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Guardare e vedere

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Guardare e vedere

La ricerca della conoscenza, tra finta vista e vera cecità

La lingua italiana, come tutti gli altri idiomi, ha molti termini per indicare la percezione della realtà esterna attraverso la vista.

Vedere, guardare, osservare, sono solo alcuni di questi termini spesso usati anche con accezioni diverse.

Ma la differenza non è solo terminologica. Diversi verbi sono anche utilizzati per indicare una diversa modalità attraverso la quale ci si rapporta a ciò che ci circonda.

Le teorie e le interpretazioni sono molteplici. Ma, in genere, cambiando l’ordine dei fattori, il risultato non cambia.

La differenza sostanziale che viene posta più frequentemente è quella tra guardare e vedere.

Mentre guardare può essere riferito a una mera attività di percezione della realtà esterna, il vedere coinvolge una diversa attenzione a quanto la nostra vista registra.

Guardare – Dirigere gli occhi, fissare lo sguardo su qualche oggetto (non include necessariamente l’idea del vedere, in quanto si può guardare senza vedere, così come si può vedere qualche cosa senza rivolgervi intenzionalmente o coscientemente lo sguardo).
Vocabolario Treccani

La contrapposizione è tra una ricezione passiva, inconsapevole, degli stimoli visivi e una percezione attiva, consapevole.

Possiamo camminare per il mondo senza accorgerci di quello che incontriamo, senza veramente vederlo.

Da bambini siamo curiosi, tutto quello che vediamo ci sembra un miracolo, ci meravigliamo in continuazione di tutto quello che incontriamo sulla nostra strada. Crescendo cominciamo a dare tutto per scontato. Diventa tutto un’abitudine.

Alla fine, anche se abbiamo gli occhi aperti, anche se ci guardiamo attorno, il risultato è che non vediamo più, diventiamo ciechi.

Chi non riesce più a provare stupore e meraviglia è già come morto e i suoi occhi sono incapaci di vedere.
Albert Einstein

Del resto, il discorso della percezione è sempre stato centrale nel dibattito filosofico, anche come rapporto tra il soggetto senziente e gli oggetti esterni.

Rapporto che, inizialmente, si rivelava passivo per il soggetto, con l’oggetto che immutabile, sufficiente a se stesso, in qualche modo prevaricava, si imponeva.

Questa dinamica si modifica a partire da un filosofo che, non a caso, è stato individuato come fautore di una rivoluzione copernicana della filosofia, Immanuel Kant.

Da un sistema di conoscenza che individuava la centralità dell’oggetto, a un sistema che, invece, considera, come suo fulcro il soggetto. Attraverso le categorie è l’uomo a influenzare ciò che vede, a fare, in qualche modo, l’oggetto.

Questo filosoficamente apre diverse strade. Quella ermeneutica, centrata sullo scambio tra soggetto e oggetto, ma, soprattutto, quella dell’idealismo, in cui si arriva alla concezione di un soggetto creatore. Possibilità che non deve apparire remota.

Il modo con cui vediamo le cose ci permette di renderle nuove a ogni approccio, a ogni incontro. Tutto torna, ma nulla è identico a quello che è stato.

Tutto si ripete, ma dove mai niente è identico. Dopo ogni inverno torna la primavera, ma ogni primavera è differente da tutte le altre che sono trascorse, da tutte le altre che verranno. E ogni primavera, lo stesso albero si veste di nuove foglie, per dare nuovi frutti.

Bisogna avere la capacità di vedere il diverso nell’identico, di capire che ogni momento è unico e trasferisce questa unicità al tutto.

Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.
Marcel Proust

Bisogna vedere quel che non si è visto,
vedere di nuovo quel che si è già visto,
vedere in primavera quel che si è visto in estate,
vedere di giorno quel che si è visto di notte,
con il sole dove la prima volta pioveva,
la pietra che ha cambiato posto.
José Saramago

Del resto, la capacità di vedere in modo autentico è legata a molte tradizioni esoteriche, in cui il momento iniziatico è inteso come illuminazione.

Il profano brancola metaforicamente nel buio in uno stato di confusione. Spesso, questa situazione è simboleggiata da una benda che copre gli occhi.

Il momento dell’iniziazione è il dono della Luce, che finalmente illumina un mondo, o comincia a farlo, che fino a quel momento si è solo creduto di vedere.

La Cappella Sansevero a Napoli è famosissima per la scultura del Cristo velato, di Giuseppe Sanmartino. Poco conosciute, invece, sono altre due mirabili opere, la Pudicizia, di Antonio Corradini, e il Disinganno, di Francesco Queirolo.

Per il nostro ragionamento ci interessa soprattutto quest’ultima opera.

Basti pensare alla definizione del prestigioso e autorevole esoterista e saggista Sigfrido Höbel.

Essa [l’allegoria del Disinganno] mostra, con grande precisione, proprio questa misteriosa Operazione nel corso della quale lo Zolfo viene liberato dalla prigione corporea in cui è rinchiuso.
Sigfrido Höbel – La cappella filosofica del Principe di Sansevero

Ma anche la Pudicizia, ci può dare qualche indicazione. La simbologia è quella di una Conoscenza velata dalle apparenze della manifestazione.

Spesso la realtà inganna tramite le apparenze.
Credo che ogni singola realtà sia coperta da tanti veli di apparenza, non sempre si è in grado di strapparli tutti.
Pietro Riccio – Eternità diverse

O, a volte, non si arriva nemmeno alle apparenze, ci si abitua anche a quelle, ci si accontenta della loro superficie.

Il percorso iniziatico, in questo caso, diventa cammino di consapevolezza, anche attraverso la capacità di vedere davvero, di strappare quanti più veli possibili alla realtà.

Anzi, lo scopo è quello di aprire il cosiddetto terzo occhio, che corrisponde al nostro intuito, alla capacità di vedere l’essenza delle cose, di arrivare alla chiaroveggenza.

Si tratta dell’occhio del saggio, del vero illuminato, che non ha bisogno dei primi due occhi per vedere. Occhio che in pochi, anzi pochissimi, riescono effettivamente ad aprire. Molti non sanno nemmeno che esista.

Tanti di noi, sebbene si illudano di vedere, perché pensano che basti tenere aperti i primi due, sono ciechi, come il profano che dalla sua oscurità bussa alle porte del Tempio.

Viene fuori la definizione di un’umanità sostanzialmente cieca, che brancola nel buio, alla ricerca della Verità, della Luce.

A volte la ricerca della verità può assomigliare all’impresa di afferrare qualcosa di evanescente, di cangiante.

Mi taglio la testa se non è andata così, mormorò il vasaio, e allora si sentì stanchissimo, non per aver sforzato troppo la mente, ma perché vedeva che il mondo è fatto così, che le menzogne sono tante e le verità nessuna, o qualcuna, sì, ce ne sarà pure qualcuna, ma in continuo mutare, non solo non dà il tempo di pensarla come una verità possibile, ma dovremo anche, per prima cosa, appurare che non si tratti di una menzogna possibile.
José Saramago – La caverna

O può essere simile a un brancolare nel buio, dalla nascita.

Era nata nelle tenebre.
Mai nella sua vita aveva visto un seppur tenue bagliore di luce.
Ma della Luce aveva sentito parlare.
Sapeva di altre farfalle che erano partite per ricercarla.
Leggende parlavano di farfalle che l’avevano raggiunta.
La nuda esperienza le insegnava però che la maggior parte delle farfalle viveva addirittura nell’ignoranza della Luce, che queste preferivano condurre la loro esistenza beandosi dell’oscurità.
Forse non avendo abbastanza coraggio, forse non avendo la forza necessaria ad ammettere di cosa erano prive.
Pietro Riccio – Eternità diverse

Una sorta di cecità, simile a quella narrata da Saramago, anche se si tratta di una cecità bianca.

… essere immersi in un mare di latte ad occhi aperti.
José Saramago – Cecità

Una cecità vista come collasso della ragione, dell’etica, della morale, che porta l’uomo, ormai non più tale, a perpetrare le peggiori bassezze.

Non sempre chi è cieco e consapevole di esserlo.

L’arroganza di chi non sa di non sapere.

Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono. La moglie del medico si alzò e andò alla finestra. Guardò giù, guardò la strada coperta di spazzatura, guardò le persone che gridavano e cantavano. Poi alzò il capo verso il cielo e vide tutto bianco, è arrivato il mio turno, pensò. La paura le fece abbassare immediatamente gli occhi. La città era ancora lì.
José Saramago – Cecità

Meglio essere ciechi che sanno di esserlo.

Sapeva che rischiava di vagare tutta la vita nella speranza di trovare quello che, per quanto ne sapeva, poteva anche non esistere.
Ma sicuramente non avrebbe trovato la luce per caso, senza nemmeno cercarla.
L’alternativa alla ricerca era la condanna alle tenebre, ad una vita di tenebre.
Una vita di recriminazioni, di scrupoli.
Il dubbio di un possibile per quanto improbabile successo l’avrebbe tormentata fino alla fine dei suoi giorni.
Non giocando non vi è possibilità di vincere, in ogni caso.
Talvolta non giocare significa automaticamente la sconfitta nell’impossibilità di aggiudicarsi la posta in palio.
Perdere giocando, dando tutto se stessi, è molto più onorevole che perdere senza giocare, rifiutando di mettersi in lizza.
Pietro Riccio – Eternità diverse

Battersi, anche se si è sicuri della sconfitta. Rimettersi in gioco, anche se non si è sicuri della Luce.

Molto meglio che vincere senza nobiltà e onore.

Molto meglio che rassegnarsi a una vita di tenebre.

C’è chi va fino in fondo, anche solo per riuscire, almeno una volta nella vita, ad alzare la mano.

Festlich fast, wie um sich zu vermählen.
Rainer Maria Rilke – Der Blinde

Autore

  • Pietro Riccio

    Pietro Riccio, esperto e docente di comunicazione, marketing ed informatica, giornalista pubblicista, scrittore. Direttore Responsabile del quotidiano online Ex Partibus, ha pubblicato l'opera di narrativa "Eternità diverse", editore Vittorio Pironti, e il saggio "L'infinita metafisica corrispondenza degli opposti", Prospero editore.

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