Quando un fenomeno sociale che viene utilizzato per la violenza
Sui social si reclutano i giovanissimi per la guerriglia urbana. È quello che su alcuni quotidiani e nelle considerazioni di alcuni esperti si dice con forza.
Ho provato a capire se fosse vero. Per quello che ho letto e ascoltato, direi di esserne abbastanza sicuro. Per quello che ho visto un pezzo di questo reclutamento è palese. Molto meno il resto.
Intanto, per cominciare, va annotato che il reclutamento giovanile avviene ormai quasi interamente nello spazio digitale. Addio agli spazi tradizionali.
Il modello utilizzato sembra uno standard. Creato da chi non si sa. O almeno io non riesco a saperlo.
Lo standard prevede più fasi.
1) Nella prima fase si fa opera di catalizzazione delle frustrazioni, documentando disagi con video virali sulla precarietà, il caro vita e l’ingiustizia sociale, quasi tutti dedicati ai problemi delle giovani generazioni. Per alimentare il senso di rabbia.
2) Si organizzano raduni. Su quali temi e con quale logistica lo si definisce su canali molto seguiti ma con messaggi crittografati che contengono parole d’ordine, orari e coordinate precise.
3) Si indicano quali azioni mettere in pratica utilizzando stavolta solo reti coperti dall’anonimato. Qui vengono fornite le prime istruzioni dai “professionisti”: su come vestirsi (tuta nera, volti coperti) e come rispondere alle cariche delle forze dell’ordine.
4) La composizione sociale dei reclutandi è fluida ma con tratti comuni: studenti e giovanissimi italiani di seconda generazione. Privilegiati, nella ricerca, sono ragazzi che appartengono alle periferie metropolitane, un bacino in cui il senso di esclusione sociale e la mancanza di prospettive future creano un terreno fertile per la radicalizzazione della protesta. L’alibi della spontaneità delle manifestazioni, quel poco che è possibile indicare, sta proprio in questo disagio vero. È però strumentalizzato.
5) C’è poi la coperta ideologica. La “professionalità” contro l’inesperienza. Accanto alla rabbia spontanea dei ragazzi si evidenzia la presenza di frange più strutturate provenienti dalla galassia antagonista, capaci di orientare la violenza e fornire la “regia” logistica sul campo.
Il governo della sommossa, la guida delle devastazioni, l’indicazione degli obiettivi anche umani e soprattutto i lavoratori delle forze dell’ordine. I nemici.
Come è stato scritto – tra l’altro da un docente: “se i poliziotti non vogliono più prendersi un estintore sulla nuca possono sempre cambiare lavoro. Nessuno li ha costretti a scegliere un mestiere da figli di put…na”.
«L’algoritmo dei social premia l’estremizzazione dei contenuti, trasformando il disagio reale in un passaparola tossico che legittima l’uso di sampietrini, bombe carta e sassi come strumenti di espressione identitaria.»
Lo scrive “la Nuova Sardegna”.
Ma lo stesso concetto appare anche in altre fonti. Difficile contestare una verità che è tale anche in altri comportamenti.
Infine, si organizza una rete legale di protezione per utilizzare ogni possibile elemento che consenta una sostanziale impunità.
E, difatti, questo senso di sicurezza appare chiaro: centinaia di ragazzi postano sui social le riprese fatte con i cellulari delle loro azioni, o quelle dei loro compagni, gloriandosi di quanto stanno facendo. Alcuni per incoscienza, tanti altri perché “così si fa e non c’è problema”.
Infiltrati? Certo. Ma fermarsi a questo giudizio è miopia o peggio. C’è un fenomeno sociale che viene utilizzato per la violenza. I confini sono labili e molto frastagliati. Il consenso è più ampio del novero di chi delinque: è il terreno per nuovi infiltrati o per generalizzazioni di violenza?
Un vulcano che brontola. A violenza si potrebbe dare il caso che si risponda con violenza. Perché non è accettabile un clima da sommossa civile. Io per primo non lo considero giusto. E, in tal caso, ci accontenteremo di un onesto pizzico di “ipermoralismo”?
Qualcuno fa la papera che tenta di galleggiare sulla poca acqua che resta. E pensa che così “si vive” e tutto il resto è noia.





