
di Paolo Falconio*
Lo sconfinamento di 19 droni russi in territorio polacco ha acceso un nuovo allarme nei cieli d’Europa. Non è la prima volta che accade: Romania, Estonia, Lituania, persino la Croazia hanno già registrato episodi simili. Ma è la prima volta che un numero così consistente di velivoli non identificati penetra lo spazio aereo di un Paese NATO in un singolo evento, spingendo Varsavia a invocare l’articolo 4 del Trattato Atlantico.
I droni in oggetto, privi di carico esplosivo, sono più strumenti di ricognizione o esca che armi da guerra (escluderei un’ operazione di false flag per una questione di codici identificativi). Eppure, il messaggio è chiaro: si tratta di un test. Un test delle difese militari, certo — solo 5 droni abbattuti su 19 impongono una riflessione seria. Ma soprattutto, è un test politico. Un modo per misurare la coesione, la lucidità e la resilienza dell’Europa.
Questa operazione arriva alla vigilia delle esercitazioni Zapad 2025 (“Occidente 2025”) in Bielorussia. Il tempismo non è casuale. Non è un attacco, ce lo dice la NATO. Ma è un segnale. E l’Europa, ancora una volta, risponde evocando lo spettro della guerra.
Il nuovo premier polacco parla di “alleati ucraini che combattono una guerra per noi”. Emmanuel Macron avverte: “Finita l’Ucraina, la Russia attaccherà l’Europa”. E intanto si discute di truppe in Ucraina, di Russi a Lisbona, di escalation. Ma non si parla di cooperazione, di investimenti, di politiche industriali. Non si parla di futuro.
Intendiamoci nessuno nega che sia un episodio grave o che si assuma una postura adeguata. Nessuno nega che armarsi sia un fatto normale con un vicino con 1.500.000 di uomini. Ma la russofobia non può essere il cemento dell’Unione Europea. È un suicidio strategico. Perché il vero nemico non è Mosca, ma la paralisi interna. In un mondo dove l’Asia corre vent’anni avanti su tecnologie, innovazione e infrastrutture, l’Europa si impantana in retoriche belliche e in una crisi sociale profonda. Il gap tecnologico con l’Asia e gli USA cresce. La locomotiva tedesca arranca. Il welfare è eroso. Il malessere cresce.
Continuare a evocare la guerra rischia di innescare la terza autodistruzione del continente. E il teatro di battaglia (Nucleare) sarà l’Europa, non la Russia. Serve una sveglia. Serve una visione. Serve un progetto.
Io sono filoitaliano e filoeuropeo. Credo che Europa e America debbano collaborare per affrontare sfide che ormai sono già fuori scala: intelligenza artificiale, cybersicurezza, energia, applicazioni quantiche, etc. Ma questa collaborazione deve essere fondata sulla costruzione, non sulla paura.
Non dobbiamo avere paura dei russi, perché anche i russi sanno che un conflitto con la NATO sarebbe un suicidio strategico, a prescindere da chi sia il vincitore. Dobbiamo avere paura di noi stessi. Della nostra incapacità di pensare, di investire nel futuro, di costruire un’Europa che non sia solo forte, ma anche giusta, innovativa, viva e centro di cooperazione. Ragioniamo come se fossimo ancora i padroni del mondo, ma non è più così e dovremo faticare molto per recuperare posizioni invece che farneticare su una guerra che, mi dispiace dirlo, non siamo neanche preparati a combattere.
Nei prossimi decenni l’Indopacifico coprirà i 2/3 della produzione mondiale. La Cina ha un reattore al Torio e primeggia per la leadership tecnologica con gli USA, il Giappone, la Corea del Sud, tutte Nazioni che sviluppano AI, robotica, applicazioni quantistiche, tecnologie spaziali. Noi abbiamo un tremendo ritardo. Fatevi un giro da quelle parti, rimarrete come gli indiani d’America che videro per la prima volta un treno, quando verrà a prendervi un taxi senza conducente, magari aereo o ad accogliervi ci sarà un robot, da lasciarvi inquieti per AI e fattezze umane. L’ India lo ha capito e ha appena approvato un programma decennale per divenire leader nella tecnologia per i reattori al Torio, noi invece parliamo di guerra.
Non è troppo tardi, le nostre università sono ancora un’eccellenza, ma dobbiamo investire di più nella ricerca e trasformare la ricerca in applicazioni tecnologiche e quindi servono politiche industriali.
Visto che giustamente teniamo tanto alla democrazia, ricordo che il modello occidentale si è imposto perché capace di generare benessere. Di fronte allo sfascio sociale che invece oggi propone, rischiamo non solo di rimanere indietro dal punto di tecnico economico, ma di vedere il nostro modello sociale e culturale adattarsi a quello vincente che al momento è quello asiatico, con i suoi pregi, ma anche con i suoi difetti.
L’Europa deve risvegliarsi. Non per combattere una guerra, ma per evitare di diventare un’ombra nella storia.
* Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)





