
di Giuseppe Augieri
Sulle vicende belliche in corso e sulle “condizioni a contorno” – e ovviamente sulle prospettive – prevale ancora il ragionamento basato sull’ «io credo» dovuto a convinzioni ideologiche (non è una parolaccia, ma…..) rispetto all’ «io dubito» che sarebbe normale in guerra. Vale l’antico detto, autore Eschilo: “la prima vittima della guerra è la verità”. La conseguenza è che non si riesce ad avere un’idea chiara di cosa si muove sotto la cenere; e che si sopravvalutano o sottovalutano situazioni, con il risultato che poi si finisce per “credere” in qualcosa che non esiste. Ovvero si semplificano situazioni complesse per poterle adattare ai propri convincimenti ideologici: dunque si chiedono – e si propongono – politiche del tutto sbagliate.
Faccio un solo esempio. Si continua a dire che l’azione scellerata di Putin ha avuto come effetto di rafforzare la NATO, citando la “annessione” di Svezia e Finlandia; ma dimenticando di dire che Svezia, Finlandia e Norvegia avevano stretto un accordo di difesa, il “Trilateral Statement of Intent”, il 23 settembre del 2020; che la Norvegia già faceva parte della NATO (e dunque “l’articolo 5” si sarebbe potuto richiamare già così); che sin dal 2018 (8 maggio 2018) l’accordo «SOI» tra Svezia e USA aveva “anche lo scopo di approfondire ed espandere gli accordi bilaterali di difesa firmati tra Finlandia e Svezia nel 2014, Svezia e Stati Uniti nel 2016 e Finlandia e Stati Uniti anche nel 2016”; che, a conferma di un esistente legame vero, si sono svolte più volte manovre militari congiunte; che, in definitiva, l’operazione Svezia-Finlandia-NATO sa molto di facciata pubblicitaria. Di contro non si parla della situazione che si è andata creando con la Turchia (membro della NATO e finora “cuscinetto” rispetto al mondo mussulmano) che sta prendendo sempre più le distanze dall’occidente. Un pericolo: ma ci tornerò sopra appena oltre.
Non entro nei dettagli, ma il bilancio sulle cose positive e su quelle negative che Putin ha prodotto andrebbe un po’ rivisto da molti, senza stantie reciproche accuse di cripto-putinismo ovvero di iper-americanismo : in verità non tutto va a svantaggio di Putin ed i “vantaggi” dell’occidente sono relativi e talvolta inesistenti. Non accenno neanche ai risultati delle sanzioni: non voglio infierire. Inoltre ridurre (si fa per dire) il tutto a una temuta “minaccia di invasione dell’Europa” è uno spauracchio che impoverisce la necessità di discussione: non c’è – o non c’è solo – un problema di “ritorno agli antichi confini” della Russia. Diciamoci la verità: c’è un “di più”, politicamente, che è la rivendicazione della Russia di essere potenza mondiale. Il piano “etico” è altra questione.
La stessa “semplificazione” mi sembra si stia verificando ora in Medio Oriente. Continuiamo a schierarci per i palestinesi o per gli israeliani come se la vicenda Gaza fosse un fatto a se, isolato dal resto, a valenza locale. L’attacco a Israele, straordinariamente nuovo per potenza di fuoco e per soggetti politici in gioco, avrebbe dovuto farci aprire gli occhi: ma ancora non mi sembra che le discussioni abbiano preso la strada di domandarsi, ad esempio, perché l’annoso scontro tra mussulmani sciiti e sunniti (questi ultimi percepiti come alleati di Israele) sta mostrando alcune eccezioni eclatanti. In verità queste erano già da tempo presenti: quando si tratta di dare voce al “terrorismo” questa distinzione non c’è più ormai da almeno 70 anni.
Dietro al terrorismo c’è un progetto politico enorme. Hamas (ma non solo: i soggetti sono tanti) non è solo “difensore dei diritti palestinesi”: fa parte della Fratellanza Mussulmana che va vista nelle sue affinità con la rivoluzione iraniana; e questa ultima non è stata semplicemente una rivoluzione sciita, solo di matrice religiosa. Il mondo arabo chiede a gran voce di contare di più, di essere “soggetto politico influente”. Solo comprendendo il significato dell’ ”Islam politico” è possibile capire e interpretare l’alleanza tra il Qatar sunnita (che finanzia i movimenti islamisti), la Turchia sunnita (“modello di successo” di Erdogan, anch’essa finanziatrice) e l’Iran sciita. Quest’ultima è percepita, nell’immaginario arabo e islamico, come il baluardo contro l’ “imperialismo americano” (USA = Satana). Se è questo che regge quell’alleanza, la presenza in essa della Turchia – Paese NATO – dovrebbe far scattare non pochi allarmi. Anche perché sappiamo che dietro l’Iran c’è la Siria e la Cina: ed anche la Russia di Putin. E perché le azioni dell’Iran, anche attraverso Hamas, servono per marcare il buon rapporto con le istanze rivoluzionarie e soprattutto a confermare una pretesa di leader-ship nella gestione di tutte le rivendicazioni arabe.
Dunque: Gaza (e ora Israele) è cosa diversa da Kiev o solo una nuova occasione di un confronto più esteso già in atto, puntato contro la leader-ship USA e più in generale occidentale?
Non basta. Poiché dietro la guerra ci sono sempre spinte dei potentati economici, il confronto tra la “via del cotone” (Stati Uniti, India, Arabia Saudita, Emirati, Francia, Germania, Italia…. 300 miliardi di Euro di investimenti per citare solo la parte Europea) e la “via della seta” (Cina, accusata di essere “entrata nella globalizzazione senza rispettare le regole” e oltre 150 Paesi, molti anche europei non facenti parte del G7, oltre 1.000 miliardi di dollari di investimenti previsti) dice cosa si muove in termini economici e finanziari. Cina non solo come “avversario” militare: ed in questo settore al fianco di Russia e della sua guerra; ma Cina anche come riferimento economico alternativo agli USA. E con alleanze – per entrambi – che si stanno formando e sono ancora “variabili”. Con movimenti finanziari che si confrontano. Per ora senza combattersi.
A proposito e solo per una riflessione: l’allontanamento italiano dalla “via della seta”, fatta con buona dose di equilibrio da Meloni smentendo Di Maio, e la partecipazione alla “via del cotone” non ha sollevato neanche uno, dico solo uno, straccio di discussione qui da noi: bravi tutti!!
Ecco perché, pur essendo consapevole che le mie competenze sulle vicende politiche internazionali non vanno oltre il semplice balbettio, io sono convinto che stiamo assistendo a vicende belliche strettamente legate tra loro, dovute ad un processo di riadeguamento degli equilibri internazionali. Questa è l’ampiezza della prospettiva che dovremmo avere presente quanto si discute – e si giudica, e si critica, e si trasforma in proposta politica – su quello che sta accadendo nel mondo. Sapendo inoltre che il terreno di scontro scelto, non so per quanto tempo ancora, è il Mediterraneo: se anche volessimo non possiamo “astenerci” o essere neutrali.
L’invito a non avere troppe certezze e a sviluppare dibattiti aperti viene da queste considerazioni. Gli orrori ai quali stiamo assistendo devono spingerci a condanne morali, all’esecrazione degli atti violenti, alla condanna delle guerre. E qui non c’è distinzione ideologica che tenga. La richiesta di azioni politiche, a sua volta, deve tener conto della complessità di una situazione che non si presta a ridursi a contrapposizioni “sinistra/destra”. E se ragioniamo sulle cose da fare, la logica ci porterà a considerare l’attuale dibattito come riduttivo. Sterile. Forse anche fuori del tempo.





