Fonti primarie britanniche un tempo non disponibili oggi ci dicono che, dopo la disfatta di Caporetto, i Servizi militari di Sua Maestà presero Mussolini a libro paga, gli diedero un nome in codice, The Count (il Conte)
Un lettore mi scrive, a proposito di un mio scritto “Il Carteggio e la pistola fumante”, che ho pubblicato lo scorso 11 giugno:
Caro Fasanella,
sto leggendo (molto lentamente) i suoi libri e, come da lei ampiamente espresso, la prospettiva storica cambia notevolmente. Mi permetto di sottolineare che l’affermazione «Mussolini fu una creazione inglese» mi sembra un po’ esagerata».
Ecco la mia risposta.
Caro Giuseppe,
innanzitutto, grazie per il tempo che sta dedicando al lavoro di Mario José Cereghino e mio. Provo a spiegare il senso di quella frase.
Benito Mussolini era italianissimo. E fu sostenuto da italianissimi interessi: gli agrari, gli industriali del Nord con i loro apparati di propaganda, il ceto medio, i mutilati e reduci della Grande guerra.
Però il fascismo, come qualsiasi altro fenomeno della nostra storia millenaria, fu il risultato della combinazione tra elementi presenti in natura e contesti esterni.
Dunque, la domanda è: l’elemento in natura sarebbe diventato il Duce, se non avesse ricevuto una spintarella – e che spintarella! – dagli inglesi? Penso di no.
In ogni caso, come ben sanno i frequentatori più assidui di questa pagina, fonti primarie britanniche un tempo non disponibili oggi ci dicono che, dopo la disfatta di Caporetto, i Servizi militari di Sua Maestà presero Mussolini a libro paga, gli diedero un nome in codice, The Count (il Conte), lo finanziarono illimitatamente e lo aiutarono a fondare i Fasci di combattimento.
Negli anni del “diciannovismo”, fomentando le opposte pulsioni violente delle squadracce nere e dei gruppi anarchici, alimentarono un clima di diffusa insicurezza, tale da giustificare il ricorso a soluzioni forti.
E quando l’uomo forte si materializzò, ne sostennero il disegno antigiolittiano e antisocialista, creando le condizioni per la sua ascesa al potere. Fondamentale fu il ruolo della massoneria.
Le logge controllate dall’intelligence britannica, da un lato, pomparono campagne di stampa che prefiguravano persino “governi tecnici” guidati dall’uomo del momento; e dall’altro, per assicurargli una base parlamentare, incentivarono fenomeni di trasformismo politico.
Quando giunse l’ora della “marcia”, mentre, da Milano, Mussolini scendeva a Roma in vagone letto, l’ambasciata di Porta Pia fu un centro di collegamento tra i quadrumviri fascisti acquartierati nei palazzi anglofili di Perugia, i vertici delle Forze armate e la reggia del Quirinale.
Gli eventi furono monitorati minuto per minuto fino all’esito a noi tutti tristemente noto.
Infine, dopo che Mussolini ebbe conquistato il potere, fu aiutato a trasformarlo nel regime autoritario, dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti.
Questo dicono i documenti dell’archivio personale di Sir Samuel Hoare, il capo dell’intelligence militare britannica in Italia durante e immediatamente dopo la Grande guerra, declassificati nel 2001 e da allora liberamente consultabili nella biblioteca dell’Università di Cambridge (Cereghino ed io li abbiamo usati per il libro “Nero di Londra”, pubblicato da Chiarelettere nel 2022).
Quello che fece in Italia all’indomani della disfatta di Caporetto, e in particolare nel 1919-’22, l’aveva già sperimentato con successo in Gran Bretagna diversi anni prima.
Esponente del movimento The Hard, l’ala più reazionaria e violenta del partito conservatore, tra il 1908 e il 1910 le sue squadracce seminarono il terrore per impedire la vittoria dei liberali e dei laburisti nelle elezioni politiche. Successivamente scalò i vertici dell’Intelligence e della politica sino a diventare ministro degli Esteri, nel 1935.
E fu in quell’occasione che Mussolini, rispondendo al suo messaggio di saluto, gli scrisse una lettera molto affettuosa, in cui rinverdiva i fasti del “diciannovismo” italiano: «Sono particolarmente sensibile al ricordo che Vostra Eccellenza conserva della Sua missione in Italia durante la guerra…»
Insomma, caro Giuseppe, l’esagerazione non è di Cereghino e mia: semmai fu degli inglesi.





