
di Angelo Giubileo
Avevo già acquisito una certa familiarità, in ordine di tempo, con i testi dell'”Edda” (Adelphi 2020) e della “Voluspa’” (Carocci 2014), preceduti dalla lettura, più volte ripetuta e approfondita, di “Il mulino di Amleto”, che ai miti norreni e innanziutto indoeuropei fa esplicito richiamo quale forma del “pensiero iniziale” così come l’intende Martin Heidegger.
Ora, l’uscita in italiano di “Gli dei maledetti” di Jean Mabire, per la casa editrice Moira, direi soprattutto che conferma l’ipotesi storica di un’altra “fede”, che precede e ritorna nel senso nietzscheano, “quella di Odino rispetto a quella di Giove”; anche se, come riportato nella citata edizione in nota, “è la natura stessa della fede che deve diventare diversa. Da un lato, la nuvola, e dall’altro, il reale”.
Così che, se la fede degli “dei maledetti” inizia con un uccisione, pur sempre rituale (dal sanscrito rta), nondimeno – come enucleato nel libro postumo di Roberto Calasso, “Sotto agli occhi dell’Agnello” – l’agnus occisus appare sia prima della creazione che dopo l’apocalisse finale, a separare i “vivi” dai “morti”.
E dunque si tratta piuttosto di un’unica fede, che tuttavia trascende, e cioè oltrepassa “il pensiero dell’inizio e di ogni inizio che è”.
La fede, quest’unica fede di cui si è detto, intende l’essere, e la vita, come un atto di volontà di potenza ovvero ciò che lo stesso Heidegger chiama “metafisica” e consiste nella “riduzione a un rapporto di forze”.
A differenza di ciò che dice invece Epicuro, che non è il primo e non è quindi il solo, così come precisato da Plutarco nell'”adversus Colotem”, e cioè: una partecipazione casuale dell’ente che a(c)cade “lungo il corso del man-tenimento dell’essere” che, come anticipato da Parmenide – che Plutarco dice essere il primo per quanto riguarda la scienza o arte greca della filosofia: “è e non è possibile che non sia, (mentre) il non essere non è e non è possibile che sia”.
Ma: tutto ciò che è il detto e il pensiero dell’inizio, in linea con la più antica tradizione hindu (cfr. B. G. Tilak in “Orione”) già presente nei Veda.





