione di questo intervento che traeva origine e giustificazione da un presunto condizionamento mediatico di una istituzione nemica, la Russia, all’interno del regolare svolgimento elezioni in Romania.
Quindi si è deciso di annullare l’esito di uno dei pilastri delle dinamiche democratiche rappresentato dall’istituto delle elezioni.
Tuttavia, tale intervento trova la propria giustificazione non in ragione di una sentenza dei giudici all’interno della quale fosse stata comprovata tale ingerenza fraudolenta di una forza straniera, finalizzata a manipolare le elezioni stesse.
Si è scelto, invece, di agire semplicemente sulla base di un “chiacchericcio istituzionale e mediatico” il quale può venire definito, in termini giuridici , la negazione di una sentenza degli organi preposti dallo stato di diritto.
Viceversa, questo intervento di genesi politica e certamente non democratica certifica una volta di più come la democrazia in Europa risulti sempre più in pericolo.
In quanto ogni tutela dei principi democratici trova la propria massima difesa se posta all’interno di una visione prospettica finalizzata alla conservazione delle caratteristiche, ma soprattutto avendo la capacità di valutare gli effetti nel medio e lungo termine di ogni proprio atto politico.
La strategia Europea trae fondamento da una contrapposizione militare alla Russia , ed ha determinato nell’ultimo periodo lo stanziamento di 800 miliardi per il riarmo: una opportunità presa al volo dal Bundestag il quale ha già ratificato la decisione Europea aprendo una inquietante replica di un pericoloso scenario storico.
Non andrebbe , infatti, sottovalutato come alle ultime elezioni in Germania legittimamente gli elettori tedeschi abbiano espresso un ampio sostegno al nuovo partito di AFD (circa il 20%), il quale tuttavia è stato estromesso da qualsiasi partecipazione ad un nuovo governo grazie ad un’alleanza tra CDU ed SPD , quest’ultimo il vero sconfitto dalle elezioni.
Questa alleanza sostanzialmente lascia inalterato il quadro politico precedente, testimoniato poi dalle incaute e sprezzanti dichiarazioni del primo ministro incaricato il quale ha affermato che molti degli obbiettivi dichiarati all’interno del proprio programma elettorale non sarebbero stati confermati tra le priorità governative e quindi rappresentavano semplicemente un argomento elettorale.
La riedizione, quindi , di una vecchia maggioranza unita alle incaute dichiarazioni di una figura politica decisamente imbarazzante come Merz, hanno causato una profonda delusione negli elettori di centro che si sono sentiti traditi , in quanto si vedono di nuovo alleati con la sinistra e contemporaneamente vengono azzerati gli elementi caratterizzanti del programma elettorale.
Non è difficile immaginare fin da oggi molto probabilmente, a meno di immediate elezioni anticipate, che tra cinque anni al nuovo appuntamento elettorale molti elettori di centro si rivolgeranno alla AFD come espressione di un voto di protesta.
La preoccupante sintesi politica, quindi, della decisione dell’Unione Europea di avviare nel 2025 una politica di riarmo inteso come fattore deterrente nei confronti di una possibile volontà di invasione del continente operata dalla Russia, un puro elemento squisitamente propagandistico, riuscirà a determinare tra cinque anni molto probabilmente in Germania un governo il quale comprenderà anche AFD nella propria maggioranza.
Quindi un esecutivo con una parziale ispirazione Nazional Socialista, si troverà alla guida della Germania e per la prima volta dal dopoguerra sarà tornata a rappresentare una potenza militare proprio grazie alla strategia politica del riarmo varata solo cinque anni prima dall’Unione Europea.
Quando, invece, per preservare l’assetto Democratico dell’Unione Europea da possibili incursioni destabilizzanti sarebbe stato sufficiente anche studiare un minimo la politica europea successiva alla seconda guerra mondiale.
Se veramente l’Unione Europea fosse stata pensata come elemento istituzionale per evitare la creazione di nuove basi per una nuova guerra mondiale, in questo contesto allora sarebbe stato anche sufficiente tenere sempre nella massima considerazione le parole di Winston Churchill, 1952: “Loro, i tedeschi, sono sempre stati il problema dell’Europa. Ne riparliamo tra cinquant’anni quando avranno rialzato la testa”.
Tornando, quindi, alla questione del mantenimento della democrazia anche all’interno di un’unione tra più stati europei emerge evidente la miopia in relazione alle conseguenze delle decisioni attuali dei vertici istituzionali europei in tema di riarmo.
La sintesi di questa mancata lungimiranza politica si dimostrerà con la progressiva marginalizzazione del continente europeo, destinato a diventare una terra di confine esattamente come la Corea e il Vietnam nel secolo scorso.
Così il continente europeo diventerà un territorio di guerre tra i due schieramenti, quindi sempre tra Occidente e Oriente, ma che ora vedrà contrapposti in campo Stati Uniti ed Arabia Saudita con i propri alleati, mentre sul versante opposto si schiereranno la Cina ed i suoi stati sostenitori come l’Iran.
Mai come ora emerge l’inconsistenza politica dei vertici europei, incapaci di visualizzare le conseguenze future delle proprie decisioni in quanto si preferisce valutare solo l’immediato ritorno elettorale o la risposta idonea ad interessi lobbistici.
Anche in questo modo in Europa vengono create le condizioni per un lento declino democratico verso scenari ancora inesplorati, ma storicamente già conosciuti.





