Un’area che conosce costanti e rapidi sviluppi
L’assai eloquente cartina del quadro afro-mediorientale illustrata pochi giorni fa dal premier Netanyahu durante la sua presentazione della sicurezza nazionale non pare aver suscitato molte attenzioni da noi, per quanto le attuali guerre israelo-americane nella regione non siano certo percepite come un argomento ormai archiviato.
In principio opera della fondazione tedesca Friedrich-Ebert-Stiftung, descrive le varie alleanze oggi contrapposte nell’area, dalle più alle meno note o ufficializzate ed è soprattutto una di quelle notizie la cui rilevanza è rimasta in ombra presso i nostri media: vuoi per distrazione, vuoi per una precisa e comprensibile volontà “politico-editoriale”.
Se non desta sorpresa l’Alleanza Esagonale Israele – EAU, neanche lo fanno il Diamante Sunnita, con Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan, o l’Asse della Resistenza, con Iran, Hezbollah, Ansarallah e Hamas; e così le alleanze esterne che tutti questi blocchi hanno in Paesi “terzi” dove, tramite i propri referenti locali, concorrono in simultanea.
Certo, si può discutere dell’approssimazione con cui alcuni partner ufficialmente esterni sono elevati invece al rango di membri a pieno livello di uno o l’altro blocco; come l’Egitto dentro l’alleanza definita Diamante Sunnita, evidentemente al fine d’intendere una coalizione più vasta rispetto al Patto della Mecca, seppur informale.
E così pure Hamas nell’Asse della Resistenza: i contatti e il sostegno, proprio come nel caso della Jihad Islamica, sono accertati, ma l’idea dei “proxy” spesso diffusa appare ancora lontana dal vero e non diversamente si potrebbe dire anche per gli altri membri stessi dell’Asse, libanesi, yemeniti, e non solo.
A ogni modo, il quadro che ne emerge è fedele.
A incuriosire, ma ciò vale giusto per i meno ragguagliati, sono le alleanze esterne che ognuno di questi blocchi coltiva.
Non lo dico tanto per il Diamante Sunnita, i cui buoni uffici, diretti e indiretti, dei governi coi Paesi in verde chiaro sono cosa nota e accertata già dalla sola cronaca giornalistica; ma per l’Alleanza Esagonale, in passato, sotto Ben Gurion presidente, era Alleanza di Periferia, poi evolutasi, con Netanyahu, proprio con tale nuovo formato, dove, come partner esterni o amichevoli, figurano la Grecia, Cipro e l’Etiopia, lo stato federato somalo settentrionale del Puntland e quello secessionista e non riconosciuto del Somaliland, insieme al governo sudanese parallelo delle RSF di Hemedti (TASIS).
Non mancano, poi, governi di altri Paesi ancora, che si bilanciano tra le opposte alleanze, come quelli di Azerbaigian e Libia di Haftar, tra Diamante Sunnita e Alleanza Esagonale, e India, tra entrambe, ma al contempo giudicata amichevole ossia in riavvicinamento anche dall’Iran e, più indirettamente, dall’Asse della Resistenza, mentre l’Iraq appare, in tutta questa grafica, come la vera grande novità di una macroregione che sta conoscendo continui e rapidi sviluppi.
Se il ruolo di Paesi come la Libia, l’Azerbaigian o l’India in questi mesi ha destato più di una curiosità, dal Sahel, nel caso libico, al Caucaso, dall’Asia Centrale al Medio Oriente, seppur in modo non poi più di tanto sorprendente, ed è perciò comprensibile anche la correzione del tiro che, rapidamente, hanno registrato soprattutto nelle ultime settimane, a riprova delle nuove prospettive emergenti dalla catena di conflitti attuali, quello dell’Iraq appare, invece, il più significativo.
La guerra israelo-americana all’Iran e all’Asse della Resistenza ha infine sortito, come non voluto effetto per coloro che l’hanno intrapresa, la “de-americanizzazione” di Baghdad.
Da settembre le truppe americane hanno evacuato il Paese, mentre le Forze di Mobilitazione Popolare – gli alleati locali dell’Asse della Resistenza – hanno acquisito un crescente peso specifico sulla politica interna.
È la cartina di un’area che conosce costanti e rapidi sviluppi: i suoi colori continueranno a cambiare e altre righe si aggiungeranno.
Non il 28 febbraio, ma ancora mesi dopo in tanti non l’avrebbero concepita così. Forse, è anche per questo motivo se la notizia, qua da noi, non ha ricevuto tanta enfasi.





