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SOVRANITA’ E INTEGRITA’ TERRITORIALE NELL’ERA DELLA POST GLOBALIZZAZIONE (Parte 2)

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di Paolo Raffone

Quando si parla di sovranità e integrità territoriale è oggi inevitabile immaginare qualcosa di statico, definito, indiscutibilmente materiale, un nesso inscindibile e inalterabile di sovranità (legittima autorità indipendente di governo) e territorio (spazio circoscritto sul quale insiste la sovranità). Conseguentemente, in questa visione assoluta della sovranità, ogni tentativo di modificare gli equilibri egemonici della sovranità è considerato sovversivo, e ogni tentativo che attenti all’integrità territoriale è condannato come illegale.

Questa assolutezza del nesso tra i principi di sovranità e di territorio non deriva dall’esperienza moderna europea che da Vestfalia (1648) al 1918 si fondava su principi di realismo: la non ingerenza e il mutuo riconoscimento dell’integrità politica degli Stati (sovranità), non necessariamente territoriale. All’originario ordine vestfaliano non erano associati l’Inghilterra, la Polonia, la Russia e l’impero Ottomano. Tuttavia, il realismo politico continentale europeo permise di attualizzare le idee di “politiche dell’equilibrio” – “idee di buon senso” che David Hume rintracciava da Tucidide a Machiavelli[1] – dando luogo al principio dell’”equilibrio di potenza” (Utrecht, 1713) ribadito, dopo la parentesi rivoluzionaria e imperiale francese, dal Congresso di Vienna (1814), al quale partecipò anche il Regno Unito che si intestò il ruolo di assicurare l’equilibrio tra le potenze continentali in modo funzionale al mantenimento della sua egemonia marittima. L’ordine vestfaliano era un ordine anti egemonico che aveva come priorità di evitare il ripetersi di una tragica guerra tra gli Stati europei e di contenere le mire espansionistiche russe e francesi. Un ordine restauratore che entrò in crisi con i rapidi cambiamenti del sentimento sociale indotti dalle rivoluzioni capitalistiche e dal conseguente affermarsi di idee politiche liberali e di quelle nazionaliste. La guerra di Crimea (1853) fu la prima manifestazione della crisi dell’ordine vestfaliano che dal concerto delle nazioni mutò in scontro tra nazionalismi. La seconda manifestazione della crisi del sistema vestfaliano fu l’ingresso degli Stati Uniti d’America nell’arena delle potenze mondiali nel 1895, e più precisamente il cambiamento degli equilibri di potenza mondiali che dal 1901 (Great White Fleet) si è imposto con la supremazia marittima americana sulle potenze del Heartland eurasiatico. Una tendenza egemonica degli Stati Uniti che si era già manifestata dal 1823 (dottrina Monroe) che era anche una reazione di rifiuto e disprezzo per l’”anarchia e l’opacità del sistema delle relazioni internazionali in Europa”[2]. Una tendenza all’egemonia che un secolo più tardi impose la ri-strutturazione del continente della “vecchia Europa” al tavolo della pace di Versailles con la “nuova diplomazia” del presidente Woodrow Wilson (Lega delle Nazioni/Società delle Nazioni, 1920)[3]. Una tendenza egemonica e ri-strutturante che dopo Bretton Wood (1944) implicava la devoluzione sovranazionale di crescenti quote di sovranità degli Stati europei a favore di organismi ad hoc (intergovernativi, internazionali e sovranazionali). La migliore e più evidente sintesi del nuovo ordine mondiale che inquadrava le “nuove” sovranità è nell’articolo 11 della Costituzione italiana. La Guerra Fredda (1953-1989) ha garantito un irenico statu quo egemonico che è entrato in crisi con la dissoluzione volontaria del nemico necessario (URSS). E’ noto che quando l’egemonia diventa totalizzante si trasforma in dominio e tirannia (come avvenne con re Giorgio nel 1776). Dall’ultimo atto di realismo (Guerra del Golfo, 1991) gli Stati Uniti in crisi egemonica hanno inventato la metamorfosi dell’egemonica americana nell’unilateralismo della globalizzazione neoliberista, illudendosi che “finita la storia” si producesse automaticamente la volontaria adesione delle genti e degli Stati del mondo agli standard e alle regole euro-americane: liberaldemocrazia e libero mercato. Con l’eccezione della cattura degli Stati europei e dell’organo sovranazionale comunitario (CEE, UE), nel resto del mondo non è andata proprio così.

Il nuovo ordine internazionale wilsoniano per la prima volta “regolamentava” la guerra e riconosceva il diritto all’autodeterminazione incrinando in profondità il principio europeo di sovranità. In sostituzione dei principi vestfaliani sulla sovranità, nel 1932 la dottrina Stimson (americana) impose la “sacralità del territorio” – sovranità territoriale – rovesciando l’antico principio ex factis jus oritur e, quindi, dichiarando illegali le guerre di aggressione finalizzate alla creazione di nuovi Stati (ex injuria jus non oritur), ovvero stabilendo il principio del non riconoscimento di situazioni di fatto createsi in violazione dell’integrità territoriale. Una visione legalistica e formale di un nuovo ordine conveniente per gli Stati Uniti che avevano risolto le questioni territoriali con la dottrina Monroe, ma che le sconfitte potenze vestfaliane europee subirono[4]. La dottrina Stimson fu, invece, immediatamente contestata dall’URSS e dalla componente nazionalista del governo della Repubblica di Cina (ROC). Ancora oggi, come vedremo, i concetti di sovranità e di integrità territoriale presentano differenze semantiche significative tra le grandi potenze ma anche tra le medie potenze e quelle emergenti.

Le conseguenze del nuovo ordine post-vestfaliano che è stato recepito (con alcune modifiche, soprattutto richieste dalla Cina) nella Carta dell’ONU, sono state analizzate dalla dottrina delle relazioni internazionali. Non potendo qui entrare in dettaglio nel dibattito dottrinale, ricordiamo che nel campo realista Kenneth Waltz ha rivalutato l’importanza e la necessità delle “politiche di equilibrio” della potenza perché gli Stati devono potersi difendere e cooperare[5], mentre John Mearsheimer ha sostenuto “il realismo offensivo”, cioè la naturale ricerca della superiorità che ogni Stato persegue e che, quindi, implica una dinamica competitiva tra gli Stati, autolimitandosi a vicenda. Di rilievo è il pensiero di Stephen Walt che agli aspetti materiali della potenza ha aggiunto quelli sociali – la percezione della minaccia – che spinge i paesi più deboli a non opporsi ad una potenza ascendente che è percepita meno minacciosa di quella già esistente (band-wagoning theory). I cambiamenti incontrollati degli equilibri tra gli Stati e la creazione di nuove convergenze e/o raggruppamenti rischiano di scatenare guerre, ammoniva il presidente cinese Xi nel 2013. Le condizioni delle relazioni internazionali rendono molto attuali tutte queste riflessioni.

La concezione rigida e legalistica della sovranità territoriale comporta che una modifica territoriale non consensuale – cioè, causata dalla forza indipendente dell’impeto identitario – è una secessione penalmente perseguibile per “lesa integrità” territoriale. L’indipendentismo, da millenaria espressione suprema dell’identità individuale e collettiva, codificata come espressione concreta dell’autodeterminazione delle comunità di esseri umani, è derubricato a secessionismo, massima violazione e insulto dell’unitarietà di sovranità e territorio, e il revanscismo è esecrato come ingiusta aggressione territoriale e invasione della sovranità altrui. Dopo un quindicennio di sbandamento post-sovietico, dal 2008, la Federazione Russa sembra seguire principi diversi, incentrati sull’interesse nazionale russo e la difesa dell’esistenza dello Stato russo. La Repubblica Popolare di Cina, affermatasi potenza mondiale, in continuità con la storia e le posizioni della ROC, difende fermamente il principio di sovranità e non intende cedere in materia di demarcazioni territoriali fittizie. Noi italiani dovremmo ricordare il nostro eroe dei due mondi che, contro i discendenti di Torquemada, fu “un uomo che, facendosi cosmopolita, adotta l’umanità come patria e va ad offrire la spada ed il sangue a ogni popolo che lotta contro la tirannia, è più di un soldato: è un eroe” (Alexandre Dumas). Inoltre, converrebbe che anche i nostri amici americani ritrovassero il senso esoterico dei germogli dell’acacia che nella loro dichiarazione di indipendenza dalla tirannia (fiscale) inglese rese così risoluta e cogente la loro rinascita, tanto da separarsi dalla madrepatria ed essere riconosciuta sovrana dalla Francia. S’intuisce che l’approccio legalistico e rigido alla sovranità territoriale (imposto nel 1932), e il conseguente corollario dell’integrità territoriale, è un principio con molte sfumature e numerose contestazioni. D’altra parte, ad esempio, in Europa la demarcazione dei confini nazionali è territorio minato così come la demarcazione dei confini esterni dell’Unione europea è quanto meno un concetto fluido.

L’applicazione rigida del concetto di sovranità comporta che qualsiasi ideologia che intenda sovvertire l’ordine dell’autorità costituita, in quanto unica e assoluta rappresentante della sovranità, è passibile del delitto di “lesa maestà”, in Italia del reato di vilipendio, nel diritto canonico di eresia, nei regimi autoritari di comportamento antisociale (ad esempio, il “disfattismo” fascista) o controrivoluzionario nei regimi comunisti, e nel caso di grandi potenze, soprattutto ex imperiali, costituisce una violazione esistenziale dell’identità fondativa di quelle potenze. In Europa, gli ottocenteschi irredentismi e revanchismi, croce e delizia degli stati-nazione e della loro dichiarata territorialità, sono stati archiviati insieme all’idealismo e al romanticismo, ideologie devianti perché metafisiche e teleologiche che, giudicate anacronistiche cosmogonie o apocrife ontologie dell’essere, dovevano cedere alla secolarizzazione cogente della positività, di pensiero e di diritto, nell’intangibile integrità territoriale intesa come lo spazio materiale della fittizia sovranità che dal 1648 si auto-riconosce in una ritualità oligarchica. Un concetto di sovranità assoluta che, sebbene sia retoricamente diffuso nel mondo, ha valenze semantiche e applicazioni diverse secondo le culture e la storia.

Come vedremo, ricollocare i concetti di sovranità e integrità territoriale in un contesto di storia mondiale è necessario per apprezzare le differenze semantiche, e quindi culturali e storiche, tra le quali la prassi europea è stata quella con il maggior successo per circa tre secoli. Quello europeo è stato un successo semantico imposto con la forza al resto del mondo, accettato per pragmatismo e necessità ma mai veramente condiviso. Una concezione di un ordine mondiale che da europeo è divenuto americano. Un ordine mondiale che negli anni ’70 ha mostrato le sue prime crepe ricucite con l’adozione di una ideologia economicista, il neoliberismo, che sin dalle sue prime applicazioni, privatizzazione delle banche centrali (in Italia nel 1981) e finanziarizzazione dei servizi e della vita, ha stravolto l’organizzazione sociale basata sul lavoro e ha sostanzialmente marginalizzato il ruolo di garanzia dello Stato nel benessere sociale diffuso e di intervento dello Stato nell’economia.

Un meccanismo transnazionale di potere – il neoliberismo – che si poggiava su una esasperata divisione del lavoro a livello mondiale, ricreando per via finanziaria (debito) Stati formalmente indipendenti ma ridotti a delle Signorie (suzerain). Lo scioglimento volontario del blocco di paesi nemici (URSS) ha squilibrato il meccanismo che per riuscire a continuare a rendere accettabili nel suo campo le politiche antisociali e la concentrazione della ricchezza ha dovuto estendere la propria base di sfruttamento a livello mondiale. Per tutelare la stabilità sociale nei paesi del G7 si è resa necessaria l’esportazione del modello di iniquità sociale al resto del mondo senza più cercare di costruire istituzioni strutturanti (l’ultima è stata l’Organizzazione Mondiale del Commercio-OMC, 1995, che è un’incompiuta).

La globalizzazione, che non è altro che un’ideologia estrema del modello economico liberista mascherata dall’espansione dei diritti individuali (soprattutto politici) e in seconda battuta del modello liberaldemocratico (la c.d. democraticizzazione), presupponeva il superamento delle sovranità in uno spazio globale comune retto dai principi dell’efficienza capitalista (un mondo corporate). Quasi contemporaneamente, la Russia e la Cina hanno reagito a questo stato di cose. In pratica, non avevano alcuna intenzione di perdere la propria sovranità, identità, indipendenza e capacità di essere Stati e nazioni autonome. Dal 1999 Vladimir Putin, divenuto primo ministro, ha lanciato un nuovo programma nazionalistico teso alla tutela della sicurezza dello Stato russo sia nei confronti delle forze straniere neoliberiste che lo avevano catturato sia nei confronti delle turbolente aree dell’”estero vicino” (agitate anche da Stati concorrenti e/o nemici della Russia). La Cina, che si era appropriata dei principi legali ed economici occidentali, dopo la sua accettazione come membro dell’OMC nel 2001 ha sviluppato una strategia di “inversione della globalizzazione” (reverse globalization), cioè di inversione dei flussi. Un’inversione dei flussi che già era stata messa in atto dalle monarchie del Golfo a partire dagli anni ’70 sulla base dello scambio tra fornitura di energia e investimenti (e acquisizioni) nei paesi consumatori e ricchi dell’Occidente. La Cina ha “invertito” la globalizzazione con lo scambio produzione a basso costo (di lavoro) in cambio di investimenti (e acquisizioni) nei paesi consumatori e ricchi dell’Occidente. Dal 2013 la Cina ha lanciato la sua nuova strategia di ordine mondiale sinico con la Belt and Road Initiative (BRI), mentre la Russia ha continuato a “sicurizzare” le aree del suo “estero vicino”. Come vedremo, in nulla la Cina intende proporsi come egemone mondiale[6].

Gli Stati Uniti che si immaginavano imperituri egemoni mondiali non hanno gradito questi smarcamenti dal loro ordine mondiale neoliberista. Negli ultimi anni, gli Stati Uniti hanno scelto di ritirarsi da numerose istanze multilaterali e da alcuni accordi bilaterali con la Cina e la Russia: SALT (Strategic Arms Limitation Talks) nel 2002; INF (Intermediate-Range Nuclear Forces) nel 2019; New START (Measures for the Further Reduction and Limitation of Strategic Offensive Arms) con molte difficoltà è stato esteso fino al 2026; WHO/OMS nel 2020, reintegro parziale nel 2021; TPP (Trans Pacific Partnership) nel 2017; TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) nel 2018. Inoltre, la guerra in Ucraina ha distrutto l’architettura di sicurezza europea comportando la perdita di autonomia strategica degli europei e dell’UE che per necessità hanno scelto di allineare le proprie politiche (Difesa, Sicurezza, Armamenti, Sanzioni) a quelle degli Stati Uniti che in Europa hanno stabilito una gerarchia “strategica” tra la “nuova Europa” – Polonia, paesi baltici e scandinavi, repubblica Ceca e Romania – e i paesi della “vecchia Europa”[7]. Il G7 è, almeno dal 2021, sempre di più una piattaforma americana per il coordinamento anti russo e anti cinese, come dimostra l’attuale riunione in svolgimento a Hiroshima in Giappone[8].

Questi esempi servono a capire quanto sia grave la situazione che nemmeno i teorici del neoliberalismo (von Mises e Hayek) avrebbero mai voluto vedere, anzi, certamente avrebbero sostenuto la necessità di costruire istituzioni intergovernative e/o sovranazionali per gestire la costruzione del consenso ( e la normazione) tra le grandi potenze e tra quelle medie ed emergenti. Per i teorici neoliberali, generare ordine era un bisogno imprescindibile e irrinunciabile per l’economia e per il benessere (è stato così nel ’19 e poi nel ’44). Le estremizzazioni liberiste di un più giovane neoliberale, Milton Friedman, combinate con le ideologie libertarie e ultra individualiste della sinistra e della destra americane (i neocon) sono tra le cause più importanti della crisi di egemonia che gli Stati Uniti vivono all’interno e che esportano all’esterno. Prendere coscienza di questa condizione esistenziale americana è imprescindibile per evitare la continuazione dell’attuale spirale bellica. L’anti-americanismo non serve, anzi peggiora lo sconvolgimento del pianeta.

Credendo che ancora ci sia qualche spiraglio per ritrovare un senso in questa drammatica congiuntura mondiale, più che sugli effetti cerchiamo di concentrare i nostri sforzi sulle ragioni ontologiche che sono alla base delle percezioni e delle scelte degli Stati e dei loro leader[9]. Gli Stati non sono più i soli agenti del sistema internazionale ma restano, per ora, gli agenti più importanti che devono assumersi la responsabilità del ruolo che storicamente hanno ricevuto. La sicurezza e la stabilità di cui c’è urgente bisogno non può ricercarsi se non procediamo a ricollocare i concetti di sovranità e integrità territoriale in un contesto di storia mondiale.

Prima di esporre alcuni brevi lineamenti sui concetti di sovranità e integrità territoriale secondo la semantica cinese e russa, riteniamo utile ridefinire i termini dei due concetti nel campo occidentale (il G7). Il concetto di sovranità assoluta introdotta da Stimson nel 1932 è stato normato dall’articolo 2 della Carta dell’ONU e ripreso successivamente dalla Lega Araba (1945), dall’Organizzazione degli Stati Arabi (1948), dalla Carta dell’Organizzazione dell’Unità Africana (1963), dall’Atto Finale di Helsinki (1975), dalla Convenzione di Vienna (1978), dall’African Union (2000), e sia la NATO sia l’Unione europea richiedono allo Stato che desidera divenirne membro di aver preventivamente concluso tutte le dispute e la definizione o demarcazione dei suoi confini esterni. Durante la decolonizzazione il principio è stato applicato strictu sensu, cioè il principio di autodeterminazione (articolo 1 Carta ONU) si applica alle colonie (etc…) in modo tale che “il principio di integrità territoriale s’impone alle richieste dei popoli”[10]. Interessatamente, questa interpretazione è stata richiesta proprio dagli Stati africani che nascendo deboli (e poveri) rispetto alle “madrepatrie” e alle invadenti potenze bipolari videro nel concetto di sovranità assoluta la migliore protezione per la loro fragile esistenza. Decisione pragmatica ma come la storia successiva mostra non è stata risolutiva e tantomeno è stata priva di contestazioni. Dalla fine del mondo bipolare (1989) la pratica diplomatica (e politica) ha progressivamente eroso l’assolutezza dei principi che non era altro che una “comoda chimera” dei tempi bipolari (purtroppo riemersa oggi trattando di Ucraina o Taiwan).

Come ha scritto Michael Walzer nell’ultima edizione del suo Just and Unjust Wars (2006) “la difesa dei confini pre-stabiliti (o pre-esistenti) non è assoluta”, anzi ci sono almeno tre possibilità che permettono l’infingimento dei confini di uno Stato riconosciuto: a) una specifica comunità richiede la secessione o la “liberazione nazionale” modificando i confini statali; b) un contro-intervento (militare) si rende necessario per difendere i confini già violati da altri; c) si sono verificate terribili violazioni dei diritti umani o massacri. Come si può capire la questione della sovranità non è cosa binaria – aggressore/aggredito, occupante/occupato – ma come ha scritto Stephen Krasner, è cosa complicata e se ne possono identificare almeno quattro declinazioni, tutte altrettanto legittime e valide[11]: a) Sovranità nell’interdipendenza (capacità dello Stato di regolamentare i movimenti di beni, capitali, idee e persone attraverso i suoi confini) ; b) Sovranità interna (struttura ed effettività dell’autorità di governo); c) Sovranità legale internazionale (riconoscimento di entità territoriali giuridicamente organizzate e indipendenti); d) Sovranità vestfaliana (autonomia delle strutture interne e assenza di influenze esterne). Distinzioni che, come vedremo, saranno riprese parlando di Cina e Russia, ma che si applicano alla stringente attualità in Ucraina e Taiwan. La chimera della sovranità assoluta e dell’integrità territoriale incontra potenti limitazioni anche rispetto alle attività di enti non statali transnazionali (grandi compagnie, gruppi terroristici e/o criminali, grando ONG), alla prevalente tendenza di superiorità “erga omnes” (sopra tutti, anche sopra gli Stati) dei diritti dell’uomo, e negli ultimi anni all’espansione delle reti cibernetiche e delle intelligenze artificiali attraverso reti terrestri, aeree o spaziali che non hanno confini. Secondo Richard N. Haass, la sovranità è “contingente alla sicurezza”, cioè “la sovranità comporta obblighi o responsabilità, tra cui il trattamento umano dei cittadini e l’impegno a non sostenere il terrorismo o a non perseguire programmi per la costruzione e diffusione di armi di distruzione di massa”. Quindi i “diritti sovrani” e le “immunità” della sovranità non sono assoluti ma “dipendono dal rispetto degli obblighi che ha lo Stato”[12].

Nel 1999, Kofi Anan, Segretario generale dell’Onu, scriveva che “la sovranità statale, nel suo senso più elementare, viene ridefinita, non da ultimo dalle forze della globalizzazione e della cooperazione internazionale. Gli Stati sono ormai ampiamente intesi come strumenti al servizio dei loro popoli, e non viceversa. Allo stesso tempo, la sovranità individuale – e con questo intendo la libertà fondamentale di ogni individuo, sancita dalla Carta delle Nazioni Unite e dai successivi trattati internazionali – è stata rafforzata da una rinnovata e diffusa coscienza dei diritti individuali. Quando leggiamo oggi la Carta, siamo più che mai consapevoli che il suo scopo è proteggere i singoli esseri umani, non proteggere coloro che ne abusano”[13]. Mentre Michael Scharf è a favore del rispetto rigido dell’integrità territoriale senza la quale si creerebbero problemi maggiori, un altro studioso tedesco, Hurst Hannum, sostiene che la “sovranità territoriale ha un senso se effettivamente garantisce la stabilità e la protezione delle persone che vi risiedono”[14]. Tra le dottrine più avanzate, ricordiamo quella così detta della “sovranità guadagnata” (earned sovereignity) elaborata dal Public International Law and Policy Group (PILPG) che, per ovviare alla ripetizione degli errori del passato, propone: “Piuttosto che vedere la sovranità come verginità, come qualcosa che si ha o non si ha, come qualcosa che una volta perduta non può mai essere riconquistata, e come qualcosa che non può essere condivisa, la sovranità statale è vista come un concetto fluido. L’indipendenza totale con sovranità illimitata e indivisa non è l’unico risultato possibile”[15]. Torna d’attualità quanto abbiamo scritto sul riconoscimento (nella Parte I) che non deve e non puo’ essere costitutivo. Infatti, lo status finale può essere qualcosa di diverso dalla piena sovranità e integrità territoriale. Questa idea si riflette, ad esempio, in alcuni piani previsti per la Palestina o il Kosovo. D’altra parte, non è un fenomeno nuovo dato che la sovranità storicamente non è sempre stata assoluta. Tuttavia, le norme legali non hanno rispecchiato questo. “È giunto il momento di abbracciare de jure la nuova realtà della sovranità guadagnata che sta emergendo dalla pratica diplomatica”.

Restano molti paradossi irrisolti. Nulla è bianco o nero in materia di sovranità e integrità territoriale. Proprio l’Unione europea e i suoi Stati membri, diversamente dagli americani, dovrebbero essere coscienti che l’integrità territoriale, che comprende sia la sovranità territoriale che la conservazione territoriale, fa parte dell’accordo di sicurezza post-WWII e che, quindi, oggi è sottoposta a una pressione crescente. Infatti, mentre la sovranità di alcuni Stati è in discussione, altri Stati stanno sempre più cercando di mantenerla o riconquistarla. In questi tempi bui di ri-territorializzazione è urgente rilanciare una discussione aperta sulla relazione Stato/territorio all’altezza delle condizioni e delle sfide del presente. Le tremende conseguenze sociali e ambientali prodotte in quattro decadi dal neoliberismo hanno portato alla Brexit, ma stanno portando anche alla EUexit de facto della “nuova Europa”, e infine portano alla Globalexit del “Rest of the World”. Gli Stati europei devono opporsi alla soluzione ventilata da Washington per raggiungere una tregua in Ucraina. Agli europei della “vecchia Europa” la soluzione coreana non conviene. Si deve prendere atto che i tempi sono cambiati e che alcuni confini potranno essere modificati, ma che alcuni Stati potrebbero cessare di essere sovrani in quei confini.

Il concetto di sovranità della Russia può essere compresa nel suo significato semantico soltanto attraverso una sua storicizzazione e considerando che la Russia non partecipò allo sviluppo dei principi vestfaliani fino al Congresso di Vienna dove ebbe un’influenza determinante per la nascita di una Polonia indipendente e per garantire l’equilibrio tra le potenze continentali (promuovendo la Santa Alleanza). A causa della rivoluzione in corso, la Russia non partecipò alla conferenza di pace di Versailles (1919) e la sua breve ammissione alla Società delle Nazioni coincise con il rifiuto della dottrina Stimson. Invece, l’URSS partecipò alla fondazione delle Nazioni Unite dove ricopre uno dei cinque posti permanenti del Consiglio di Sicurezza. Tuttavia, la partecipazione dell’URSS non va intesa come accettazione entusiasta della sopranazionalità dell’ONU, che era incompatibile con i principi dell’internazionalismo proletario, ma come strumento di accreditamento e di influenza dell’URSS nel sistema internazionale (borghese). Tuttavia, in modo pragmatico, sul principio di indivisibilità di pace e sicurezza l’URSS non ha fatto mancare il proprio contributo costruttivo. La Federazione Russa, Stato successore della Russia sovietica nel 1991, ha mostrato una maggiore apertura alla collaborazione con il sistema internazionale – ONU, NATO, e UE – fino ai primi anni duemila. Il punto di svolta fu l’invasione dell’Iraq nel 2003 alla quale la Russia si oppose. Da allora, la Russia ha rinforzato il suo programma nazionalistico, tornando ad avere preoccupate rivendicazioni di sicurezza in numerosi territori degli Stati del suo “estero vicino”. Per la Russia, la relazione tra il concetto di sovranità e la realtà della sovranità è storicamente aperta, contingente e instabile. Il concetto russo di sovranità è assoluto nella sua applicazione interna (lo Stato russo), mentre verso l’esterno giustifica posizioni divergenti: dal sostegno all’indipendenza alla promozione dell’integrazione di vari Stati; dalla protezione dei diritti e dei privilegi di taluni a fare l’esatto opposto per altri. Il concetto di frontiera esterna al nucleo centrale della sovranità russa è un fattore determinante per capire le politiche russe in quello “spazio eurasiatico” nel quale, pur riconoscendo l’esistenza di frontiere nazionali, è lo Stato russo, che è multietnico e multinazionale, a restare centrale ed egemone. Più che aspetti legalistici e formali, in materia di sovranità e frontiere la Russia ha sviluppato nei secoli un approccio pragmatico per la propria esistenza e sopravvivenza, fondato sul riconoscimento di situazioni di fatto consolidatesi nel tempo. La differenza semantica russa dei concetti di sovranità e integrità territoriale è legittima e non può essere ignorata, anche in considerazione del significativo ruolo di grande potenza che la Russia senza dubbio ricopre. La ricostruzione di un dialogo con la Russia è inevitabile per garantire la stabilità nel mondo. Avendo distrutto quasi tutte le istanze di dialogo che offrivano i trattati in essere o le organizzazioni multilaterali, i paesi occidentali, soprattutto gli Stati europei, dovranno lavorare molto per ristabilire dei canali di comunicazione e dialogo con la Russia che resta l’egemone della piattaforma eurasiatica alla quale la penisola europea è inscindibilmente (e storicamente) collegata. Anche in questo caso, gli Stati europei hanno esperienza storica e interessi divergenti da quelli degli Stati Uniti. Più che l’autonomia strategica paventata ad arte dalla Francia e maldestramente sostenuta dall’UE, il quadrilatero europeo Roma-Parigi-Berlino-Madrid (la veccia Europa) dovrebbe rafforzare la cooperazione per reinventare un’architettura di sicurezza europea con la quale la Russia possa dialogare.

In merito alla Cina, ha ragione Kissinger ad ammonire di non interpretare male il pensiero cinese che è più confuciano che marxista. Inoltre, continuare una retorica che assomma in modo indistinguibile Russia e Cina come i mali assoluti costituisce un’eterogenesi dei fini che non è né vera nella realtà né conveniente per i paesi europei. Un recente bel libro è stato pubblicato da una studiosa italiana (Maria Adele Carrai, “Sovereignity in China”, Cambridge University Press 2019) che ha il grande pregio di ricostruire i concetti di sovranità e la loro evoluzione in un contesto di storia comparata globale, dimostrando come la Cina non è mai stata un’isola separata dal resto del mondo ma anzi, soprattutto a partire dalla seconda metà del XIX secolo ha recepito, rielaborato e contribuito allo sviluppo del diritto e del sistema internazionale. Non potendo qui affrontare l’enorme ricchezza dei contenuti (si invita a leggere il libro, ne vale la pena!) ci limitiamo a sottolineare qualche utile pista di riflessione.  

Il professor Yang Zwei sintetizza così il concetto cinese di sovranità elaborato nell’ultimo secolo e mezzo: “la sovranità cinese non è mitologica ma è uno strumento per soddisfare l’interesse nazionale in circostanze mutevoli e attraverso l’adattamento di diversi obiettivi nazionali”.

Il concetto stesso di sovranità era assente in Cina fino al 1839 quando il termine europeo fu tradotto in tre diversi ideogrammi che servirono alla Cina per sopravvivere come entità statale durante il secolo delle umiliazioni (“nel trattare con i barbari invasori”). Dopo la seconda guerra dell’oppio, il concetto di sovranità fu utilizzato principalmente come forme retorica per unire i popoli della nazione cinese che era in procinto di emergere (fondazione della Repubblica di Cina-ROC, 1911). In meno di un secolo, la Cina aveva abbandonato il vecchio ordine imperiale sostituendo un complesso e regolamentato sistema di “frontiere fluide” con confini sovrani rigidi e ha secolarizzato la fonte di legittimazione del potere di governo dal “sacro cielo” al popolo.

I giuristi della ROC erano quasi tutti educati all’estero e importarono il concetto wilsoniano di autodeterminazione che fu reinterpretato in chiave sinica, cioè inteso solo per il popolo Han e non per i popoli delle “frontiere”. Nonostante la debolezza del controllo del governo centrale sulle aree di territorio di frontiera, la Cina decise di fare uso del concetto “fittizio” di autorità per stabilizzare all’esterno (sul piano internazionale) l’esistenza continuativa della propria sovranità su quei territori.

Con la Repubblica Popolare (1949) il concetto di sovranità è stato adattato al quadro ideologico marxista, divenendo utile sia come schermo contro l’imperialismo occidentale sia per ottenere il riconoscimento da parte dell’ONU (1972), mettendo così fine alle contestazioni e mire territoriali sui suoi confini. Fino agli anni ’70, il concetto di sovranità era inteso nella teleologia dell’internazionalismo proletario e dei Cinque Principi della Coesistenza Pacifica (Trattato con il governo dell’India, 1954) che sono tutt’ora la pietra miliare della politica estera cinese. Dall’epoca di Deng Xiaoping (1979) la Cina ha adottato la politica delle “porte aperte” integrandosi rapidamente con il resto del mondo, soprattutto in termini economici e con lo scopo principale di “preservare l’insieme degli interessi nazionali cinesi”.

Non ha ragion d’essere il dibattito, molto occidentale, sulle tendenze revisioniste o di statu quo della Cina che con l’avvio della globalizzazione americana ha confermato un approccio pragmatico, configurando la sovranità piuttosto nella sfera culturale che è ritenuta necessaria per preservare una propria autonomia nel percorso verso la modernità. D’altra parte, la Cina, vedendo che il concetto di sovranità continua ad essere contestato in vario modo e da più parti nel mondo, mantiene il suo approccio contestuale e strumentale del concetto, purché serva l’interesse nazionale che oggi include le aspirazioni di una grande potenza. La Cina usa la retorica della “grande rinascita” che significa fondamentalmente il ritorno della Cina al suo posto storico di grande potenza mondiale (dal quale, nel XIX secolo, era stata espulsa dall’imperialismo delle potenze occidentali, della Russia e del Giappone).

E’ stato notato che la Cina è un resistente impero che si comporta come uno stato-nazione. Questo spiega la rivisitazione in chiave autoctona del concetto di ordine mondiale che la Cina basa sul recupero della sua sapienza tradizionale e che la Scuola Cinese di filosofia ha tradotto in “politiche” note come il “mondo armonioso” (Hu Jintao). E’ importante notare che in questo concetto, la Cina non ha adottato la ristretta visuale della sovranità vestfaliana ma, in un’ottica veramente globale, usa come punto di partenza il mondo e non lo Stato. In questo senso, la grande ricchezza culturale cinese può costituire una base preziosa per ripensare le fondamenta metafisiche necessarie alla ricostruzione di un ordine mondiale e del suo sistema normativo.

 

[1] Francesco Guicciardini, amico di Machiavelli, nella sua “Storia d’Italia” descrive lo “stato di equilibrio” tra le varie città stato della penisola così da impedire che l’uno possa prevalere sui molti, un dominio che i più deboli contrasterebbero coalizzandosi contro quell’uno.

[2] G. Lowes Dickinson, “The European anarchy”, 1916

[3] Henry Kissinger, “L’arte della diplomazia”, 1994

[4] https://www.americanforeignrelations.com/A-D/Doctrines-The-hoover-stimson-doctrine.html

[5] Kenneth Waltz, “Theory of international politics”, 1979

[6] Henry Kissinger, “A conversation with Henry Kissinger”, The Economist, 17 maggio 2023 (https://www.economist.com/kissinger-transcript)

[7] Nel 2003, fu Donald Rumsfeld il primo esponente politico americano a distinguere tra vecchia e nuova Europa. https://www.economist.com/united-states/2003/02/20/old-america-v-new-europe

[8] https://www.globaltimes.cn/page/202106/1225524.shtml

[9] https://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/ldquo-trovare-personalita-lucida-nell-rsquo-establishment-353860.htm

[10] Risoluzione dell’Assemblea Generale ONU del 1970

[11] Stephen D. Krasner, “Problematic Sovereignty: Contested Rules and Political Possibilities”, Columbia University Press, 2001

[12] Richard N. Haass, “Defining U.S. Foreign Policy in a Post-Post-Cold War World”, the 2002 Arthur Ross Lecture

[13] Kofi A. Annan, “Two Concepts of Sovereignty,” The Economist, 18 September 1999

[14] Michael P. Scharf, “Earned Sovereignty: Juridical Underpinnings,” Denver Journal of International Law and Policy, 2003; Hurst Hannum, “Territorial Autonomy: Permanent Solution or Step toward Secession?”, 2000

[15] Leon Brittain, “A Pro-European Policy for Conservatives,” July 1999

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