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Disordini: ignavia dei vescovi italiani, condanna di quelli francesi

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Disordini: ignavia dei vescovi italiani, condanna di quelli francesi

E un prete milanese che ha risposto senza sconti. Come Gesù nel tempio

C’è un’immagine che vale più di molti comunicati episcopali, di qualche intervista ponderosa e di intere biblioteche di sociologia applicata alla delinquenza giovanile.

È quella di un sacerdote milanese che, davanti a un gruppo di giovanotti impegnati a devastare la città e a insultare la Chiesa, risponde per le rime. Gli mostrano il dito medio, lui restituisce il favore. Non porge l’altra guancia. Mostra il dito.

Apriti cielo, se qualcuno avrà l’ardire di scandalizzarsene. Un prete dovrebbe essere mite, accogliente, comprensivo, possibilmente sorridente anche quando gli sputano addosso.

Dovrebbe soprattutto interrogarsi sul disagio dei suoi aggressori, sulle loro fragilità, sulle responsabilità della società, del capitalismo, delle istituzioni, della famiglia e magari delle macchie solari. Purché non gli venga in mente di chiamare delinquenti i delinquenti.

La ricetta è ormai collaudata. Il teppista spacca una vetrina, aggredisce un poliziotto, insulta un sacerdote; l’intellettuale di turno convoca un convegno sul disagio. Il teppista, nel frattempo, ha già finito il lavoro. Ma almeno abbiamo capito che è vittima di qualcosa.

I vescovi italiani, a proposito delle violenze di questi giorni, hanno insistito sulla necessità di interrogarsi sulle cause profonde del fenomeno. Un’esigenza legittima, naturalmente.

Le cause vanno studiate, i problemi affrontati, le periferie recuperate. Ma c’è un piccolo particolare che rischia di sfuggire agli specialisti della comprensione: spiegare un comportamento non significa assolverlo; comprenderne le cause non significa cancellarne le responsabilità.

E soprattutto, prima di occuparsi delle ragioni di chi mena le mani, sarebbe opportuno ricordarsi di chi le prende. Dei poliziotti feriti, dei commercianti che contano i danni, dei cittadini costretti a scansare pietre e fumogeni, dei lavoratori che vorrebbero semplicemente tornare a casa senza attraversare un campo di battaglia. Anche loro hanno un disagio. Solo che non spaccano le vetrine per comunicarlo.

Dalla Francia è arrivata, almeno su questo punto, una voce più netta. I vescovi francesi hanno condannato senza ambiguità le violenze e manifestato solidarietà alle vittime, pur richiamando la necessità di affrontare le cause della crisi.

In Italia, invece, il discorso ecclesiastico è sembrato talvolta più preoccupato di non ferire la sensibilità dei giovani violenti che di dare voce a chi ne ha subito le conseguenze.

Non è una questione di durezza contro misericordia. È una questione di ordine delle cose. La misericordia cristiana non consiste nel chiamare innocente il colpevole per non turbarlo; consiste nel riconoscere la sua dignità senza negare la sua colpa. Altrimenti non è misericordia: è indulgenza amministrativa applicata alla morale.

E qui veniamo al Vangelo, che sarebbe bene leggere per intero prima di arruolarlo al servizio della pedagogia del lassismo.

Nel secondo capitolo del Vangelo di Giovanni, Gesù entra nel Tempio e trova mercanti e cambiamonete. Che cosa fa? Non istituisce un tavolo di ascolto. Non promuove un’indagine sulle cause del loro disagio economico. Non domanda se, dietro quelle attività, vi siano fragilità familiari o aspettative tradite.

Giovanni racconta che «fece una frusta di cordicelle, scacciò tutti dal Tempio, con le pecore e i buoi», rovesciò i tavoli dei cambiamonete e ne disperse il denaro.

È un gesto di indignazione profetica, non un’autorizzazione a menare le mani contro chiunque ci contraddica. Ma basta a smentire una volta per tutte la caricatura di un cristianesimo che dovrebbe subire ogni sopruso in silenzio, come se la mitezza fosse sinonimo di viltà e la santità un certificato di disponibilità a farsi calpestare.

Gesù non confonde la misericordia con la complicità. Non tratta il Tempio come un luogo nel quale ogni comportamento debba essere tollerato in nome dell’accoglienza.

C’è una differenza fra accogliere il peccatore e lasciargli fare ciò che vuole; fra amare il prossimo e consegnargli, per amore, anche il diritto di devastare la casa comune.

Il dito medio – beninteso – non è una virtù teologale, né un gesto da inserire nel breviario. Si può benissimo sostenere che un uomo di Chiesa avrebbe potuto reagire diversamente, conservando quella compostezza che il suo ministero gli richiede.

Ma una cosa è osservare che un sacerdote avrebbe potuto comportarsi meglio; un’altra è pretendere che soltanto lui debba rispettare le regole della convivenza, mentre chi lo insulta e lo provoca possa rivendicare la propria impunità emotiva.

Il punto, infatti, non è santificare un dito medio. È smettere di considerare scandalosa la reazione e fisiologica la provocazione. È rifiutare l’idea che la persona aggredita abbia sempre il dovere di comprendere, mentre l’aggressore goda del privilegio di non rispondere delle proprie azioni.

Il sacerdote ha reagito da uomo, non da statua. E forse è proprio questo che disturba: che un uomo di Chiesa, anziché recitare la parte prevista, abbia mostrato di possedere un limite, una dignità, una soglia oltre la quale la pazienza non è più una virtù, ma rischia di diventare una caricatura.

La Chiesa non ha bisogno di sacerdoti che facciano i teppisti. Ma neppure di pastori così ansiosi di comprendere il lupo da dimenticare le pecore.

Ai giovani violenti bisogna offrire opportunità, certo. Bisogna educarli, recuperarli, impedire che imbocchino definitivamente la strada della delinquenza.

Ma bisogna anche dire loro, con la chiarezza che si deve a persone capaci di intendere le proprie azioni, che la violenza è una colpa, non un linguaggio alternativo; che il disagio non è un lasciapassare; che la libertà non consiste nel fare ciò che si vuole, ma nel rispondere di ciò che si fa.

Altrimenti continueremo a produrre una società nella quale il prepotente viene promosso al rango di paziente da comprendere e la sua vittima retrocessa a educatore incaricato di sopportarlo.

E se un giorno un prete, esasperato dagli insulti, restituisce un dito medio, non sarà quello il principale problema della cristianità.

Il problema sarà che avremo imparato a indignarci per il gesto sbagliato, rivolto nella direzione sbagliata, e a trovare sempre una spiegazione per quello giusto, compiuto da chi ha deciso che la città gli appartenga.

Autore

  • Biagio Buonomo

    Biagio Buonomo, napoletano, Dottore di Ricerca in Storia e a lungo professore a contratto di Letteratura Italiana presso l'UNISOB, è stato per ventitré anni notista culturale dell'Osservatore Romano. Scrive saggi di letteratura che pubblica e romanzi che, almeno fino a ora, tiene ben chiusi nel cassetto.

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