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Test standardizzati: Generazione Z più stupida dei Millennial

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Generazione Z più stupida dei Millennial

La colpa è della politica e della scuola volute dalla sinistra

Più stupidi dei padri. È la prima volta. Non è una battuta da bar, lo dicono i test.

Secondo il neuroscienziato Jared Cooney Horvath, la Generazione Z è la prima generazione dell’età moderna a ottenere nei test standardizzati punteggi più bassi di quella che l’ha preceduta.

L’ultimo a ripeterlo è stato Carlo Calenda, a “Cinque Minuti” da Vespa. La sua firma non aggiunge nulla. Conta che lo abbia detto su Rai 1 senza che volasse una mosca.

Una frase così, detta delle donne o degli immigrati, avrebbe riempito le piazze. Detta dei giovani, è passata come una previsione del tempo.

Il problema non è che non sanno. È che non sanno e credono di sapere.

Lo stesso Horvath, che punta il dito sugli schermi, osserva che questi studenti sovrastimano le proprie competenze. Hanno Google, hanno ChatGPT: perché ricordare una data, se la data sta in tasca?

Una sola lezione l’hanno imparata a memoria: ogni disagio è un diritto.

L’ansia da interrogazione diventa una richiesta di abolire i voti. La bocciatura diventa un trauma da certificare. Il professore severo diventa un caso da segnalare.

Ma cosa significa, in concreto, essere più stupidi? Non prendere un voto più basso. Significa essere arruolabili.

Un ragazzo che non regge un ragionamento di tre passaggi non è solo meno colto. È una recluta più facile.

Non gli serve sapere, gli basta appartenere. Il mondo diviso in oppressi e oppressori gli risparmia la fatica di studiare: scelto da che parte stare, il resto viene da sé. E il coro dei coetanei pesa più di qualunque libro.

Così indossa la kefiah e grida “dal fiume al mare” senza sapere quale fiume, quale mare, né che quello slogan cancella Israele dalla carta geografica.

Solidarizza con Hamas senza accorgersene, perché nessuno gli ha mai chiesto di accorgersene.

Così sventola il Che e difende Cuba come un paradiso. Pazienza se l’11 luglio del 2021 sono stati proprio i cubani a scendere in piazza contro il regime al grido di “Patria y vida” e a finire in carcere. Pazienza se chi può, dall’isola, scappa.

I cubani lo smentiscono. Lui non se ne accorge e se mai vedesse un loro video non gli crederebbe. Non ha mai letto una riga che non arrivasse da un reel.

Chi non sa ragionare non discute: ripete. In politica vince chi ripete più forte e più a lungo, finché lo slogan diventa verità, la verità diventa identità, l’identità diventa corteo.

Per la stessa ragione sono ossessionati da un fascismo finito mezzo secolo prima che nascessero.

Non l’hanno vissuto, non l’hanno studiato, eppure lo vedono ovunque: nel professore che boccia, nel ministro che vieta il cellulare, nel poliziotto che chiede i documenti. Pure sotto il letto.

Fino al capolavoro: ragazzi LGBT in corteo per Gaza, dove la legge punisce l’omosessualità fino a dieci anni di carcere e dove Hamas, nel 2016, ha giustiziato un suo comandante accusato di avere rapporti con uomini.

Sfilano per chi li metterebbe in cella. Nessun argomento li ha convinti, è stata la ripetizione.

La stessa generazione assolve i maranza. Il ragazzo che spacca una vetrina? Vittima della periferia. Quello che insulta la professoressa? Vittima del disagio.

Quello che molesta le ragazze in branco? Colpa del patriarcato, quindi di tutti. Cioè di nessuno.

Ogni colpa trova un alibi, ogni alibi trova un hashtag.

Antifascisti contro un regime morto ottant’anni fa, muti davanti all’Islam più intransigente, che non tollererebbe un minuto le loro compagne di classe a capo scoperto.

Chi ha scritto il copione ha un nome. La sinistra, che li convoca in piazza a ogni occasione e da anni racconta le seconde generazioni come eterne vittime e la polizia come il vero problema.

Poi i Cinque Stelle, che della favola hanno fatto un metodo di governo.

Sono quelli che dal balcone di Palazzo Chigi annunciarono di avere abolito la povertà. Quelli del Superbonus spacciato per gratuito, costato oltre 165 miliardi certificati dalla Corte dei conti. Quelli che oggi promettono 15mila euro a ogni diciottenne, come un regalo di compleanno.

A un ragazzo che non sa fare una divisione, la favola dei soldi gratis sembra matematica.

Lasciamo pure stare il QI. Guardiamo i padri.

Per l’OCSE un adulto italiano su tre, nella comprensione del testo, non supera il livello più basso: regge un testo breve, un elenco, un’istruzione chiara. Un editoriale come questo, no di sicuro.

Chi doveva educarli, insomma, non legge molto meglio di loro.

Allora la domanda vera non è chi ha acceso lo schermo. È chi ha smontato tutto quello che poteva spegnerlo.

La risposta ha una data. Nel 1967 la scuola di Barbiana di don Milani pubblicò “Lettera a una professoressa”: la bocciatura come arma di classe contro i figli dei contadini. Allora era una denuncia seria.

La sinistra ne fece un vangelo. Il Sessantotto lo trasformò in slogan: il sei politico.

Da lì in poi la selezione è diventata sospetta, il voto un’offesa, la fatica un privilegio borghese da abolire.

Ecco il paradosso. In nome dei figli dei contadini si è smesso di bocciare. Ma chi viene promosso senza imparare paga il conto due volte.

Il figlio del notaio ha le ripetizioni, il latino lo recupera a casa. Il figlio dell’operaio esce promosso e analfabeta.

La scuola che non dice no non protegge i poveri. Li condanna con il sorriso.

E oggi? Quando il governo ha inasprito le regole sulla condotta, le opposizioni hanno votato contro, da Italia Viva ad AVS.

Dai Cinque Stelle è arrivata l’accusa al ministro di volere “studenti non pensanti”. Ridicolo detto dal partito che doveva abolire la povertà e ha abrogato il congiuntivo.

Studenti non pensanti? Bastava guardare i cortei.

E poi ci sono i genitori. Non più educatori ma sindacalisti dei figli: la chat di classe come tribunale, il ricorso al TAR contro la bocciatura come rito di fine anno.

Calenda dice che questi ragazzi si sentono una generazione destinata all’esilio. Hanno ragione, ma non nel senso che credono.

L’esilio peggiore non è quello verso Londra. È quello da un libro di trecento pagine.

Serve una scuola che torni a bocciare senza chiedere scusa. Servono genitori che smettano di fare gli avvocati dei figli.

Serve una classe politica con il coraggio di dire ai ragazzi la verità, invece di blandirli per un voto che nemmeno andranno a dare.

Altrimenti tra vent’anni il test lo faranno i loro figli. E nessuno sarà più in grado di leggere il risultato.

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