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La Cina non è più un rivale. È un avversario sistemico

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Stati Uniti e Cina

Il confronto con Pechino è ormai una direttrice permanente della politica estera USA

Il voto del Senato americano non cambia soltanto il linguaggio della diplomazia. Cambia la natura del confronto tra Stati Uniti e Cina.

Quando Democratici e Repubblicani, divisi su quasi ogni questione di politica interna, trovano un consenso unanime nel definire Xi Jinping una minaccia per la sicurezza internazionale, significa che Washington non considera più Pechino un semplice concorrente economico, ma un avversario sistemico.

Il valore politico di questo voto non risiede soltanto nelle accuse rivolte a Pechino, ma nel fatto che sancisce la nascita di un consenso strategico destinato a durare ben oltre le alternanze di governo.

Negli Stati Uniti esistono ormai pochissimi temi capaci di unire Democratici e Repubblicani. La Cina è diventata uno di questi.

Ciò significa che il confronto con Pechino non dipende più dal Presidente in carica, ma è ormai una direttrice permanente della politica estera americana.

Washington considera conclusa l’epoca dell’integrazione economica come strumento di stabilizzazione politica e si prepara a una competizione strutturale destinata ad attraversare i prossimi decenni.

Il cambiamento è profondo anche sotto il profilo concettuale. Per oltre quarant’anni la Cina è stata considerata il grande laboratorio manifatturiero del pianeta, un partner economico indispensabile con il quale competere ma anche cooperare.

Oggi quella visione è definitivamente tramontata, agli occhi di Washington il problema non è più soltanto il commercio o il disavanzo della bilancia commerciale.

Il problema è un modello di potenza che integra sviluppo tecnologico, controllo industriale, capacità militare, intelligence, finanza, cyberspazio e diplomazia in un’unica architettura strategica.

Taiwan rappresenta il punto più evidente di questa trasformazione, le continue esercitazioni militari cinesi intorno all’isola non vengono più interpretate come semplici dimostrazioni di forza, sono percepite come la prova che Pechino intende modificare gli equilibri dell’Indo-Pacifico attraverso una pressione crescente, mettendo in discussione il sistema di alleanze costruito dagli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale.

Taiwan non è soltanto un’isola, è il principale produttore mondiale di semiconduttori avanzati, è uno dei cardini della sicurezza marittima del Pacifico occidentale ed è il punto di equilibrio tra deterrenza militare, innovazione tecnologica e libertà della navigazione.

Lo stesso ragionamento vale per il Tibet, spesso ricordato esclusivamente come una questione di diritti umani, in realtà il suo valore strategico è molto più ampio.

Il Tibet costituisce il tetto dell’Asia, il più vasto altopiano del pianeta, dal quale nascono alcuni dei grandi fiumi che alimentano miliardi di persone, dal Mekong al Brahmaputra, dall’Indo allo Yangtze.

Chi controlla il Tibet controlla una parte significativa delle risorse idriche dell’Asia e dispone di una posizione dominante lungo il confine himalayano con l’India.

Per Pechino il Tibet rappresenta inoltre un elemento essenziale dell’integrità territoriale della Repubblica Popolare. Ogni richiesta di maggiore autonomia viene quindi percepita non soltanto come una rivendicazione politica, ma come una potenziale minaccia alla stabilità dello Stato cinese.

Il suo valore, tuttavia, è anche profondamente strategico. L’altopiano

tibetano costituisce una delle più imponenti piattaforme naturali di proiezione militare dell’Asia. Negli ultimi anni la Cina ha trasformato la regione in un’’infrastruttura avanzata della propria deterrenza, realizzando aeroporti militari di ultima generazione, basi aeree, reti ferroviarie ad alta capacità, sistemi radar, missilistici e logistici in grado di garantire un rapido dispiegamento delle forze lungo il confine himalayano.

Il Tibet è oggi il principale cuscinetto strategico nei confronti dell’India e uno dei pilastri della postura militare cinese nell’Asia continentale. Per questo motivo la sua importanza va ben oltre la dimensione simbolica o identitaria: il controllo del Tibet significa controllo delle risorse idriche asiatiche, profondità strategica e capacità di deterrenza su uno dei fronti più delicati del pianeta.

All’interno della stessa Cina il quadro appare ancora più complesso di quanto venga spesso rappresentato. Il rallentamento della crescita economica, la crisi del settore immobiliare, la disoccupazione giovanile e le difficoltà delle imprese private hanno alimentato un diffuso malessere economico.

È vero che negli ultimi anni sono emersi segnali di insoddisfazione in alcuni settori della società, ma in un sistema privo di elezioni competitive e caratterizzato da un forte controllo dell’informazione è impossibile misurare con precisione il livello reale di consenso nei confronti di Xi Jinping.

Più che parlare di perdita di consenso, è corretto osservare come la leadership cinese stia progressivamente sostituendo la legittimazione fondata sulla crescita economica con una narrativa incentrata sulla sicurezza nazionale, sul nazionalismo e sulla competizione con l’Occidente.

Anche i riferimenti contenuti nella risoluzione americana alla Russia, all’Iran, alla Corea del Nord e all’Afghanistan non devono essere letti come episodi isolati.

Essi riflettono la convinzione, sempre più radicata a Washington, che Pechino stia costruendo una rete di relazioni politiche, economiche e tecnologiche alternative all’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti.

La competizione non riguarda più soltanto il Pacifico, ma investe l’intera architettura globale: energia, infrastrutture, tecnologie critiche, terre rare, intelligenza artificiale, cavi sottomarini, rotte marittime e catene di approvvigionamento sono ormai diventati strumenti di potenza al pari delle tradizionali capacità militari.

È questo l’aspetto che rende il voto del Senato americano un passaggio storico. Gli Stati Uniti sembrano aver definitivamente archiviato l’idea che l’interdipendenza economica avrebbe favorito una progressiva convergenza politica con la Cina.

Al contrario, la crescente integrazione viene oggi considerata un elemento di vulnerabilità strategica. Da qui deriva l’accelerazione delle politiche di reshoring, della diversificazione delle catene produttive, delle restrizioni tecnologiche e della ricerca di nuove alleanze industriali e militari.

La conseguenza più probabile non sarà una nuova Guerra Fredda identica a quella del Novecento. Il mondo contemporaneo è troppo interconnesso perché possa riprodurre lo schema bipolare del passato.

Ci stiamo invece avviando verso una competizione permanente nella quale commercio, finanza, innovazione, sicurezza, cyberspazio e diplomazia saranno sempre meno distinguibili.

Le grandi potenze non si limiteranno a confrontarsi sul piano militare, cercheranno di controllare le infrastrutture che garantiscono il funzionamento dell’economia globale.

In questo senso, la Risoluzione 444 non rappresenta soltanto una dura presa di posizione nei confronti di Xi Jinping, ma il riconoscimento politico che il XXI secolo sarà dominato da una competizione sistemica tra modelli di potere.

Non si tratta più di decidere chi produrrà di più, ma chi controllerà le connessioni strategiche del pianeta: le tecnologie, i dati, le rotte marittime, le infrastrutture energetiche e le reti digitali. È su questo terreno che si giocheranno gli equilibri del nuovo ordine mondiale.

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