
Segue da CARBONARI E MASSONI, LA PIETRA E IL LEGNO – 2
I mestieri della foresta
Blanchet per affrontare il fenomeno dei riti forestali, parte da un’analisi della società clanica, tipica del mondo celtico. “Le attività pre-industriali di questi clan erano perfettamente determinate dalla stessa foresta e si concentravano su tre mestieri molto comuni: il bosco, il carbonaggio e la metallurgia”.[i]
La metallurgia è attività che si sviluppa con l’avvento delle età del Bronzo e del Ferro, ossia con la fine del Neolitico e alla metallurgia possiamo affiancare, più in generale, l’arte della trasformazione dei minerali. Tra queste arti, abbiamo, ad esempio, quella della lavorazione della silice in vetro e non è un caso che a trasmettere i segreti degli antichi riti forestali al signore di Bouchesne sia un vetraio.
“Si può ammettere – scrive René Alleau – l’esistenza arcaica di una «metallurgia sacra», della quale la scoperta fu comune all’umanità nei suoi rapporti con la natura, come lo era stata quella del fuoco”. [ii]
L’arte della trasformazione del mondo minerale tramite il fuoco-legno corrisponde alla naturale trasformazione degli elementi minerali tramite il legno-acqua, ossia l’albero, grazie all’intervento del fuoco-sole.
L’albero è il maestro dell’acqua e della pietra. L’uomo è il maestro del fuoco e del legno.
La metallurgia e più in generale l’arte di fondere i minerali per ricavarne nuove sostanze utili alla costruzione è opera dell’uomo che si connette con il mondo alchemico e non è un caso che la leggenda massonica di Hiram sia costruita nel XVII secolo.
I segreti della metallurgia, considerata arte sacra, sono poi sfociati nell’alchimia spirituale. Il fabbro alchimista, come Tubal Cain, è custode di un sapere antidiluviano e nelle società tradizionali il mestiere del fabbro viene subito dopo quella dello sciamano; ha poteri di guarigione e di predizione del futuro; ha il «potere del fuoco», ossia della trasformazione.
La carbonaia e la pira iniziatica
Non è mia intenzione affrontare in questa sede la complessa cultura dei Druidi e gli usi e i costumi dei Celti, ma alcuni riferimenti si rendono necessari per inquadrare in un ambito iniziatico la simbologia del carbonaro.
La prima fase del lavoro consisteva nella preparazione della legna. I carbonai tagliavano gli alberi, preferibilmente faggi, generalmente nel periodo di luna calante.
Il legname veniva portato ad una lunghezza di circa un metro e, dopo 10-15 giorni di essiccazione, veniva trasportato nella piazza da carbone.
Queste piccole aie erano disseminate nei boschi a distanze abbastanza regolari e collegate da fitte reti di sentieri. Dovevano trovarsi lontane da correnti d’aria ed essere costituite da un terreno sabbioso e permeabile. Stabilito quale doveva essere il centro della carbonaia, la legna veniva disposta in cerchio. Tre pali di legno, alti circa 2-3 metri, venivano piantati saldamente nel terreno. Questi pali erano tenuti insieme da due cerchi formati con dei rametti. È proprio da questo centro che iniziava la cottura della legna.
Solo dopo aver piantato e legato i pali, i carbonai iniziavano a costruire la carbonaia, sistemando intorno ai 3 pali prima la legna più grossa (in quanto richiedeva più cottura), poi quella più sottile, in modo da lasciare il foro centrale libero per sistemare poi le braci. La legna veniva ben stipata, per evitare interstizi aerati che potevano compromettere la riuscita della cottura.
Una volta conclusa la posa, la carbonaia assumeva la tipica forma conica arrotondata con un raggio di base di 2-3 metri.
Seguivano altri due giorni di lavoro per la copertura. Nella parte in basso, si collocavano a mo’ di cintura rami di abete rosso. La parte più in alto veniva invece ricoperta da un alto strato di foglie secche ripulite dai rametti. Questo strato di foglie doveva essere di 8–10 cm.
Nella fase di cottura servivano due pali, uno più sottile per aprire dei fori di respiro, ed uno più grosso, usato quando si imboccava (ovvero riempiva) la carbonaia. Acceso un fuoco per preparare le braci, si poteva aprire la bocca della carbonaia, che veniva imboccata con dei piccoli pezzi di legna e poi avveniva l’accensione mettendo nella bocca numerose braci.
Ai piedi della carbonaia si aprivano dei fori di respiro ad un metro di distanza l’uno dall’altro, che dovevano rimanere aperti per tutti i 13-14 giorni di cottura. Dopo qualche ora dall’accensione, quando il fumo usciva copioso, si alimentava il fuoco con nuova legna che doveva essere ben pressata con il palo più grande. Si chiudeva quindi la bocca ed il fumo a questo punto doveva uscire dai fori in basso.
Per 4-5 giorni la carbonaia veniva alimentata in questo modo giorno e notte, finché una consistente fiammata alla sommità annunciava l’avvio definitivo del processo di carbonizzazione. La cottura iniziava nella parte in alto della carbonaia, per questo i carbonai aprivano dei fori con il bastone sottile, fori che venivano poi chiusi ed aperti via via più in basso per spostare la zona di cottura.
Dopo una decina di giorni la carbonaia assumeva un aspetto diverso: il terriccio di copertura diventava nero e le dimensioni si riducevano notevolmente; anche i fumi che uscivano dai fori assumevano un colore diverso. In questa ultima fase di cottura l’alimentazione della carbonaia avveniva ai lati dove si creavano degli affossamenti e non più dalla bocca perché oramai inesistente.
La formazione della carbonaia non è molto dissimile da quella delle pire, ossia dai fuochi druidici, che venivano accesi in precisi periodi dell’anno: fuochi di Beltane, fuochi di San Giovanni, fuochi di Sant’Antonio Abate. A proposito di questi ultimi è interessante sottolinearne la durata tradizionale nel tempo. Ancora oggi, nella Bassa bresciana, nei paesi che si affacciano sul fiume Oglio, come, ad esempio, Villachiara, il 17di gennaio si preparano alte pire che festeggiano Sant’Antonio abate e che corrispondono ai riti iniziatici dell’antichità celtica e druidica.
I fuochi druidici
Jean Markale scrive in proposito. “Il Fuoco druidico esigeva una minuziosa preparazione. Ne L’assedio di Druim Damhgaire, il druido Mogh Ruith dice al suo assistente di preparare il fuoco. Costui «lo formò con una zangola, con tre lati e tre angoli, ma sette porte, mentre non vi erano che tre porte nel fuoco del nord. Non era né disposto, né sistemato, ma si era ammucchiata la legna». [iii]
Il significato del rituale, ci dice Markale, si può trovare nell’interpretazione di Claude Gaignebet, secondo il quale la pira era primitivamente costruita a forma di capanna, con i ritagli di canapa, e sormontava una fossa scavata nel suolo. Si conoscevano di tali siti sotterranei, più spesso a forma di bottiglia. In basso un sedile permetteva di sedersi. I membri delle confraternite iniziatiche erano discesi nelle fosse e il fuoco bruciava sopra di essi. I vapori di canapa fungevano da allucinogeni. La canapa non è quella europea con la quale si costruivano le corde.
Markale ricorda anche il rituale testimoniato da Cesare relativo al fantoccio di vimini entro il quale venivano bruciati uomini e riporta un racconto popolare della Bassa Bretagna dove l’eroe Yann, al termine di varie avventure, è condannato dal re di Bretagna ad essere bruciato sul rogo. Il padre naturale di Yann, che è un mago, gli dice che dovrà fare nel rogo la sua nicchia e di portare uno sgabello per sedersi nel fuoco. Yann si impregna il corpo con il contentuto di una bottiglia e dopo che il fuoco è stato appiccato tutti piangono la morte dell’eroe, ma scrive Markale: “Fu allora che Yann saltò fuori dal centro del braciere, tremando di freddo in tutte le sue membra. E tutti gli astanti si accorsero che egli era molto più bello di quanto non fosse stato prima”. [iv]
Non mi dilungo oltre, ma è comprensibile il parallelo tra la carbonaia e le pire iniziatiche, dove in camere aerate sotterranee gli iniziandi o gli iniziati stessi erano purificati dal fuoco e ne assumevano le energie di trasformazione, divenendo essi stessi fuoco e risorgendo, quando la pira si era spenta, dalla camera sotterranea più belli di prima. In alcuni rituali i giovani iniziati usciti dalla camera sotterranea saltavano sulle ceneri ancora bollenti.
Il fuoco è strettamente connesso anche con la ritualità massonica. Nel Rito Scozzese è prevista l’accensione della Pramanta che ricorda, con qualche importante variazione, lo strumento arani usato per l’accensione del fuoco nel sacrificio vedico.
“La croce inferiore di legno di mimosa, per il tipo di legno e per la sua posizione orizzontale ricettiva, è –scrive Mario Polia – considerata la parte femminile dello strumento ed è assimilata all’energia cosmica «femminile» (çacti). Il piolo verticale è la parte maschile dello strumento ed è assimilata al dio fecondatore. L’accensione del fuoco rappresenta pertanto una vera e propria riattuazione della cosmogonia”. [v] “La parte girevole dello strumento – aggiunge Polia – era detta anche pramantha, «l’agitatore»”. [vi]
Mario Polia, nel suo libro, che rappresenta un pilastro fondamentale per lo studio del linguaggio runico, parla anche dello strumento per accendere, nei riti solstiziali, il “fuoco della miseria”. “Il legno impiegato – scrive Polia – è prevalentemente quercia. Il fuoco nuovo non può essere figlio di nessun altro fuoco e pertanto deve essere acceso ritualmente”. [vii]
Il concetto di qualificazione e di abilità
L’esserci soffermati sulle corporazioni di mestiere non è esercizio estraneo al nostro tema odierno, in quanto la corporazione implica il concetto di abilità. Alla corporazione accedono coloro i quali hanno le qualificazioni per esercitare l’arte e rimangono nella corporazione coloro i quali acquisiscono le abilità necessarie ad esercitare l’arte.
Per quanto riguarda l’Arte Reale, ossia l’Arte che implica la comprensione delle regole della Natura, per essere abili a trasformare la stessa rispettandone le regole, le qualificazioni sono necessarie per essere dei mýstēs, degli iniziati, ossia dei semnotei, simili agli dei, in quanto morti e rinati e divenuti, per questo, coscienti di essere composti di corpo, di anima e di spirito, essendo lo spirito individuale una parte, seppur minima, dello Spirito che emana dall’origine. Spirito in quanto essenza, ossia sintesi di essere e di azione, così come ci traferisce il verbo-sostantivo essere, che è al contempo eternità ed azione.
L’Arte Reale è la comprensione delle regole per tendere alla comprensione della Regola, che è contenuta nel Chaos. Ordo ab Chao, infatti, non è mettere ordine al caos, ma estrarre dal caos l’ordine in esso implicito, per renderlo esplicito e l’azione dell’ordinare è l’azione del Logos. Essere dei mýstēs, degli iniziati, ossia dei semnotei, è essere capaci di comprendere l’estrazione dell’ordine dal caos, ossia di comprendere l’azione del Logos e ad essa conformarsi.
Cosa abbia a che fare tutto ciò con i riti forestali lo scopriremo presto nel seguito di questo lavoro, ma rimane, prima di addentrarci in medias res, ancora qualche ulteriore premessa.
Il Tutto è Phýsis
La tradizione massonica, se ben intesa, è primordiale, ancestrale e riscontrabile in una molteplicità di luoghi, laddove i manufatti dell’essere umano riproducono le armonie cosmiche, siano essi quelli del megalitismo, delle piramidi, delle zigurat, delle cattedrali gotiche o delle varie testimonianze di un’antichità costruttiva che contiene in sé la numerologia e la geometria del cosmo e le proporzioni essenziali della natura.
In questa tradizione l’architetto terreno è colui che imita l’arché-tecton, l’architetto divino, il Logos, potere dinamico improntante e realizzante dell’Arché, ossia dell’Origine.
In questa tradizione l’essere umano è collaboratore del Grande Arché Tecton dell’Universo, il Demiurgo.
La tradizione massonica cosiddetta speculativa, innestatasi su quella operativa nel XVII secolo, contiene in sé molteplici linee di pensiero, non sempre tra di loro compatibili, anzi, spesso tra di loro contrastanti.
Credo pertanto di poter affermare, sia pure in queste brevi considerazioni, che la tradizione operativa sia quella fondativa della moderna Massoneria; quella alla quale si dovrebbe guardare come al riferimento paradigmatico essenziale.
La tradizione speculativa, al contrario, con le sue evidenti interne contraddizioni, anche se artatamente fatta assurgere a fattore costitutivo legittimante, va frequentata con grande attenzione e spirito critico, per non cadere nella trappola delle Costituzioni di Anderson, frutto della massoneria hannoveriana, o in quella delle Costituzioni federiciane, che, in contraddizione con l’essenza del pensiero libero massonico, contengono riferimenti al dogma e alla dottrina.
segue
Per chi volesse approfondire: https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/storia-e-filosofia/269539/riti-forestali/
[i] Régis Blanchet, La Rèsurgence des Rites Forestiers, Les Éditions de Prieuré
[ii] René Alleau, La science des symboles, Payot
[iii] Jean Markale, Il druidismo, Mediterranee
[iv] Jean Markale, La Tradition celtique en Bretagne armoricaine, citato in Jean Markale, Il druidismo, Mediterranee
[v] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il Cerchio-Il Corallo
[vi] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il Cerchio-Il Corallo
[vii] Mario Polia, Le rune e i simboli, Il Cerchio-Il Corallo





