Il diritto internazionale: lo scudo dei carnefici e il manganello dei vinti (l’Iran come cartina di tornasole)
Nel grande circo della geopolitica il diritto internazionale entra in scena vestito da agnello, ma lavora come un cerbero addestrato male: ringhia solo contro chi è già a terra. Ai potenti veri, quelli che sparano, impiccano e oscurano internet, concede invece il beneficio dell’incenso.
L’Iran di oggi è il suo specchio più onesto. Un Paese attraversato da proteste popolari — non rivoluzioni romantiche, ma urla di fame, inflazione e dignità — risponde con la grammatica consueta dei regimi teocratici: proiettili veri, corpi giovani sull’asfalto, città ammutolite a colpi di blackout. Il silenzio come politica di Stato. La paura come ordine pubblico.
Di fronte a tutto questo, la liturgia internazionale si mette in moto. Le Nazioni Unite “esprimono profonda preoccupazione”, formula che ormai equivale a un’alzata di spalle in giacca e cravatta. ONG, summit, risoluzioni: carta che fruscia mentre il sangue asciuga. La norma si moltiplica, la giustizia evapora.
Intanto, uomini e ragazzi qualunque — uno si chiama Erfan Soltani, ma potrebbe chiamarsi come vostro figlio — finiscono nel tritacarne giudiziario di uno Stato che chiama “legge” il manganello e “processo” il cappio. Nessuna garanzia, nessun diritto: solo l’arbitrio, amministrato in nome di Dio e custodito dalla polizia.
Ed ecco il trucco. Se una potenza occidentale osa anche solo ipotizzare un intervento — non per conquista, ma per fermare un massacro — il diritto internazionale viene riesumato come un codice penale sacro. Articoli, commi, divieti: improvvisamente la legalità diventa una clava. Non per chi uccide, ma per chi tenta di interrompere l’uccisione.
I regimi canaglia violano ogni regola con la disinvoltura di chi sa di non dover pagare il conto. Sparano e parlano di “sovranità”. Impiccano e invocano la “non ingerenza”. Il diritto, anziché limitarli, li copre come una coperta corta: lascia scoperti i morti e scalda i carnefici.
Così l’ordine mondiale fondato sulle regole si rivela per ciò che è diventato: una superstizione laica, buona per i convegni e inutile nelle piazze. Un libro di formule magiche che produce indignazione verbale e impotenza pratica. Un alibi, non una difesa.
Le strade di Teheran, come tante altre prima di loro, lo hanno già capito. Lì il diritto non arriva. Arrivano i proiettili. E mentre un popolo chiede pane e libertà, l’Occidente conta le virgole delle risoluzioni.
Se questa è la sua funzione, allora diciamolo senza ipocrisie: il diritto internazionale non è lo scudo dei deboli, ma l’ombrello dei forti. Serve a proteggere chi domina e a disciplinare chi prova a disturbare l’ordine costituito, anche quando quell’ordine puzza di sangue.
E finché la “preoccupazione” e la riprovazione resteranno le uniche risposte a un massacro, la giustizia globale non sarà altro che un elegante esercizio di calligrafia sopra una fossa comune.
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