
Decine di aerei da combattimento israeliani hanno attaccato più di 100 obiettivi a Gaza, secondo quanto hanno riferito ieri le Forze di difesa israeliane (Idf).
Tra questi ci sarebbero stati tunnel e installazioni militari utilizzate da Hamas.
Una cellula terroristica a Jabalia che aveva tentato di piazzare esplosivi vicino a un carro armato israeliano è stata eliminata durante la notte, afferma il rapporto dell’Idf, aggiungendo che le truppe di terra avevano preso di mira i combattenti prima che fossero uccisi dal raid aereo.
Anche combattenti di Hamas erano stati uccisi il giorno precedente nella città meridionale di Khan Younis, ha aggiunto l’esercito israeliano che ha intensificato le sue operazioni contro Hamas dopo che il premier Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Israele “intensificherà la lotta nei prossimi giorni”.
Sarebbero oltre 100 i morti dell’attacco aereo israeliani che, secondo i funzionari sanitari palestinesi, ha colpito il giorno di Natale il campo profughi di Maghazi, nel centro della Striscia di Gaza. Lo riferisce Al Arabiya che parla di uno dei raid più sanguinosi compiuti da Israele dall’inizio dell’inizio della guerra contro Hamas lo scorso 7 ottobre.
Il portavoce del ministero della Sanità Ashraf al-Qidra ha detto che molte delle persone uccise a Maghazi erano donne e bambini. Altri otto sono stati uccisi mentre aerei e carri armati israeliani hanno effettuato dozzine di attacchi su case e strade nelle vicine al-Bureij e al-Nusseirat, hanno detto funzionari sanitari.
Israele nega di aver preso di mira i civili e accusa Hamas di costruire tunnel e infrastrutture militari in aree civili densamente popolate, utilizzando i civili come scudi umani.
Una dipendente dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha descritto ciò che ha visto nel vicino ospedale di Al-Aqsadi Gaza come una “carneficina assoluta”. Molte persone gravemente ferite non hanno potuto essere curate perché l’ospedale era “assolutamente sovraccarico”, ha detto Gemma Connell alla Bbc.
L’Egitto prova a mediare, Hamas dice no al dialogo e rifiuta ogni ipotesi di passo indietro. Israele, con le parole del premier Benjamin Netanyahu, ribadisce la linea dura per arrivare alla pace, oggi ancora lontana dalla Striscia di Gaza.
L’Iran minaccia Israele dopo l’uccisione di una figura di spicco dei pasdaran in un raid in Siria. Hezbollah si unisce al coro affermando che “i limiti sono stati superati”.
In un quadro costantemente ad altissima tensione, il dialogo non sembra poter decollare. L’Egitto prova a ricoprire il ruolo di mediatore e elabora un piano in 3 step per provare a disinnescare la crisi.
Il Cairo parte dalla sospensione dei combattimenti per almeno due settimane in cambio del rilascio di 40 ostaggi – donne, minori e uomini anziani, soprattutto malati – ancora prigionieri a Gaza. In cambio, Israele rilascerebbe 120 detenuti di sicurezza palestinesi. La seconda fase vedrebbe un “dialogo nazionale palestinese” sponsorizzato dall’Egitto volto a porre fine alla divisione tra le fazioni palestinesi – principalmente l’Autorità Palestinese dominata dal partito Fatah e Hamas – e portare alla formazione di un governo ‘tecnico’ in Cisgiordania e a Gaza in vista di elezioni parlamentari e presidenziali palestinesi.
La terza fase includerebbe un cessate il fuoco globale, il rilascio dei restanti ostaggi israeliani, compresi i soldati, in cambio di un numero da determinare di detenuti palestinesi nelle carceri israeliane affiliati ad Hamas e alla Jihad islamica – compresi quelli arrestati dopo il 7 ottobre e alcuni condannati per gravi reati terroristici.
Il piano egiziano sarebbe stato bocciato da Hamas. Il no è implicito se si legge il primo messaggio pubblico che Yahya Sinwar, leader dell’organizzazione, diffonde dopo gli attacchi del 7 ottobre scorso: nessuna resa. Hamas sta affrontando una “battaglia feroce, violenta e senza precedenti” contro Israele, non si arrenderà e non si sottometterà alle “condizioni dell’occupazione”.
Nessuna apertura da Hamas e, a stretto giro, nessun cambiamento di linea di Netanyahu. Il premier illustra al Wall Street Journal le “precondizioni” per la pace nella Striscia. Difficile però prendere in considerazione il discorso se non si parte da una vittoria militare schiacciante.
Netanyahu indica gli step per la soluzione della crisi: “Distruggere Hamas, demilitarizzare Gaza, deradicalizzare l’intera società palestinese”. Il premier sottolinea che, come livello iniziale, le capacità militari” di Hamas “devono essere smantellate e il suo ruolo politico a Gaza deve esaurirsi”. In secondo luogo, Israele deve assicurarsi che Gaza “non venga più usata come una base per sferrare attacchi”. Il controllo del territorio deve impedire l’ingresso di armi a Gaza e parallelamente bisogna ricostruire una società che, secondo Netanyahu, non può essere guidata dall’Autorità Palestinese. Netanyahu indica come modello da seguire la “deradicalizzazione riuscita” della società “in Germania e in Giappone dopo la vittoria degli Alleati nella seconda guerra mondiale” e afferma che “oggi entrambe le nazioni sono grandi alleate degli Stati Uniti e promuovono la pace, la stabilità e la prosperità in Europa e in Asia”. Solo così, afferma, “Gaza potrà essere ricostruita” in un contesto di pace.
“Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania e molti altri paesi sostengono l’intenzione di Israele di demolire il gruppo terroristico. Per centrare questo obiettivo, le capacità militari” di Hamas “devono essere smantellate e il suo ruolo politico a Gaza deve esaurirsi”. In secondo luogo, Israele deve assicurarsi che Gaza “non venga più usata come una base per sferrare attacchi”.
“Tra le altre cose, ciò richiederà la creazione di una zona di sicurezza temporanea al confine di Gaza e di un meccanismo di controllo al confine tra Gaza e l’Egitto che soddisfi le esigenze di sicurezza di Israele e impedisca l’ingresso di armi nel territorio”, afferma Netanyahu. Secondo il premier, “l’aspettativa che l’Autorità Palestinese smilitarizzi Gaza è un sogno irrealizzabile”.
L’Autorità Palestinese, accusa il premier israeliano, “attualmente finanzia e esalta il terrorismo in Giudea e Samaria ed educa i bambini palestinesi a perseguire la distruzione di Israele”. Come terzo punto, prosegue Netanyahu, “le scuole devono insegnare ai bambini ad amare la vita e non la morte. E gli imam devono smettere di predicare a favore del’uccisione degli ebrei. La società civile palestinese deve essere trasformata in modo che il popolo sostenga la lotta al terrorismo invece di finanziarlo. Tutto questo richiederà probabilmente una leadership coraggiosa e morale”, dice Netanyahu, che boccia senza appello il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas: “Non riesce nemmeno a condannare le atrocità del 7 ottobre”.
L’esercito israeliano ha recentemente annunciato che sta inviando più forze di terra, compresi gegneri da combattimento, a Khan Younis, la seconda città più grande di Gaza, per prendere di mira i militanti di Hamas in superficie e nei tunnel.
In questo contesto che è di guerra senza, per ora, alcuna possibilità di arrivare ad una conclusione, si riscalda anche il Mar Rosso.
In un’intervista all’Adnkronos il giornalista yemenita Ahmad Algohbary, commentando i recenti attacchi degli Houthi contro i mercantili e le petroliere nel Mar Rosso e quelli, attribuiti all’Iran dagli Stati Uniti, nell’Oceano indiano, afferma: “Questa situazione ricorda una partita a scacchi ad alto rischio, con l’Iran che mostra la sua capacità di interrompere le rotte petrolifere e commerciali vitali”.
“E’ necessaria un’analisi completa per comprendere appieno le motivazioni e le strategie dell’Iran. Lo scenario rappresenta una complessa interazione di difesa, ritorsione e manovre diplomatiche”, prosegue Algohbary, mentre si rafforza la narrazione che vuole la Repubblica islamica, da molti analisti considerata la ‘madrina’ degli Houthi, figura centrale in grado di influenzare la crisi a Gaza così come gli sviluppi nel Mar Rosso.
“Credo che la cessazione delle ostilità a Gaza, in particolare la fine dei bombardamenti israeliani e la revoca dell’assedio, porterebbe alla cessazione delle attività degli Houthi. Un risultato del genere potrebbe essere percepito come un loro trionfo significativo sia all’interno della comunità araba che di quella islamica”, spiega il giornalista yemenita, secondo cui sembra che gli Houthi stiano “cercando di rimodellare la loro immagine sia tra la popolazione yemenita che nella più ampia comunità araba”.
Per Algohabry, il recente aumento degli attacchi Houthi contro le navi mercantili nel Mar Rosso è indicativo di una “tattica calcolata, profondamente radicata nel conflitto yemenita”. Il gruppo sciita “segnala al mondo arabo e islamico la sua posizione contro Israele, uno sforzo apparentemente mirato a mettere in ombra il suo passato controverso”. Tuttavia, evidenzia, questo approccio potrebbe “destabilizzare ulteriormente il processo di pace dello Yemen e potenzialmente intensificare i conflitti nella regione”.
“Guardando al futuro – conclude – a meno che non vi sia un cambiamento significativo nelle dinamiche attraverso sforzi diplomatici o cambiamenti sul campo, potremmo assistere a una continuazione, se non a un’escalation, di tali attacchi. La situazione rimane tesa e imprevedibile, riflettendo dinamiche di potere regionali più ampie”.





