A 250 anni dall’Independence Day
Il 4 luglio del 1776 cinquantasei uomini firmarono un documento destinato a cambiare la storia del mondo.
La Dichiarazione d’Indipendenza, firmata nella città di Philadelphia, non sanciva soltanto la separazione delle tredici colonie dall’Impero britannico, ma introduceva un principio rivoluzionario per il XVIII secolo il potere non derivava più dal diritto divino dei sovrani ma dal consenso dei governati e ogni individuo possedeva diritti inalienabili, tra cui la vita, la libertà e la ricerca della felicità.
Dopo duecento cinquanta anni, gli Stati Uniti celebrano non soltanto il proprio compleanno, ma il più longevo esperimento politico della modernità.
La domanda, inevitabilmente, è una sola, l’America è diventata ciò che i Padri Fondatori immaginavano?
La risposta è probabilmente la stessa che accompagna da sempre la storia americana, sì e no.
Sì, perché nessun’altra nazione è riuscita a trasformare con la stessa forza la propria capacità innovativa in potenza economica, tecnologica, scientifica e militare.
Dalla rivoluzione industriale all’informatica, dalla conquista dello spazio all’intelligenza artificiale, gran parte delle trasformazioni che hanno definito il mondo contemporaneo sono passate dagli Stati Uniti.
No, perché la promessa originaria di uguaglianza e opportunità è rimasta, almeno in parte, incompiuta.
La schiavitù prima, le divisioni razziali poi, le disuguaglianze economiche, le tensioni sociali e la crescente polarizzazione politica ricordano ancora oggi quanto la distanza tra ideali e realtà possa essere ampia.
Il quarto di millennio americano arriva inoltre nel momento probabilmente più complesso dalla fine della Guerra Fredda. Per la prima volta dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, Washington si confronta con concorrenti strategici capaci di sfidarne contemporaneamente la superiorità economica, industriale, tecnologica e geopolitica.
La competizione con la Cina riguarda semiconduttori, intelligenza artificiale, spazio, energia e controllo delle catene del valore globali. La guerra in Ucraina ha riportato al centro il tema della deterrenza militare europea, mentre il Medio Oriente continua a rappresentare uno degli epicentri dell’instabilità internazionale.
L’America del 2026 non vive più il momento unipolare degli anni Novanta. Vive piuttosto la transizione verso un mondo multipolare nel quale il potere viene continuamente negoziato tra Stati, tecnologie, dati e infrastrutture strategiche.
Ma il vero interrogativo, nel giorno dei 250 anni degli Stati Uniti, non riguarda soltanto ciò che l’America è stata o ciò che è diventata. Riguarda soprattutto come gli americani vivono oggi il proprio Paese.
La risposta è sorprendente e, per certi aspetti, profondamente americana, orgoglio e inquietudine convivono nello stesso momento storico.
Gli americani continuano a sentirsi fortemente legati alla Costituzione, alla libertà individuale e all’idea stessa del sogno americano. Una larga maggioranza continua a dichiararsi patriottica e considera ancora validi i principi fondativi del 1776.
Allo stesso tempo, cresce però una sensazione di fragilità nazionale che negli Stati Uniti non si percepiva da decenni. Secondo un recente sondaggio, il 77% degli americani ritiene che gli stessi Padri Fondatori sarebbero delusi dall’America di oggi, il dato più alto mai registrato.
Ancora più sorprendente è un altro dato il 38% dei cittadini statunitensi non è convinto che gli Stati Uniti esisteranno ancora come nazione unita tra altri 250 anni, mentre due americani su tre ritengono che la democrazia americana stia attraversando una fase di pericolo reale.
La polarizzazione politica, il conflitto culturale, l’immigrazione, il costo della vita, il dibattito sull’identità nazionale e la crescente sfiducia nelle istituzioni hanno trasformato questo anniversario in qualcosa di diverso da una semplice celebrazione.
Il bicentenario del 1976 fu il compleanno dell’ottimismo americano, della fiducia nel futuro e della convinzione che il secolo americano fosse appena iniziato.
Il duecentocinquantesimo anniversario appare invece come il compleanno delle domande, gli Stati Uniti festeggiano il proprio passato mentre discutono il proprio futuro. Eppure, proprio in questo dubbio permanente, esiste forse il tratto più autentico dell’identità americana.
Gli Stati Uniti hanno attraversato una guerra civile, due guerre mondiali, la Grande Depressione, il terrorismo globale e crisi economiche che sembravano mettere in discussione la loro stessa tenuta nazionale.
Ogni volta sono usciti trasformati.
Forse è proprio questa la vera eredità del 4 luglio non la convinzione di essere arrivati al traguardo, ma la volontà di continuare a inseguire un’idea di Paese che, per definizione, non può mai considerarsi conclusa.
Nel 1776 l’America rappresentava una promessa. Nel 2026 quella promessa continua a essere, allo stesso tempo, la sua più grande forza e il suo interrogativo più difficile.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


