Il filosofo dei tempi liquidi che dà inizio all’era del narcisismo doloroso e dell’individuo/vittima
Cento anni fa, nell’ottobre del 1926, nasceva Michel Foucault, il pensatore più influente della seconda metà del secolo XX.
La sua famiglia era borghese e rispettabile, radicata a Poitiers, la città francese dove, nell’VIII secolo, Carlo Martello fermò l’avanzata musulmana.
Michel si chiamava in origine Paul, come il padre, ma l’odio per lui gli fece cambiare nome. Quel rifiuto privato spiega molto del Foucault pubblico.
Nessuno ha lavorato per la distruzione dei fondamenti della società come lui, nessuno ha scavato più in profondità nei sotterranei della conoscenza.
L’archeologia del sapere è il titolo di una sua opera. Nessuno ha colpito i pilastri del nostro mondo quanto il rampollo degenere della Francia profonda.
Più dei francofortesi e di Marcuse, più dei filosofi della Teoria Francese – Deleuze, Guattari Barthes – più dell’orribile Sartre e dei decostruttivisti alla Derrida, che pure frequentò e dai quali fu a sua volta influenzato.
Non fu marxista o comunista, se non in una breve stagione sotto l’influsso dell’amico Louis Althusser; piuttosto un anarchico con tratti non troppo sorprendenti di liberismo nel finale della vita.
Umanamente fu un mostro sin dalla fisiognomica, ma anche un genio, il che spiega come un distruttore, un lucido devastatore di ogni elemento della nostra cultura e dei fondamenti su cui poggia la convivenza civile, abbia avuto il successo che ebbe e che perdura.
Fu il massimo esponente del mondo capovolto in rivolta, un santo alla rovescia.
Saint Foucault, verso un’agiografia gay, è un libro del 1995 dell’americano David M. Halperin. ‘’opera difende ed esplora la sua vita e le sue idee, definite fari dell’attivismo gay e della teoria queer.
Quello di Foucault è il nome più cercato sul portale filosofico Google Scholar. L’intero sforzo della sua opera – nonché della Teoria francese e dei cosiddetti studi postmoderni – è stato decostruire le identità per sostituirle con surrogati fluttuanti, mutevoli, indeterminati.
Foucault è il filosofo dei tempi liquidi, non Zygmunt Bauman, fotografo dell’esistente.
Fornì al neoliberismo la scoperta più preziosa: la sostituzione della lotta di classe con il confronto identitario, ponendo al centro la categoria di vittima.
La postmodernità foucaultiana prescrive la dispersione del sociale in una miriade di singolarità, segmenti agonistici rinserrati nelle rispettive micro identità. Inizia con lui l’era del narcisismo doloroso, dell’individuo/vittima.
La crisi della persona e la morte dell’Uomo diventano oggetti di meditazione filosofica. Dopo mezzo secolo di decostruzione, sembra che solo una cosa sia rimasta intatta: il principio dell’innocenza della vittima. L’idea di verità è stata polverizzata.
Scriveva Foucault.
“La verità? Una finzione! L’uomo? Un miraggio! Le norme sociali? Una camicia di forza!”
Le sue argomentazioni e le sue azioni erano spesso ripugnanti, eppure abbordavano orizzonti inesplorati, oscurati dagli scandali e dalle opinioni a lui associate.
Nel privato fu un pederasta gay seriale, un uomo miserabile, un abusatore che faceva della tortura sessuale il passatempo prediletto, con forti inclinazioni sadomaso, frequentatore dei bagni omo di San Francisco. Morì di AIDS nel 1984, infettando probabilmente molti.
La sessualità fu l’oggetto privilegiato dei suoi studi, insieme con la natura del potere e i metodi di controllo sociale. Scrisse un libro assai citato sulla storia dell’istituzione carceraria.
Sorvegliare e punire, in cui riprese il concetto di Panopticon, mutuato dall’utilitarista inglese del XVIII secolo Jeremy Bentham, il carcere radiocentrico in cui un unico guardiano controlla, non visto, i detenuti, costringendoli alla perdita di privatezza e all’autocensura dei comportamenti.
Un suo biografo, James Miller, cita un testo in cui Foucault immagina “festival del suicidio” e “orge suicide”, nonché una sorta di ritiro speciale dove chi pianificava di togliersi la vita poteva cercare “partner senza nome per occasioni di morte, liberi da ogni identità”.
Nichilismo puro, da parte di un soggetto di enorme intelligenza con elementi di pazzia, confermati da giovanili ricoveri in psichiatria.
Gran parte del prestigio di Foucault deriva dai suoi contributi alla storia della sessualità.
È interessante un’intuizione: indicò il 1870 come l’anno in cui fu “inventata” l’omosessualità, in un articolo apparso sulla rivista di un manicomio in cui il neuropsichiatra Carl F. Westphal definiva affezione neuropatica il “sentimento sessuale contrario”.
La sua tesi è che la categoria di omosessuale – chi devia dalle norme sociali e compie “atti omosessuali” – fosse in precedenza inesistente. Ciò che Foucault fece fu individuare il momento in cui le persone che oggi chiamiamo gay (felici, perché?) furono inventate come categoria sociale, un gruppo di “devianti” che oggi vanta una bandiera, festival, locali notturni, ristoranti, hotel, negozi e persino un luogo di vacanza elettiva, Mykonos.
Nulla di tutto ciò esisteva prima che gli psicologi del XIX secolo, tra cui Freud, iniziassero a trattare l’attrazione omoerotica come disturbo psicologico.
Foucault sviluppò questa teoria, con tante altre, nella sua opera più celebre, Storia della sessualità.
Una frase famosa riassume il suo pensiero: “Il sodomita era colui che commetteva un peccato; l’omosessuale è ormai una specie”.
Date le sue inclinazioni e il suo interesse per la storia della psichiatria e dell’internamento coatto, non sorprende che Foucault abbia rivolto la propria attenzione ai manicomi e alla percezione sociale della pazzia, cui dedicò Storia della follia nell’età classica.
Mise in luce un cambiamento fondamentale nella concezione del disturbo mentale, avvenuto agli inizi del XVII secolo.
Fino al Rinascimento e poi in Cervantes, Shakespeare, Erasmo da Rotterdam, la follia era un fenomeno specifico dello spirito umano, collocato nella stessa categoria di profeti, visionari, posseduti, santi, buffoni, indemoniati.
Era un fenomeno dotato di senso e di una verità propria: sebbene i folli fossero disprezzati, venivano guardati con timore reverenziale, come messaggeri di un sacro orrore.
A partire da Cartesio la pazzia muta natura. Attraverso la lente del razionalismo, viene separata da ogni contatto con altri piani spirituali – considerati mere superstizioni – e finisce per occupare il posto un tempo riservato alla lebbra.
Non è più un fenomeno da interpretare alla ricerca di un senso, bensì una malattia da gestire secondo protocolli medici e giuridici, mentre i pazienti vengono isolati per scongiurare il contagio. Don Chisciotte non è più un folle geniale, ma un soggetto psichiatrico da internare.
Questo mutamento di paradigma teorico spiega, nella prospettiva di Foucault, perché, a partire dal XVII secolo, i pazzi siano stati istituzionalizzati, confinati in ospedali psichiatrici, studiati e controllati come un fenomeno naturale, per la prima volta nella storia.
Foucault dedica pagine critiche al brano delle Meditazioni in cui Cartesio teorizza il celebre cogito ergo sum (penso, dunque sono). Un passo ulteriore verso l’irrazionale. Leggerlo permette di comprendere le origini di gran parte delle idee marce della postmodernità, nutrite dai suoi libri.
Un suo contributo originale è l’intuizione che ogni attività umana costituisce un esercizio occulto di potere. L’idea che non esista una verità oggettiva – che si tratti di politica, scienza o morale – è la quintessenza del pensiero di Foucault.
Se c’è un cattivo da film che, mentre accarezza un gatto seduto in poltrona, spinge l’intellighenzia ad abbandonare ogni argomentazione morale, questi è l’autore de L’ordine del discorso, un titolo assai significativo.
“Le prigioni non possono essere riformate perché qualsiasi tentativo di ridurre la crudeltà è solo uno stratagemma per perpetuare le strutture di potere esistenti; i mendicanti violenti e schizofrenici non possono essere internati perché l’unico obiettivo del potere è privarli della libertà”.
È il volto peggiore di Foucault.
Fu lui a smantellare l’ideale egualitario della sinistra sociale e ad aprire la strada al movimento woke, la trasformazione della post sinistra in club per miserabili ed emarginati, devianti e disturbati mentali, fornendo loro alibi morali e motivazioni intellettuali.
Mise sul trono la vittima, vera o presunta, e il deviante. Al confronto, le altre colpe di Foucault impallidiscono.
Il rifiuto delle convenzioni e delle norme sociali, unito al bisogno di attenzione – il desiderio volterriano di épater le bourgeois (stupire, scandalizzare il borghese) – spiega molti elementi della sua carriera, a cavallo tra narcisismo e compulsione deviante.
Negli anni Settanta aderì a diversi manifesti che propugnavano la legalizzazione della pedofilia.
Forse l’ispiratore, Jean Paul Sartre, ed egli stesso, agirono anche per legalizzare le loro peggiori pulsioni. L’aspetto più bieco di quel movimento, oggi non più borderline, era la proclamazione libertaria secondo cui la sessualità non può essere soggetta a limiti di età e i pedofili hanno pieno diritto di assecondare i propri impulsi.
Profetica fu la scoperta della natura del potere contemporaneo, diventato apparato di controllo, dispositivo orientato al biopotere e alla biocrazia, il dominio sulla vita concreta. Descrisse modalità di infiltrazione nelle coscienze volte alla riconfigurazione del Sé.
Per lui sino agli albori della modernità l’essere umano era canalizzato fisicamente e costituito attraverso una serie di “reclusioni” disciplinari – la scuola, l’ospedale, la fabbrica, il carcere – dove veniva plasmato secondo la norma del potere.
Nelle attuali società di sorveglianza, le manipolazioni sono più blande sotto il profilo della costrizione fisica: mode, abbigliamento, partiti politici, droghe, serie televisive, generi musicali, le forme più bizzarre di capriccio e creatività.
Tuttavia, mantengono con altri mezzi la conformità coattiva alla norma prevalente per mezzo di una modulazione flessibile e onnipresente. È la “microfisica del potere”, un sistema che penetra il soggetto e diventa dispositivo.
Si impadronisce dei corpi, si inserisce negli atti e nelle condotte, nei discorsi, nei processi di apprendimento sociale e nelle esistenze quotidiane, diventa un organismo costituito da un numero infinito di connessioni che non agiscono dall’alto, ma dall’interno del corpo sociale.
Diagnosi genialmente profetica, ma prognosi e terapia sono folli.
Noi, i posteri, siamo le vittime.





