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I poteri sono “senza” controllo? – Parte 3

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I poteri sono "senza" controllo? - Parte 3 -Il potere esecutivo: Il Governo

Il potere esecutivo: Il Governo

Dopo il primo articolo su Il potere giudiziario: la Magistratura e il secondo su Il potere politico: il Parlamento, concludiamo la nostra analisi sulla tripartizione dei poteri operata da Montesquieu, soffermandoci sul potere esecutivo, quello del Governo.

Alla rappresentanza del popolo e all’elezione dei sui rappresentanti fa da conseguenza logica la formazione del governo.

Esso, di solito, è espressione della maggioranza parlamentare e formato, perlopiù da parlamentari che vengono nominati ministri, ma è bene chiarire che, per essere ministro, non si deve essere necessariamente parlamentare.

La nostra Repubblica, in periodi di difficile governabilità, ha conosciuto  quelli che venivano definiti “governi tecnici”.

La maggioranza parlamentare sostiene una compagine governativa non espressa dai parlamentari, ma di personalità di alto livello e professionisti nei vari settori.

Non vi è dubbio che il cosiddetto “governo tecnico” è quanto di più fragile si possa avere; al tempo stesso, è il sistema attraverso il quale i partiti si impegnano, ma non si coinvolgono in scelte politiche e possono fare dei distinguo che servono per le prossime e future elezioni.

L’assetto governativo classico è quello espresso della maggioranza parlamentare che vede i diversi schieramenti della coalizione mettere nel Consiglio dei Ministri i segretari dei partiti della coalizione con ruoli apicali.

In tal modo, non vi è dubbio che le scelte governative ricadano sull’andamento della governabilità e, quindi, sui partiti che sostengono il governo medesimo.

Il Presidente della Repubblica in carica dà mandato a una persona da lui scelta, in genere proposta dai partiti della coalizione vincente alle elezioni, per formare un Governo, con i nominativi dei Ministri e l’indicazione dei Dicasteri, che abbia un programma e che questo programma possa essere supportato e approvato alle Camere da una maggioranza.

L’incaricato riceve il mandato e si riserva di accettare, mettendosi a lavoro sul programma, i nomi dei Ministri e i contatti con i partiti politici che hanno vinto le elezioni e possono supportare il Governo del Paese.

Ormai da tempo, le elezioni vedono misurarsi due principali coalizioni tra le quali si rinviene quella che nel complesso ha avuto più consensi e, quindi, che volgarmente ha “vinto” le elezioni.

La formazione del Governo è attività lasciata totalmente in mano al Primo Ministro nominato e alle segreterie dei partiti della coalizione vincente.

E qui vi è una prima enorme differenza tra Prima Repubblica e Seconda Repubblica, dal 1994 in poi, sebbene tale divisione che scimmiotta la Francia, da noi abbia poco senso visto, che vi è una piena continuità.

In ogni modo, la cosiddetta Prima Repubblica vedeva una legge elettorale proporzionale, ovvero, i partiti andavano alle elezioni in modo autonomo, senza coalizioni e si univano dopo, una volta fatto lo scrutinio, visto le forze in campo e, soprattutto, le sinergie di programma.

Ovvero, nella Prima Repubblica non vi era un programma di coalizione anche se, in verità, i Governi di coalizione in Italia vi sono sempre stati e sono sempre stati guidati dal partito di maggioranza relativa: la Democrazia Cristiana, in pochi casi il PSI.

Il sistema precedente, quindi, dava vita prima a una conta delle forze in campo in modo proporzionale e, poi, sulla base di un programma condiviso, ma successivo alle elezioni, a un Governo che era figlio di una coalizione, ma non di uno schieramento.

Quindi, i partiti, anche minori, potevano, legittimamente, rappresentare i loro intendimenti e non era infrequente che, se non erano d’accordo su di una legge, facevano venire meno il proprio apporto senza che ciò devastasse l’opera del Governo e si dovesse ricorrere a nuove elezioni.

In quel sistema dove vi era la coalizione, ma non lo schieramento, il pensiero diverso non causava necessariamente la “crisi” di Governo.

Si aprivano delle discussioni alla pari tra i partiti che appoggiavano il Governo e se ne usciva con una soluzione oppure con un contrasto insanabile che portava, in alcuni casi, alla caduta dell’esecutivo.

Questo sistema, invero, dette vita, inevitabilmente, a dei Governi di corto respiro, ma che, anche nel loro cadere, non creavano nessuna delegittimazione di questo o di quel partito politico.

Vi erano dei Governi cosiddetti “balneari”, buoni giusto per i mesi da giugno a settembre, ma vi era pari dignità tra i partiti politici che esprimevano le migliori menti come parlamentari e come uomini e donne di governo.

La riforma elettorale che ha scimmiottato il sistema francese e inglese con due grandi partiti e due grandi coalizioni ha generato a una strana forma di Governo, nella quale il dissenso non è ammesso e se un partito o movimento è in disaccordo, e lo esterna, crea una frattura, perlopiù, insanabile nella coalizione, quindi, nella maggioranza parlamentare, e, pertanto, nel Governo che è destinato a cadere.

Tutto ciò, comporta una massificazione e un controllo stringente sui partiti e movimenti della coalizione e, dunque, sui rappresentanti del popolo, ovvero i parlamentari, che sono scelti dalle segreterie.

Il cambio elettorale, in realtà, ha portato come conseguenza che i partiti hanno dei segretari che fungono da punto unico e assoluto di riferimento.

Siamo giunti alla personificazione del partito che con il Cav. Presidente Silvio Berlusconi ha avuto massima e più fulgida espressione.

Siamo passati da partiti che erano dei depositari di ideologie e, quindi, di idee anche al loro interno contrastanti, di qui il formarsi di “correnti”, come nella DC, a partiti, o movimenti, che sono la propaggine del segretaria che monopolizza l’attenzione.

Il partito o il movimento non è ideologizzato, ma, al più, ha un programma elettorale.

È come se si fosse passati da una storia della cucina ad un menu striminzito.

E questo, però, ha reso più diretto il rapporto con l’elettore che non ha bisogno di essere ideologizzato e politicamente preparato, ma basta che abbia a cuore qualche interesse e questo interesse lo ritrovi nel programma,(che, di solito, non legge nessuno e si va per sentito dire.

Siamo passati dal partito come espressione costituzionale di un’ideologia e di persone che si ritrovano in essa a partiti che sono espressione di una vera e propria captazione di soggetti che, al massimo, si rifanno a qualche idea, ma che non si sostanziano in vere e proprie forze ideologiche, e molto spesso di idee.

Pertanto, il partito comandato dal capo è al tempo stesso “padrone” di chi ha fatto eleggere ed espressione delle idee di quel momento.

Il partito attuale non indica percorsi, ma insegue la pancia dell’elettorato.
Non ama la qualità, ma adora la quantità.

Adora contarsi di continuo perché questo fa in modo di sviare dal compito principale di un Governo: attuare il programma letto dal suo Presidente della Camera prima del voto di fiducia.

E il Governo regge non in base al programma se attuato o meno, ma in base alle prerogative dei leader dei partiti della coalizione.

In sostanza, il nostro sistema attuale è ibrido, in quanto i partiti, identificati in un leader, sommano i loro voti sia per i rapporti di forza in Parlamento sia per i rapporti di forza all’interno della coalizione.

Quindi, quando un partito all’interno della coalizione reputa di essere più forte può atteggiarsi a “rivendicatore” di posizioni e mette in crisi il Governo.

Siccome quest’ultimo è sostenuto da una coalizione e non da un’alleanza, se la crisi non rientra esso cadrà, oppure, in casi più lievi, si avrà un “rimpasto”, termine per dire che si può arrivare al cambio di uno o più Ministri per riequilibrare le forze.

In verità, però, da quest’analisi quello che esce, con nettezza, è che il Governo è “ostaggio” delle segreterie di partito, dipende dagli umori dei leader della coalizione e, quindi, non è solo legato, come dovrebbe, alla realizzazione del programma.

Ne consegue che il Governo, in quanto tale, sia in mano ai leader di partito e ciò a prescindere dal programma e dalla sua realizzazione.

Non abbiamo maggiore democrazia con la legge elettorale di maggioranza, poiché il nostro Paese non ha una cultura di sistema maggioritario, ma, in definitiva, è rimasto ancorato a un proporzionale “imperfetto” con una maggiore criticità di sistema.

Se entra in crisi la coalizione entra in crisi il Governo, mentre con il vecchio sistema proporzionale puro della Prima Repubblica ogni partito pesava per quanto contava ed era interscambiabile.

Se si escludono sbandate individuali è vero che il Governo è più stabile, ma è anche vero che sia il Governo sia il Parlamento sono pura promanazione dei Partiti che scelgono, strategicamente, non la qualità, ma la sussidiarietà sia del parlamentare sia del Ministro.

In questo modo, il Potere del Popolo che si esprime con le elezioni, in realtà, è ampiamente esautorato e ridotto dalle strategie e logiche di partito che vengono espresse.

Autore

  • Massimo Rossi

    Massimo Rossi, laureato in Giurisprudenza, assistente volontario in Procedura Penale, Dottrina Generale del Processo e Teoria Generale del Processo anni 1990/2005 presso l'Università degli Studi di Siena. Dottorato di ricerca in Procedura Penale presso l'Università di Genova. Avvocato. Ha pubblicato diversi lavori giuridici in riviste specializzate e ha partecipato come autore in varie pubblicazioni giuridiche collettanee. Relatore in convegni di carattere nazionale e istituzionale anche nelle sedi parlamentari. Dal 1994 al 1997 ha svolto funzioni di Vice Procuratore Onorario presso la Procura di Siena. Già consulente della Presidenza della Prima Commissione Parlamentare sulla morte del dott. David Rossi ed estensore unitamente ad altri consulenti della relazione finale nel 2022. Attualmente è docente a contratto presso l'Università di Firenze in Procedura Penale con insegnamento presso la Scuola Nazionale dei Sottufficiali dell'Arma dei Carabinieri.

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