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Il campo largo alla prova del popolo

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Tutte le contraddizioni di una coalizione sempre più lontana dalla realtà

I ragazzini di Potere al popolo hanno contestato la piazza napoletana del campo largo sbattendo in faccia a questi signori una bella crestomazia di buste paga.

Il sindaco napoletano Manfredi, in gran pompa, aveva sbandierato che la sua amministrazione avrebbe imposto il salario minimo ‘all across the Partenope’ e, invece, ohibò, buco nell’acqua.

Un sistema incentrato sulla turistificazione assoluta e sulla contrattualizzazione selvaggia sarà sempre mille passi avanti a una misura squisitamente neoliberale, che, quando andrà bene, rischierà di schiacciare i salari verso il basso, bypassando la contrattazione sindacale.

Amici del PD e del campo largo, non si può essere allo stesso tempo il partito dei lavoratori e degli imprenditori, innanzi tutto perché dietro il lemma “imprenditori” c’è una vergognosa manomissione semantica, un “imprenditore di sé stesso” è un poveretto a partita IVA che, di notte, si sogna il diritto di potersi beccare un’influenza e di giorno si barcamena tra i mille schifosi e tragici gangli pensati per chiunque voglia generare reddito a sé stesso e ai suoi dipendenti in un contesto di economia reale.

Amici campolarghisti, chiedete il voto per rinsaldare un sistema che per reggersi ha bisogno di un conflitto endemico, miniaturizzato, atomizzato e permanente, basato sulla svalutazione dei salari, sulla giungla competitiva dentro la quale soccombono i pesci piccoli costretti a misurarsi coi colossi finanziari internazionali acclimatati nei paradisi fiscali.

È un sistema obbligato a ricorrere alla manodopera schiavile, frutto trentennale di una precisa scelta di campo: ingegnerizzato a Maastricht, garantito dagli smantellamenti di Ciampi, Prodi, Andreatta, Treu, ribadito da Tremonti, sapientemente consolidato, dopo la crisi dei subprime, dal biennio di Mario Monti e dalla sua appendice renziana, revisionato da Mario Draghi, ereditato da Giorgia Meloni.

Il pannicello caldo del salario minimo non cambierà l’andazzo al di là del teatrino disgustoso con cui da quattro anni fate finta di simulare un’opposizione violentissima nei simboli identitari ma inesistente a livello reale, ovvero economico e sociale, l’unico da cui dipende la verità della nostra vita.

La dicotomia tra lavoratori e imprenditori è fuorviante, innanzi tutto perché bisogna separare, tra gli imprenditori, chi genera profitti operando sul reale rispetto al finanziario.

Dopodiché bisogna staccare il grande dal piccolo e considerare quest’ultimo all’interno della categoria “morti di fame e di sonno” che mandano avanti la baracca e ci permettono di campare.

A costui bisogna detassare le assunzioni, diminuire le tasse e la burocrazia, garantire il credito, o, al limite, se non ce la fa a tirare avanti, dargli un posto di lavoro normale che lo tolga dalla giungla del mercato.

Ai suoi dipendenti va letteralmente imposta l’indicizzazione dello stipendio al costo reale della vita. E bisogna farlo subito, perché il Paese versa in una condizione disperata.

La vera dicotomia è tra finanza ed economia reale, tra chi può accedere alla rendita e chi finirà immancabilmente per annegare. Tra pesci piccoli e pesci grandi.

Non esiste, amici campolarghisti, una forza politica che allo stesso tempo difende il lavoro e la rendita, se non avete ancora capito questa contraddizione, o ci siete o ci fate.

Abbiate la schiettezza di dirci che difenderete i garantiti e lascerete morire i sommersi seguendo la stessa linea politica di Giorgia e di Mario, consci del fatto che in una società anziana e decadente, destinata al collasso demografico, i garantiti sono, ancora per poco, maggioritari, e incarnano lo zeitgeist, e contano infinitamente di più nelle dinamiche sociali.

Per salvare le classi popolari lo stato deve tornare a intervenire massicciamente, deve sostenere i salari tornando a usare mezzi monetari e fiscali, risvegliando la domanda interna, la produzione industriale, l’economia reale, facendo sì che la ricapitalizzazione dei salari abbatta gli interessi delle banche e abbassi l’incidenza dei mutui.

Per fare tutto questo, amici campolarghisti, ci vuole la sovranità popolare, e invece ieri ci siamo beccati, anche col vostro assenso, l’ennesimo Rutte in faccia, a dimostrazione che voialtri, esattamente come i vostri dirimpettai, non siete nostri amici neanche per idea.

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