
Nel mondo è in atto un gioco geopolitico grande che è aperto su più aree e che ha al centro il dominio futuro delle risorse energetiche e delle materie prime necessarie a garantire sviluppo, sicurezza, egemonia.
Una di queste aree è l’America latina, dove Donald Trump, catturando il dittatore del Venezuela Maduro, oltre ad aprire una pagina nuova per la popolazione venezuelana, ha tagliato i ponti del regime di Caracas con la Cina (che importava il 6% del suo fabbisogno petrolifero), con l’Iran e ha praticamente distrutto la linea di sostegno a Hezbollah, che nel Paese latino americano aveva la sua base logistica più importante.
Delcy Rodríguez, la presidente ad interim del Venezuela dopo il blitz degli Usa contro Maduro, ha dato notizia su Telegram della conversazione telefonica avuta mercoledi con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il primo contatto diretto tra i due dall’insediamento del nuovo governo provvisorio venezuelano. Secondo quanto riferito, il colloquio è stato “lungo, produttivo e cortese” e si è svolto “in un clima di rispetto reciproco”.
Durante la telefonata, ha spiegato Rodríguez, sono stati discussi “un’agenda di lavoro bilaterale a beneficio dei nostri popoli” e “alcuni dossier ancora aperti nei rapporti tra i due governi”. Anche Il Presidente degli Stati Uniti ha annunciato di avere avuto “una lunga conversazione” con la Presidente ad interim del Venezuela e che tutto “va molto bene” con quel Paese.
“Abbiamo avuto una lunga telefonata, abbiamo discusso un sacco di cose, penso che tutto vada molto bene con il Venezuela”, ha detto Trump ai giornalisti nello Studio Ovale. Rodriguez è “una persona formidabile”, ha aggiunto Trump.
Rodríguez ha inoltre annunciato nel corso di una conferenza stampa, dove ha confermato la scarcerazione di 406 detenuti politici, che a Caracas “si apre a un nuovo momento politico che permette la divergenza e le differenze ideologiche”.
“Abbiamo già scarcerato 406 persone e il messaggio è molto chiaro. Il messaggio è quello di un Paese che si apre ad un nuovo momento politico che permetta intese nonostante le divergenze e le differenze politiche e ideologiche”. La presidente ad interim, affiancata dal fratello Jorge Rodríguez, presidente dell’Assemblea Nazionale, e dal ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, ha concluso dicendo: “Questa opportunità è affinché il Venezuela e il suo popolo possano vedere riflesso un nuovo momento in cui la convivenza, la coesistenza, il riconoscimento dell’altro, permettano costruire ed edificare una nuova spiritualità”.
In America latina, pertanto, si sta aprendo una fase nuova.
Nel quadrante del medio Oriente si sta svolgendo una partita complicatissima che potrebbe liberare, finalmente, l’area dalla presenza velenosa degli ayatollah iraniani, con la conseguenza di un mutamento sostanziale degli equilibri e con una stabilizzazione favorevole alle varie vie energetiche e di commercio attualmente bloccate a causa dell’azione costante di attacco ad Israele da parte di Teheran.
In Iran è in atto una vera e propria rivoluzione che Donald Trump ha promesso di aiutare. Nella notte tra mercoledì e giovedì, a quanto si apprende, un’azione militare era stata avviata ed è stata bloccata all’ultimo minuto. La giustificazione che riguarda il blocco delle esecuzioni è semplicemente ridicola, ma ha molto più credibilità la narrazione che riguarda il dissenso di Israele e dell’Arabia Saudita.
In una guerra ibrida, alla quale dobbiamo abituarci, una parte importante è giocata dalla narrazione degli avvenimenti e far sapere che Israele e Arabia Saudita hanno dissuaso Trump significa evidenziare al mondo che un eventuale attacco a Teheran da parte degli Stati Uniti riguarda solo loro e che qualsiasi ritorsione su altri non avrebbe alcun senso e sarebbe solo da catalogare come un’zione di guerra da parte dell’Iran.
La narrazione, a quanto pare, è una copertura totale di Israele e dell’Arabia Saudita, così come lo è l’arrivo nel Golfo Persico della portaerei Lincoln con la sua flotta aggregata, in quanto garantirà un possibile attacco in solitudine da acque internazionali, senza coinvolgere altri Stati dell’area.

Difficile pensare che gli Usa possano fidarsi della parola degli ayatollah, i quali aggiungono orrore ad orrore.
I fanatici che comandano in Iran hanno chiesto fino a 7 mila dollari per riavere i corpi dei manifestanti uccisi. La follia di questi folli fanatici non si arresta nemmeno di fronte alla morte.
A rivelare il nuovo orrore satanico è la Bbc, che ha raccolto le testimonianze di numerosi parenti delle vittime, secondo cui le richieste arrivano fino a 7 mila dollari (oltre i 6 mila euro). Come nel caso della famiglia di un operaio curdo che ha tentato di recuperare il corpo del proprio caro, ma non può farlo in quanto non ha la somma per pagare quello che appare a tutti gli effetti come un riscatto.
Si tratta di cifre molto alte, talora esorbitanti, rispetto a quanto guadagna la popolazione. Talvolta, il personale ospedaliero ha telefonato ai parenti delle vittime per avvisarli in anticipo di recarsi a ritirare le salme prima che le forze di sicurezza potessero estorcere del denaro.
L’Iran ha inoltre intenzione di mantenere il blackout di Internet a livello nazionale almeno fino al Capodanno iraniano, a fine marzo.
IranWire afferma che la portavoce del governo Fatemeh Mohajerani ha dichiarato che l’accesso ai servizi online internazionali non sarà ripristinato prima di Nowruz, che cade intorno al 20 marzo. Il gruppo di monitoraggio NetBlocks ha affermato che l’attuale blackout in Iran ha superato il precedente del 2019. “Nel 2019, dopo il ripristino della connettività, è stata resa nota la portata della brutale repressione”, ha affermato il gruppo in un post sui social.
Donald Trump, sulla questione iraniana, rischia di perdere la faccia e la credibilità.
L’inviato speciale degli Stati Uniti Steve Witkoff ha suggerito giovedì che l’amministrazione Trump preferisce una soluzione diplomatica, piuttosto che militare, alle tensioni in corso con l’Iran, innescate dalla violenza mortale del regime contro i manifestanti. Intervistato durante la conferenza del Consiglio israelo-americano in Florida, a Witkoff è stato chiesto se ritenesse probabile un attacco militare statunitense contro l’Iran. Ha risposto: “Spero che si arrivi a una soluzione diplomatica. Lo spero davvero”.
L’inviato statunitense ha affermato che un accordo diplomatico con l’Iran affronterebbe quattro questioni: “(1) l’arricchimento nucleare, (2) i missili – devono ridurre il loro inventario; (3) il materiale [nucleare] effettivo che hanno, che è di circa 2000 chilogrammi arricchiti tra il 3,67% e il 60%; e (4) i proxy.
Per gli iraniani che hanno creduto in un intervento capace di eliminare il regime satanico degli ayatollah è sicuramente una doccia fredda, ma è anche una pesante perdita di credibilità dell’Amministrazione Usa, che fa la voce grossa e poi si ritira nelle solite manfrine di trattative con un soggetto politico e statuale che ha dimostrato di essere composto da feroci assassini la cui parola non vale assolutamente nulla.
Secondo il Wall Street Journal, Trump continuerà a monitorare la risposta dell’Iran alle manifestazioni prima di decidere l’entità dei possibili attacchi contro il Paese, dopo essere stato informato che è improbabile che un attacco su larga scala possa rovesciare la Repubblica islamica e potrebbe portare a un conflitto più ampio. Citando funzionari statunitensi, il rapporto afferma che i consiglieri di Trump gli hanno detto che gli Stati Uniti hanno bisogno di più risorse militari in Medio Oriente per portare a termine un attacco significativo, nonché per proteggere sia le truppe americane nella regione sia le nazioni alleate come Israele, qualora l’Iran rispondesse. Il giornale ha affermato che sia funzionari statunitensi sia non meglio specificati partner mediorientali hanno riferito alla Casa Bianca che era improbabile che attacchi su larga scala potessero far cadere il regime e che, sebbene un attacco più mirato avrebbe potuto risollevare il morale dei dimostranti, era improbabile che potesse porre fine alla repressione mortale dei manifestanti.
Secondo i funzionari citati nel rapporto, Trump ha chiesto che le risorse militari vengano spostate in posizione nel caso in cui decidesse di ordinare attacchi intensivi, ma non ha ancora preso una decisione.
Se le risorse arriveranno e Trump deciderà per la via diplomatica avrà perso la faccia e la credibilità.
Come si fa a dire agli iraniani di protestare, di prendere in mano le istituzioni, assicurando che poi gli Usa sarebbero arrivati e poi trattare con le jene. Con le jene non si fanno accordi; si condividono cadaveri.
Nel frattempo in un altro quadrante si sta svolgendo il gioco della foca: un diversivo per gli impotenti.
Starmer, Macron e Merz vogliono inviare uomini in Groenlandia. Il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto sulla spedizione in Artico ha detto: “Da tempo la Difesa si interessa dell’Artico, con la marina, l’aeronautica, l’esercito. Le esercitazioni non sono iniziate adesso. E che non sono sicuramente 15 soldati mandati in Groenlandia. Mi chiedo a fare cosa? Una gita? 15 italiani, 15 francesi, 15 tedeschi: mi sembra l’inizio di una barzelletta”.
A dare il via alla barzelletta sono stati i primi soldati tedeschi, arrivati nella capitale della Groenlandia, Nuuk, come riporta Bild. Nel pomeriggio di ieri l’aereo è atterrato all’aeroporto commerciale con a bordo 15 soldati e ufficiali provenienti da tutte le forze armate della Bundeswehr (aeronautica, marina e esercito), e soldati danesi.” Si tratta di soldati esperti, tra cui logistici ed esperti di trasporto aereo”, ha dichiarato un portavoce del ministero della Difesa tedesco. Il loro compito è, sotto la guida danese, valutare come poter organizzare un’esercitazione di grande scala in Groenlandia, su invito della Danimarca e non come esercitazione Nato. Non è ancora chiaro quanto rimarranno in Groenlandia.
Un’esercitazione Nato non può che aversi con la partecipazione degli Usa. Un’esercitazione di europei che non sia Nato cosa è? Un’aperta rottura dell’Allenza Atlantica? Una buffonata? Una barzelletta? Il frutto di una disperazione?
La verità è che i Paesi europei mandano i loro soldati a piantare bandierine per dire che anche loro vogliono partecipare alla spartizione delle risorse groenlandesi.
Mentre su altri quadranti internazionali si giocano partite pericolose, sulle quali Trump può anche perdere credibilità, faccia e futuro politico, agli europei è stato donato il “Gioco della foca” da giocare in Groenlandia come diversivo per la situazione di perdita di senso dei “Volonterosi” e in vista del prossimo licenziamento della baronessa von der Leyen.





