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Il Campo Marcio dei social della “controeducazione”

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Per Tik Tok, facciamo come gli USA – Indagare a fondo chi gestisce canali e siti web – Il vulnus è la destrutturazione della famiglia e del principio di autorità – Dietro le quinte intelligenze raffinate – Il colpevole del disagio sociale è l’Unione Europea

Il continuo annuncio di eventi eversivi, rilanciati da vari canali e siti web, presuppone che su questi e sulle persone che li gestiscono siano effettuate indagini accurate da parte degli organi dello Stato e anche dai servizi, in quanto è necessario smontare tutte le ramificazioni, comprese quelle di coloro che sostengono, amplificano, fanno da contorno ad un mondo che ormai è del tutto chiaro essere volto a scardinare l’ordine pubblico e a creare caos.

Indagini approfondite anche dei collegamenti internazionali sono necessarie e non farle sarebbe una grave omissione.

Dopo il Comitato per la Sicurezza in Prefettura a Milano, il ministro Piantedosi ha detto a chiare lettere che non c’è “ancora nessuna evidenza di legami con la Francia e con la Russia. È emerso – ha spiegato il responsabile del Viminale – anche dalle analisi che hanno fatto gli specialisti e anche appartenenti all’autorità giudiziaria: qualcosa di mai visto mai visto al mondo. È un fenomeno assolutamente nuovo, inedito insidiosissimo, molto fluido che non ha un riferimento percepibile a quelle che sono organizzazioni tradizionali alle quali le forze di polizia si contrappongono di tipo antagonistico o quant’altro”.

La denuncia di Crosetto sulla controeducazione

Campo Marcio Social

Il ministro della Difesa Guido Crosetto, intervenendo al Defense Procurement Forum, ha però introdotto un ragionamento che va attentamente preso in esame.

“I fatti di Milano e di altre parti d’Italia – ha detto Crosetto – sono una cosa profondamente diversa da quelli che abbiamo vissuto in altre epoche e sono il frutto, il punto di arrivo di una cosa che io, inascoltato, richiamo da quattro anni: la guerra ibrida che qualcuno sta portando nelle nostre nazioni con strumenti non convenzionali, che si chiamano TikTok, che si chiamano social, che si chiamano Youtube, senza che l’Occidente se ne renda conto e in qualche modo reagisca”.

“Se tre ragazzi su dieci, e non parliamo di ragazzi di seconda generazione o di ‘maranza’, se tre ragazzi principalmente italiani su dieci hanno partecipato alle manifestazioni, se sei ragazzi su dieci le condividono, è perché hanno in questi anni subito una controeducazione in un luogo in cui passano più tempo, non nelle famiglie e neanche a scuola, e che in qualche modo ha dato loro punti di riferimento, valori, ambizioni, una visione del mondo che è in conflitto con il mondo in cui vivono e con la società in cui viviamo, e anche con le regole democratiche della società in cui viviamo”.

Crosetto identifica un fenomeno assai serio e preoccupante.

La percentuale di giovani che utilizzano TikTok varia leggermente a seconda della fascia d’età considerata e dell’area geografica (Italia, Europa o Stati Uniti), ma mostra in modo omogeneo come la piattaforma sia diventata uno dei principali canali di comunicazione per la Generazione Z e per gli adolescenti.

Fasce d’età giovanili e tassi di utilizzo

Utilizzo di TikTok

Adolescenti (13 – 17 anni)

Circa il 68% – 74% degli adolescenti tra i 13 e i 17 anni utilizza TikTok regolarmente. Più di 1 ragazzo su 5 (21%) dichiara di utilizzare la piattaforma «quasi costantemente» durante la giornata.

Giovani adulti (18 – 24 anni / Gen Z)

Circa il 63% – 67% dei giovani sotto i 30 anni utilizza abitualmente l’applicazione. La fascia 18-24 anni rappresenta il blocco demografico numericamente più grande sul totale degli utenti della piattaforma.

Dati demografici e composizione dell’audience

Peso dei giovani sul totale utenti: circa il 47% – 50% di tutti gli utenti complessivi di TikTok ha meno di 30 anni.

Genere – Tra il pubblico giovanile si registra una leggera prevalenza femminile nell’intensità di utilizzo quotidiano e nella fruizione costante di contenuti.

La situazione in Italia e in Europa

In Italia, i dati di presenza della piattaforma contano oltre 23,9 milioni di utenti attivi mensili.

Sebbene in Italia l’uso dei social network tra i giovani (16 – 29 anni) si attesti complessivamente attorno all’80,3% (rispetto a una media UE dell’89%), TikTok è, insieme a YouTube e Instagram, il servizio primario per la fruizione di video brevi e l’informazione rapida nella fascia d’età compresa tra i 12 e i 22 anni.

TikTok è cinese

TikTok appartiene alla società tecnologica ByteDance Ltd., un gigante del settore tech fondato nel 2012 a Pechino dall’imprenditore ed ingegnere informatico cinese Zhang Yiming.

La struttura societaria e la proprietà si articolano in questo modo:

La proprietà di ByteDance (la società madre) – ByteDance è una società privata globale non quotata in borsa, il cui capitale è così suddiviso:

~60% – Fondi di investimento internazionali; in gran parte statunitensi e globali, tra cui Sequoia Capital, General Atlantic, Susquehanna International Group (SIG), KKR e SoftBank.

~20% – Fondatore e Founders: Zhang Yiming detiene circa il 20 – 21% delle azioni economiche, ma mantiene il controllo decisionale sull’azienda grazie a un sistema di azioni con diritti di voto maggiorati (super-voting shares).

~20% – Dipendenti: azioni distribuite ai dipendenti della società in tutto il mondo tramite piani di incentivo.

Chi guida e gestisce l’azienda

CEO di TikTok – L’amministratore delegato globale di TikTok è Shou Zi Chew, manager di nazionalità singaporiana in carica dal 2021.

CEO di ByteDance – Il ruolo di CEO della casa madre ByteDance è coperto da Liang Rubo (co-fondatore ed ex compagno di università di Zhang Yiming).

Fare come ha voluto Trump per il mercato USA

A seguito delle pressioni e delle normative statunitensi sul rischio di sicurezza dei dati nazionali, l’operatività negli Stati Uniti è stata separata dal resto del mondo e affidata alla TikTok USDS Joint Venture LLC.

In questo veicolo statunitense: 80,1% è controllato da investitori occidentali (tra cui Oracle, Silver Lake e il fondo MGX) e il 19,9% rimane a ByteDance.

Una prima decisiva operazione che il Governo dovrebbe avviare è quella di imitare gli Stati Uniti d’America, imponendo a TikTok, salvo oscurarlo, di affidare a una joint venture controllata da capitale italiano o, comunque occidentale (meglio se USA), la piattaforma utilizzabile dagli utenti italiani.

Sempre il Governo dovrebbe attivare una task force specifica multiforze e di intelligence, dedita al monitoraggio dei social, dei messaggi veicolati e delle possibili relazioni con interventi stranieri.

Chiudere la fase del sociologismo giustificazionista

In questo Paese che si presume ancora democratico, credo e spero sia possibile dissentire dalle opinioni del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dell’ex Presidente del Consiglio Mario Draghi, che riflettono una lettura macro-economica e istituzionale della crisi giovanile, ponendo l’accento sulle cause strutturali del malessere e differenziandosi dal focus puramente securitario adottato dal Governo.

In questo momento introdurre differenziazioni sulla necessaria opera repressiva della sedizione eversiva non giova sicuramente alla democrazia e alla salvaguardia delle istituzioni e della sicurezza dei cittadini.

Pur condannando fermamente la violenza e la guerriglia urbana, Mattarella e Draghi hanno invitato le istituzioni a non ridurre la protesta a una mera questione di ordine pubblico.

Draghi: Il “blocco delle aspettative” e la società anziana

In un’intervista rilasciata a Bloomberg, Mario Draghi ha analizzato l’ondata di proteste giovanili (registrata in Italia e in altri contesti europei), individuandone le cause profonde in una sensazione di non ascolto: «La spiegazione più solida risiede nel blocco delle aspettative: i giovani hanno la sensazione che nessuno li ascolti».

Draghi ha spiegato che in un’Europa caratterizzata da crescita economica debole e da una popolazione anziana e ricca, i meccanismi decisionali tendono a rimanere saldamente in mano alle generazioni più anziane. Questo porta i giovani a sentirsi privi di rappresentanza e di mobilità sociale.

L’ansia generazionale è alimentata dalle difficoltà nell’inserimento lavorativo e dalla rapidità delle trasformazioni tecnologiche e ambientali. Draghi ha ribadito che la violenza e gli scontri «vanno condannati in tutte le circostanze», pur rilevando che il nocciolo della questione resta l’insoddisfazione per la percezione di un’ingiustizia sociale diffusa.

Sergio Mattarella: farsi carico del malessere e sostenere il welfare

Intervenendo al Quirinale alla cerimonia dei Cavalieri del Lavoro, il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha richiamato le istituzioni a un approccio sistemico e di ampia visione. Mattarella ha affermato che «bisogna farsi carico del malessere dei giovani», definendo la condizione giovanile una priorità che deve coinvolgere l’intera società.

Il Presidente ha sottolineato che il modello di sviluppo futuro non può prescindere dalla sostenibilità sociale, dalla protezione e dal welfare, elementi indispensabili per evitare la sfiducia istituzionale e la spaccatura generazionale.

Il colpevole del disastro generazionale è l’Unione Europea

I due autorevoli personaggi avrebbero dovuto, diciamo pure dovrebbero, anche individuare chi ha disastrato il mercato del lavoro, impoverito l’Europa, ridotto ai minimi termini il welfare. Il responsabile politico di questa situazione disastrosa ha un nome preciso: Unione Europea.

La responsabilità del degrado sociale e occupazionale evidenzia tipicamente tre pilastri.

Le politiche di disciplina di bilancio (rigore fiscale, contenimento del deficit e del debito) introdotte dal Trattato di Maastricht fino al Fiscal Compact hanno ridotto lo spazio di spesa pubblica degli Stati membri. Ciò si è tradotto in tagli strutturali alla sanità, all’istruzione, ai trasporti e al sistema di protezione sociale (welfare).

Le direttive e le raccomandazioni europee dagli anni ’90 in poi (politiche di deregolamentazione e “flessicurazione”) sono state percepite come una leva per comprimere il costo del lavoro e promuovere forme contrattuali atipiche o precarie, riducendo le tutele storiche dei lavoratori e il potere contrattuale dei sindacati.

In assenza della leva del cambio valutario, l’aggiustamento macroeconomico per la competitività dei Paesi del Sud Europa si è scaricato sulla svalutazione interna, ossia sul contenimento o sulla stagnazione dei salari reali rispetto all’inflazione e al costo della vita.

La responsabilità delle élite tecnocratiche

Il punto di rottura risiede nel ruolo dei tecnocrati e delle istituzioni europee (Banca Centrale Europea, Commissione Europea). Va contestato il fatto che figure apicali e di alto profilo istituzionale ed economico (come Draghi nel suo passato da Presidente della BCE o governante) abbiano gestito e promosso la transizione ordoliberale, per poi oggi limitarsi a rilevare con rammarico i sintomi del disagio (il “blocco delle aspettative” giovanile o la contrazione della crescita).

Va sottolineata l’incoerenza di chi individua la causa della crisi nella sola dinamica demografica o nell’inazione dei governi nazionali, ignorando come le regole del Patto di Stabilità e le condizionalità comunitarie abbiano di fatto incatenato le politiche economiche di sviluppo dei singoli Paesi.

Misure repressive e eliminazione delle cause

Eliminare le cause del disagio sociale significa mandare all’aria questo assetto dell’Unione Europea, chiudendo la fase delle follie green e delle logiche dei Paesi frugali, rilanciando la capacità produttiva del Vecchio Continente.

Questa è la proposta politica, industriale ed economica che si contrappone al modello d’integrazione europea prevalente dagli anni ’90 a oggi. Questa visione individua il problema principale non nei “ritardi di adeguamento” dei singoli Paesi alle direttive comunitarie, ma nell’impostazione ideologica e strutturale dell’Unione Europea, identificando tre pilastri di discontinuità radicale:

Il Superamento del Green Deal e delle “Politiche di Transizione”

Il Green Deal (con le relative scadenze stringenti sul settore automobilistico, sull’efficientamento energetico degli immobili e sulle emissioni) è stato trasformato in una forma di de-industrializzazione programmata.

I prezzi dell’energia e dell’elettricità per le imprese europee rimangono strutturalmente più alti rispetto a quelli degli Stati Uniti e della Cina. Imporre standard ecologici rigidi senza prima garantire energia a basso costo e autonomia sulle materie prime critiche viene percepito come un suicidio industriale a vantaggio delle potenze extra-UE.

I Paesi cosiddetti “frugali” (Paesi Bassi, Paesi scandinavi, Austria) hanno storicamente preteso e ottenuto il mantenimento di rigidi parametri di bilancio (il rientro dal debito e tetti di spesa netta).

Per un’economia industriale che necessita di massicci investimenti pubblici in infrastrutture, ricerca e difesa, l’imposizione di regole fiscali punitive e l’assenza di un vero debito comune permanente limitano la capacità di reazione dei Paesi del Sud e centro Europa rispetto ai sussidi a pioggia erogati dagli USA (Inflation Reduction Act) o dal modello statalista cinese.

La conseguenza esplicita è il ritorno a un modello economico basato sull’economia reale, manifatturiera e strategica, svincolato dai dogmi del libero mercato spinto e della deregolamentazione finanziaria.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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