
Il grande bluff della finanza green: l’Europa spende trilioni, ma inquina di più e cresce di meno
Mentre Bruxelles continua a sbandierare la “transizione verde” come pilastro del futuro europeo, i numeri raccontano una storia diversa: la finanza green rischia di diventare una gigantesca macchina a debito. Gli economisti svizzeri e tedeschi, da Avenir Suisse all’Istituto Sturzenegger di Zurigo, parlano apertamente di “illusione contabile”: si investe su modelli che non reggono senza sussidi pubblici, mentre le industrie faticano e i bilanci statali si piegano.
Secondo il Financial Stability Report 2025, la sola transizione energetica europea costerà oltre 10.000 miliardi di euro entro il 2050, pari a quasi metà del PIL attuale dell’Unione. Gli incentivi “green” assorbono già il 12% del bilancio comunitario, ma le emissioni globali non diminuiscono: nel 2024 sono aumentate del 2,3%, trainate da Cina e India, che insieme generano più del 60% delle nuove emissioni mondiali.
Nel frattempo, la Germania – simbolo della transizione ecologica – ha registrato un PIL in crescita solo dello 0,2% nel 2024, con la produzione industriale ai minimi da quindici anni. In Italia, il costo medio dell’energia per le imprese è di 116 €/MWh, contro i 74 della Germania e i 69 della Francia. Un divario che erode competitività e margini, soprattutto nei settori energivori come acciaio, vetro, carta e ceramica, dove i costi energetici incidono fino al 40% del valore prodotto.
Gli effetti sono tangibili: negli ultimi tre anni, l’Europa ha perso oltre 400 mila posti di lavoro industriali, mentre le importazioni di acciaio e componentistica dall’Asia sono cresciute del 38%. Nel settore automotive, gli investimenti “green” non hanno frenato la crisi: la quota di produzione di auto elettriche europee è scesa al 23% del totale mondiale, mentre la Cina è salita al 58%, grazie a filiere integrate e prezzi più bassi del 40%.
Il paradosso è che la “finanza verde” stessa si regge su basi fragili: il mercato dei green bond europei ha superato i 1.700 miliardi di euro, ma solo il 38% dei progetti finanziati genera ritorni economici autonomi. Il resto dipende da garanzie pubbliche o da meccanismi di credito d’imposta, cioè da nuovo debito.
Gli analisti svizzeri avvertono: “La sostenibilità non può essere un atto di fede. Senza realismo industriale e innovazione tecnologica, la transizione ecologica rischia di trasformarsi nel più grande trasferimento di ricchezza dall’industria reale alla finanza speculativa.”
Il punto è chiaro: non è la “green economy” a essere sbagliata, ma il suo modello burocratico e autoreferenziale. Per l’Europa, tornare a produrre valore – energia, acciaio, tecnologia – potrebbe essere l’unico modo per rendere davvero sostenibile anche il verde.





