Elezioni in Israele e medio termine negli USA potrebbero cambiare le strategie
Probabilmente ci avviciniamo a una delle fasi più interessanti o magari addirittura impattanti del conflitto in Medio Oriente o Asia Occidentale, come più correttamente dovremmo dire per favorire una decolonizzazione del linguaggio e dei concetti che veicola.
Sebbene, vedendo spesso lo smarrimento di certi dinanzi a tale definizione, preferisca almeno a titolo transitorio ricorrere alle vecchie ed ormai più sdoganate terminologie.
Martedì 27 ottobre si terranno le elezioni politiche in Israele, e il 3 novembre quelle di medio termine negli Stati Uniti. È opinione piuttosto diffusa che Israele e Stati Uniti possano nuovamente attaccare l’Iran prima di queste scadenze elettorali, mettendo il loro elettorato dinanzi al fatto compiuto e, soprattutto, risparmiando ai loro attuali governi quell’indebolimento che, a diverso titolo, si troverebbero a scontare con parlamenti dalle rinnovate geografie.
Resta però vero che, pur senza escludere una tale eventualità, oggi invece si propenda soprattutto per attacchi ad elezioni ormai superate: già ai primi d’ottobre Netanyahu aveva pressato Trump per nuovi attacchi che gli Stati Uniti hanno respinto, preferendo concentrarsi su piani più estesi ed “accurati”, da attuarsi più avanti, “a tempo debito”.
Nel caso israeliano, sarebbe il primo appuntamento elettorale dopo il 7 ottobre, e il primo nella storia del paese con tre anni di guerra consecutiva alle spalle.
Netanyahu cerca la riconferma, sostenuto anche dall’appoggio dichiarato di Trump, ma la coalizione di governo uscente accuse grosse tensioni interne legate alle riforme giudiziarie, alla crisi intorno alla coscrizione obbligatoria degli ultraortodossi (gli ebrei haredim) e alle differenti priorità dei suoi vari esponenti nel portare avanti il conflitto.
L’opposizione vede la forte ascesa dell’ex capo di Stato Maggiore Gadi Eisenkot, mentre l’altro storico rivale centrista Benny Gantz ha intanto annunciato il proprio ritiro dalla corsa elettorale.
Restano comunque sondaggi che una rinnovata guerra può prontamente alterare, tanto più considerando la sostanziale parità tra il blocco pro-Netanyahu e quello d’opposizione, si parla di circa 53 seggi ciascuno, contro i 61 necessari a governare.
Così le forze minori, vista l’esclusione dei partiti arabi, si profilano al momento come aghi della bilancia, ma potenzialmente soggetti a significative scremature a vantaggio dell’uno o l’altro blocco, magari proprio quello uscente.
Inoltre, secondo istituti come Midgam, il 74% dei giovani israeliani si identifica oggi nella destra o nel centrodestra, in una panoramica politica che comunque non vede formazioni ostili o scettiche nei confronti della guerra neppure nel centro e nella cosiddetta sinistra.
Sono tendenze rafforzatesi all’indomani del 7 ottobre, che nel caso dei giovani e giovanissimi raggiungono addirittura il parossismo; tra l’altro, evidenziano pure la spaccatura tra l’opinione pubblica israeliana e quella di molta parte del mondo, a cominciare dai paesi alleati dove, se le volontà popolari fossero ascoltate o rispettate, il sostegno a Israele da parte dei suoi governi non risulterebbe tanto solido come oggi.
Mentre, stando ai dati dell’Israel Democracy Institute, questa tornata elettorale è la prima a conoscere un disinvolto e pervasivo impiego dell’AI, strumento efficace e a basso costo, e utilissimo a spostare l’orientamento di molti elettori: il suo impatto, tanto sui giovani quanto sul pubblico più maturo e spesso meno abile a distinguerla dalla propaganda reale, sarà certamente un argomento da non trascurare.
Nel caso americano, invece, il verdetto sembra più scontato, ma rinnovate ostilità potrebbero comunque incidere pesantemente sugli orientamenti interni.
Si dovranno rinnovare tutti i 435 seggi della Camera dei Rappresentanti, mentre al Senato il voto ne investirà un terzo, circa 35 su un totale di 100.
Il sistema elettorale americano è, per quanto diverso da quello israeliano, altrettanto complesso: basti pensare che mentre i nuovi deputati eletti resteranno in carica per due anni, i senatori lo saranno per sei, con un impatto significativo anche per la futura amministrazione.
In contemporanea, si voterà anche per il rinnovo di 36 governatori su un totale di 50, oltre che di tre dei territori, costituzionalmente non indicati come stati, ossia Guam, le Isole Marianne Settentrionali e le Isole Vergini americane.
Alla Camera dei Rappresentanti, i seggi uscenti sono 218 in mano ai Repubblicani e 212 ai Democratici; mentre al Senato, la suddivisione è di 22 a 13.
Secondo i sondaggi Reuters-Ipsos del 14 ottobre, l’approvazione per Trump è oggi al 32%, con una flessione del 24% tra gli ispanici; ma altri sondaggi ancora gli attribuiscono stime ancora più basse.
Di conseguenza, per i Democratici la riconquista della Camera dei Rappresentanti appare altamente probabile, con un vantaggio tra i 6 e gli 8 punti, pari al 72% per Decision Desk HQ; mentre al Senato la situazione appare leggermente più bilanciata, circa il 54%.
La partita è resa più intensa dal voto negli Stati, 8 dei quali chiave, dove le primarie locali non hanno sin qui dato molto conforto ai Repubblicani, oltre talvolta ad incidere sulla tradizione politica degli stessi Democratici.
Naturalmente, anche in questo caso il ruolo dell’IA appare quantomai palese, con una profonda mole di fake news e deep fake per colpire, direttamente od indirettamente, gli avversari politici ed incidere sull’orientamento elettorale. Si tratta di un fenomeno a cui dovremo abituarci per quanto concerne le nostre tornate elettorali.
Concludendo, sono due appuntamenti elettorali strategici, e che riguardano due leader strettamente intrecciati tra loro ma anche con priorità differenti.
Per Netanyahu è fondamentale, esistenziale, restare in sella portando avanti la linea della “guerra a tutti i costi”; Per Trump, invece, la prospettiva di un terzo mandato appare oggi quantomai improbabile e, preso atto dell’ineleggibilità, gli interessi risiedono soprattutto nello sfruttare gli ultimi due anni alla Casa Bianca soprattutto per un profitto finanziario personale, influendo sulla politica internazionale (anche energetica; e, dunque, cosa di meglio del subbugliare a fasi alterne il Medio Oriente?) a fini speculativi.
Ma le sorprese, “a tempo debito”, comunque non mancheranno.





