Trump, Xi e Putin in procinto di decidere gli equilibri dell’Europa
Ci sono notizie che inquietano non soltanto per quello che raccontano, ma per ciò che lasciano intravedere.
E questa, riportata da Maurizio Molinari e pubblicata dal Wall Street Journal, è una di quelle.
Vladimir Putin avrebbe proposto a Donald Trump e Xi Jinping un vertice a tre, da tenersi in Cina il prossimo novembre, per discutere la fine della guerra in Ucraina.
Senza Zelensky. Senza l’Ucraina. Senza l’Europa.
Per ora è una proposta, non un incontro concordato.
Lo ha confermato anche il segretario di Stato americano Marco Rubio: se ne è discusso, ma non esiste ancora una decisione definitiva.
Eppure, è proprio l’idea che sta dietro quest’iniziativa a impressionarmi profondamente.
Tre uomini, alla guida di tre grandi potenze, che potrebbero sedersi intorno a un tavolo per decidere il destino di un Paese che, da oltre quattro anni, combatte contro un’invasione.
E, indirettamente, gli equilibri dell’intero continente europeo.
Mi è venuta immediatamente in mente Yalta.
Febbraio 1945. Franklin Delano Roosevelt, Winston Churchill e Iosef Stalin si incontrano in Crimea, mentre la Seconda guerra mondiale sta per concludersi.
Discutono il futuro della Germania, della Polonia, dell’Europa liberata dal nazismo. Promettono elezioni democratiche, stabiliscono principi e accordi per il dopoguerra.
Ma, dietro quelle decisioni, esiste già una realtà terribile: l’Armata Rossa occupa militarmente gran parte dell’Europa orientale.
E Stalin non ha alcuna intenzione di rinunciare al controllo dei territori conquistati.
Non fu Yalta, da sola, a dividere l’Europa.
Furono, soprattutto, la forza militare sovietica e le successive imposizioni politiche a trasformare Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria, Cecoslovacchia e altri Paesi in Stati subordinati a Mosca.
Popoli interi persero la possibilità di scegliere liberamente il proprio destino. Per decenni vissero sotto regimi comunisti sostenuti dall’Unione Sovietica.
Quando tentarono di ribellarsi, come in Ungheria nel 1956 e in Cecoslovacchia nel 1968, arrivarono i carri armati.
Ecco che cosa significa, nella sua espressione più drammatica, quando le grandi potenze pretendono di decidere il destino degli altri.
Oggi la storia non si ripete nelle stesse condizioni. Ma riconosco qualcosa di profondamente inquietante nella logica che sembra ispirare la proposta di Putin.
La Russia invade uno Stato sovrano, ne occupa parte del territorio, ne contesta l’indipendenza politica e poi propone di negoziarne il futuro con Washington e Pechino, senza la presenza del Paese aggredito.
Putin potrebbe ottenere così qualcosa che va ben oltre un accordo territoriale: il riconoscimento della Russia come potenza autorizzata a decidere gli equilibri dell’Europa orientale.
Xi Jinping, da parte sua, avrebbe l’occasione di consolidare il ruolo della Cina come interlocutore indispensabile negli affari mondiali.
Ma Pechino deve anche considerare le proprie relazioni economiche con l’Europa e le conseguenze diplomatiche di un simile incontro.
E Trump?
È proprio la sua posizione che mi preoccupa maggiormente.
Negli ultimi giorni ha difeso la decisione di alleggerire alcune sanzioni contro Mosca, sostenendo di non voler compromettere i negoziati.
Ha contemporaneamente rivolto nuove accuse a Zelensky, arrivando a mettere in discussione la sua volontà di porre fine alla guerra.
Ma la pace non può essere semplicemente la cessazione delle ostilità alle condizioni dell’aggressore. Deve affrontare anche il problema della sovranità, della sicurezza e della possibilità che l’aggressione si ripeta.
E, soprattutto, non può essere imposta a chi ne subirà le conseguenze.
C’è, infine, una questione che considero persino più grande dell’Ucraina.
Dove sarebbe l’Europa?
Un continente di centinaia di milioni di cittadini, con istituzioni democratiche, economie avanzate e una storia pagata con due guerre mondiali, potrebbe ritrovarsi escluso da una discussione che riguarda direttamente la propria sicurezza.
Non penso che Putin possa oggi inghiottire l’Europa come Stalin riuscì a sottometterne la parte orientale dopo il 1945. Le condizioni storiche, politiche e militari sono profondamente diverse.
Ma penso che la sua ambizione di ricostruire una sfera d’influenza russa, nella quale i paesi vicini abbiano una sovranità limitata, rappresenti una minaccia che gli europei non possono permettersi di sottovalutare.
E non posso non pensare a quei popoli che per quasi mezzo secolo hanno vissuto oltre la Cortina di ferro.
La cosa che più mi impressiona è questa: la possibilità che, sopra ciascuno di noi, esista qualcuno convinto di avere il diritto di decidere per noi.
Dove dobbiamo vivere. Quali confini dobbiamo accettare. Quali libertà possiamo conservare. A quale potenza dobbiamo appartenere.
Come se gli esseri umani, le loro storie, le loro identità e le loro aspirazioni fossero soltanto pedine da spostare su una carta geografica.
Non so se questo vertice si terrà. Non so quali saranno le decisioni di Trump e Xi Jinping.
So, però, che l’Europa dovrebbe aver imparato qualcosa dal proprio passato.
Perché Yalta non deve diventare un modello per il futuro. Deve restare una lezione della storia.
E, soprattutto, nessuna pace può considerarsi giusta se viene costruita negando a un popolo il diritto di decidere del proprio destino.





