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Dopo il summit di Ankara molte cose sono più chiare

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summit di Ankara

Lo scenario dà delle tracce ma solo per chi vuole capirle

Ankara. Tante cose più chiare. Ma solo per chi vuole capirle.

Leggo e sento molte notizie del summit di Ankara. Acquisisco le informazioni con qualche riserva: come in ogni guerra, quella che c’è in Italia negli ultimi anni conferma che “in guerra la prima vittima è la verità”. Eschilo docet.

Se, dunque, le informazioni fossero esatte, molte questioni si andrebbero chiarendo. Questo è quanto penso.

La prima: ha ragione chi ha spinto sul mantenimento di una unità occidentale, oltre l’Europa, nonostante le bizze e le posizioni da bullo di Trump. È zoppicante, ma c’è ancora, una sostanziale forte relazione tra i Paesi NATO.

E il riequilibrio che vede l’America non come finanziatore “straordinario” alimenta la spinta a una difesa europea dentro la cornice della NATO e una vera autonomia rispetto agli USA. Un passo essenziale vista la prospettiva del nuovo equilibrio mondiale.

La seconda: “Gli alleati ribadiscono che l’Iran non deve mai acquisire armi nucleari e invitano l’Iran a rispettare pienamente la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz”.

Se questa non è un’adesione alle azioni di Trump ci manca poco. Personalmente confermo che ripudio la guerra, ma che ogni soluzione che dia all’Iran ed ai suoi terroristi un’arma nucleare e – anche solo – il controllo di Hormuz è la premessa per una guerra ben più ampia.

Ripeto che mi sembra strano richiamare il trattato di Monaco quando si parla della guerra Ucraina e non quando si parla delle pretese iraniane. In ogni caso, a me sembra che la NATO si prepari – avendo confermato il valore dell’articolo 5 del trattato – a non essere completamente fuori dalla guerra.

La terza: l’affermazione di Meloni che il rispetto di impegni richiesti – e forniti – circa gli investimenti debbano prevedere che questi restino patrimonio di aziende italiane chiarisce che il giudizio – per me difficile da digerire – sul riarmo è quanto meno temperato dalla certezza che si tratta di investimenti in Italia, in aziende italiane, che provocherà indotto in Italia, che – non essendo solo investimento in armi ma in tecnologie – ha un potenziale di catena di valore interessante per l’Italia. Almeno questo.

La quarta: finalmente si vede un programma unitario del campo largo. Tutti contro il riarmo. Anzi no: solo contro l’importo degli investimenti. Anzi no: solo contro l’automatismo. Comunque contro la politica internazionale di Meloni. Anzi no, solo per una parte. Interrogativo? Ucraina.

“Stracceremo gli accordi che Giorgia Meloni sta facendo al summit NATO. di Ankara” dice Conte; ma si levano nel PD voci di maggiore prudenza circa uno strappo con l’Alleanza.

Resta qualche equivoco – non è nuova la cosa – nel proporre l’alternativa a questa spesa, equiparando spesa corrente ed investimenti, come fossero la stessa cosa. Insomma, neanche su questo c’è unità di vedute e dunque di programma.

Cosa c’è di positivo? Il gioco delle tre carte sui programmi e sulla politica internazionale tra le forze del campo largo dovrà cominciare ad essere meno nascosto. O forse no.

La quinta: una nota di colore. Erdoğan ha regalato a ciascun leader presente una pistola, con inciso il nome del destinatario, e una scatola di munizioni.

Nei tempi del massimo potere della malavita organizzata vi erano zone nella quali il padrino di cresima regalava al cresimando una rivoltella, spesso con impugnatura preziosa, con il nome inciso. Fatalità del caso. Non aggiungo altro.

Autore

  • Giuseppe Augieri

    Giuseppe Augieri, laureato in Economia e Commercio, Master alla SdA Bocconi, ha seguito corsi di alta formazione in statistica ed econometria. Progettista impianti, impiegato tecnico ENEL, Segretario Generale UIL – Energia, proprietario ed editore del giornale della Federazione, team leader dello start-up della società ENEL di formazione. Già Responsabile di analisi e controllo gestione di un'importante azienda e amministratore delegato di una sua costola internazionale.

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