
di Saul Tonazot
Nel tempo che precedette il tempo, quando il cielo era un velo di seta turchese steso sul silenzio dell’infinito, vi fu un Re senza nome che regnava su un regno senza confini. Il suo trono non era di pietra né d’oro, ma d’aria e luce. Nulla mancava al Sovrano: egli conosceva ogni pensiero prima che nascesse, ogni stella prima che ardesse, ogni parola prima che fosse pronunciata. Eppure, in quella pienezza, giacque un desiderio, sottile come un refolo d’alba: il desiderio di dimenticare.
«Conosco tutto», mormorò al vento che gli sedeva accanto, «ma non conosco me stesso se non attraverso lo specchio dell’illusione.»
Così creò un Giardino. Ma non un giardino come quelli degli uomini, bensì un luogo dove i pensieri diventavano alberi, le emozioni scaturivano in ruscelli e il tempo si piegava in curve morbide come le ciglia di un bambino dormiente. In quel Giardino, il Re si sparse in mille frammenti; e ciascuno divenne un’anima.
Una di queste anime prese forma in un giovane chiamato Elian, che si risvegliò un giorno fra i rami scarlatti di un salice che piangeva luce anziché lacrime. Non sapeva da dove veniva, né chi fosse. Ma dentro di lui ardeva un’inquietudine, come se qualcosa lo chiamasse oltre il velo dell’apparenza.
Camminò per giorni, poi per anni, nel Giardino. Vide montagne che si dissolvevano in nebbia al suo passaggio, incontrò uomini con volti di specchio e bambini che parlavano in sogni. Gli uccelli cantavano lingue dimenticate e ogni fiore sembrava custodire un segreto. Ma, per quanto si spostasse, tutto pareva riflettere se stesso, come se il Giardino fosse una vasta stanza di specchi e lui l’unico attore sul palcoscenico.
Un giorno, Elian giunse al centro del Giardino: una radura di luce aurea, dove il silenzio pesava come una corona. Lì sedeva una donna, vestita di notte stellata. E i suoi occhi erano abissi d’eternità.
«Chi sei?», chiese Elian.
La donna non rispose. Gli porse invece uno specchio; e in esso Elian vide se stesso… ma era il Re. Non un uomo, non un’anima, ma il Sovrano del Tutto, che aveva scelto di perdersi per ritrovarsi.
Il giovane cadde in ginocchio e, in quel gesto, il Giardino tremò. Ogni albero, ogni ruscello, ogni creatura si dissolse come nebbia al sole. Il tempo cessò, lo spazio si raccolse come una pergamena letta fino all’ultima parola.
Elian si risvegliò. Era sempre stato sveglio, eppure dormiva ancora. Era il pensiero di Dio, che si era fatto sogno per imparare a guardarsi con occhi nuovi.
E così, finalmente, comprese: non vi era né inizio né fine, ma solo un eterno gioco di maschere, un teatro sacro dove il Sé si traveste per superarsi, dove la vita è sogno; e il sogno è la via al Risveglio.
E chi legge queste parole, forse, non è che un altro Elian, a pochi passi dalla radura dell’Ombra Dorata.





