Home Politica I pilastri dell’allarmismo senza la gerarchia delle fonti scientifiche

I pilastri dell’allarmismo senza la gerarchia delle fonti scientifiche

0
pilastri dell'allarmismo

Una bufala da ONG rilanciata al telegiornale

Moriremo tutti. “L’umanità ha consumato tutte le risorse che la Terra è in grado di rigenerare in un anno”.

Ma non spaventatevi, è la solita bufala ambientalista. Solo che stavolta ad abboccare è stato il TG1 della Rai, parlando dell’Earth Overshoot Day.

Ore 13:30 del 30 luglio. Quaranta gradi in due città e la giornalista apre con la sentenza: “sono gli effetti dei cambiamenti climatici, lo ricorda il WWF”.

Non un climatologo del CNR. Non l’Aeronautica militare che le temperature le misura davvero. Il WWF. Un’associazione che protegge i panda, non che studia il clima. Ora promossa a fonte scientifica dal servizio pubblico.

Da lì la slavina: “Abbiamo sfruttato aria, acqua, carbone e minerali più di quanto ci possiamo permettere, servono quasi due pianeti per mantenerci”.

Poi, il colpo finale: “In Italia questa data è arrivata persino prima: il 3 maggio”.

Tre bugie in un minuto e mezzo.

L’Overshoot Day, tradotto dal gergo delle ONG al linguaggio dei fatti, misura una cosa sola, quanta foresta servirebbe per riassorbire la CO₂ che emettiamo.

Non ha niente a che fare con l’acqua. Niente con i minerali. Niente con l’aria. Niente con il carbone.

Il comunicato stampa del WWF, pur gonfiando i dati, si limitava a parlare genericamente di risorse naturali e servizi ecosistemici. È stata la giornalista del TG1 a creare una lista: aria, acqua, minerali e carbone. Di suo.

Il servizio pubblico ha superato in fantasia la propaganda ambientalista.

E il 3 maggio?

Non è il giorno in cui l’Italia avrebbe esaurito le proprie risorse.

È una simulazione: la data che si otterrebbe se otto miliardi di persone consumassero tutte come un italiano medio.

Un esperimento – a Roma si definirebbe una pippa mentale – trasformato in una scadenza reale.

Intanto, i ricercatori scientifici di mezzo mondo hanno demolito l’Overshoot Day come concettualmente difettoso. Ma non basta: il Breakthrough Institute lo ha liquidato come trovata pubblicitaria.

Insomma, una bufala da ONG rilanciata dal principale telegiornale della Rai con gli interessi.

Ma la saldatura più insidiosa è un’altra. Il servizio parte dal meteo e vi incolla sopra la catastrofe climatica come se un picco estivo fosse la prova di qualcosa.

Un singolo picco estivo non dimostra nulla. Per attribuire un’ondata di calore al cambiamento climatico servono serie storiche, modelli, studi di attribuzione.

Non basta mettere quaranta gradi sullo schermo e chiamare il WWF.

Il catastrofismo, però, non ha bisogno di prove: ha bisogno di paura. E quaranta gradi in due città, il 30 luglio, con l’Overshoot Day pronto in tasca, erano l’occasione perfetta per saldare il meteo alla fine del mondo.

Ma il TG1 non è la malattia. È il sintomo.

La malattia si chiama industria dei profeti di sventura, una macchina che prospera sul senso di colpa secondo lo stesso schema di ogni altra declinazione della cultura woke: convincere l’Occidente che la propria esistenza sia una colpa da espiare.

Funziona così: si produce paura, la paura genera senso di colpa, il senso di colpa genera donazioni e finanziamenti, i finanziamenti generano potere politico.

Chi esce dal cerchio viene marchiato come negazionista. Chi tra i ricercatori resta dentro viene sovvenzionato.

Il prodotto più visibile di questa macchina si chiama Ultima Generazione. Ragazzi che abbandonano gli studi per incollarsi all’asfalto, bloccare strade e imbrattare le fontane del Bernini.

Più di uno psicologo vi ha riscontrato dinamiche da setta: adesione a una narrativa apocalittica incontestabile, iniziazione attraverso atti illegali che cementano l’appartenenza, polarizzazione totale tra chi salva il pianeta e chi lo distrugge.

Hanno smesso di bloccare le strade per due ragioni molto concrete.

La prima: gli automobilisti esasperati avevano cominciato a trascinarli via di peso, a sferrargli calci e schiaffi, a forzare i blocchi con le auto. La tolleranza si era esaurita prima delle risorse del pianeta.

La seconda: il decreto Sicurezza del 2025 ha trasformato il blocco stradale da illecito amministrativo a reato penale, fino a due anni di reclusione se commesso da più persone. Quando rischi il carcere, l’Apocalisse climatica diventa improvvisamente meno urgente.

Il 28 luglio, due giorni prima del servizio del TG1, una decina di militanti ha inscenato una spiaggia con ombrelloni e asciugamani davanti a Palazzo Marino a Milano per protestare contro il caldo.

Dai blocchi autostradali agli asciugamani da mare: la parabola è tutta qui.

Perso lo strumento della provocazione violenta, hanno perso la ragione stessa di esistere. Adesso boicottano i supermercati, protestano contro le spese militari, sfilano per la Palestina, partecipano alla Flotilla.

Quando si combatte tutto non si è più identificati con nulla. Il clima era il pretesto, non la causa.

Rimangono novanta processi aperti e, ciliegina finale, la trasformazione in associazione del Terzo settore. Moduli, statuti, commercialista.

I profeti dell’Apocalisse che compilano modelli fiscali. Non è la fine del mondo, è la fine della credibilità.

Il sistema catastrofista si regge su un ultimo pilastro: il conformismo accademico.

Un ricercatore che non segue la corrente non vede il becco di un quattrino. I finanziamenti vanno a chi conferma la narrazione dominante, i paper dissidenti faticano a trovare riviste disposte a pubblicarli. E chi non pubblica non esiste.

Intanto il giro d’affari esplode. Secondo Verdantix la consulenza verde valeva quattordici miliardi tre anni fa, ne varrà quarantotto entro il 2028.

I crediti di carbonio, la moneta sacra della religione climatica, sono aria fritta certificata.

Carbon Market Watch ha verificato che su ventisei crediti approvati sotto l’Accordo di Parigi solo uno avrebbe rappresentato una riduzione reale delle emissioni. Gli altri venticinque? Carta straccia con il timbro verde.

E il colpo di scena finale lo ha servito il gran sacerdote in persona. Larry Fink, il padrone di BlackRock, undicimila miliardi in gestione, nel 2020 scriveva sostenibilità trentasei volte nella sua lettera annuale agli investitori. Nel 2025: zero.

Ha smontato l’altare che aveva costruito, ha incassato e se ne è andato. Auguri e figli maschi.

Ma la macchina della paura ormai cammina da sola. Ed è così che un comunicato stampa del WWF diventa verità rivelata per il TG1.

Quando il servizio pubblico rinuncia a verificare una fonte e la amplifica aggiungendoci cose preoccupanti di propria iniziativa, non fa più informazione. Fa catechismo.

Il catechismo verde che ogni giorno, a reti unificate, chiede agli italiani di sentirsi colpevoli per il crimine imperdonabile di vivere in un paese sviluppato.

Mentre il Bangladesh, che non ha un Overshoot Day perché non ha nulla, viene certificato come modello di sostenibilità.

Il paradosso perfetto: nel mondo dei profeti di sventura, la miseria è virtù. E chi costruisce, chi produce, chi tiene in piedi un paese, è il nemico del pianeta.

Autore

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui