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GINO GIUGNI, UN GIGANTE SPESSO DIMENTICATO

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di Antonio Foccillo

Dopo il ricordo di Brodolini voglio mettere in risalto un’altra figura nobile del socialismo italiano: quella di Gino Giugni che ha contribuito sia alla definizione dello Statuto dei lavoratori sia di corrette relazioni sindacali nel nostro Paese.

Egli era considerato l’uomo del dialogo, del confronto, delle relazioni e quindi delle regole e per questo sosteneva: “È difficile la governabilità di una società complessa e lo stesso funzionamento delle sue democrazie rappresentative senza un’integrazione delle rappresentanze politiche con le rappresentanze sociali”.

Ha dedicato molta parte della sua vita a questo. Egli con la sua intelligenza, con la sua capacità di ascolto e mediazione ha contribuito a rendere questo Paese più civile, democratico ed evoluto socialmente ed economicamente. Giurista esimio, ma anche politico e Ministro.

Di fronte a teorie e progetti, che ogni tanto ritornano, di riforme anche istituzionali molto vacue, le pagine scritte da Giugni danno un senso di profondità e lucidità di pensiero di cui ultimamente si avverte la mancanza.

Una società priva di discussioni collettive reali che si affida ad alienanti emozioni virtuali è destinata al declino. Per questo dobbiamo ricordare sempre la lezione di un uomo come Giugni che ha sempre praticato il dialogo e la sintesi fra gli interessi per arrivare ad una vera discussione collettiva per la formazione di idee e di un confronto dialettico.

La sua sensibilità verso il mondo del lavoro costituiva un bagaglio permanente che ne arricchiva le potenzialità professionali, anche in veste istituzionale. Questo era Giugni! Questa è la ricchezza cha aveva e non può passare inosservata! La capacità di essere sé stessi ovunque. Portare le proprie idee avanti in ogni luogo e in ogni momento, con l’obiettivo costante, del progresso sociale, ma senza mai prevaricare o lasciarsi andare ad isterismi.

Era un uomo che credeva fortemente nella libertà e nella giustizia sociale: l’una inscindibile dall’altra. Infatti, per lui non vi era una senza l’altra. 

Era un laico, nel senso del rispetto del pensiero altrui e pretendeva che esso fosse sempre riconosciuto ad avere titolo nella discussione, anche quando era in minoranza e non lo condivideva. Infatti, per questo dedicò le sue energie nel definire regole di supporto alle diverse rappresentanze per assicurare loro partecipazione e diritto all’esercizio della libertà di parola.

Era anche un riformista ma per riforme inclusive e di coesione e non divisive o contro qualcuno come avviene oggi.

Era un uomo di quella cultura intellettuale e giuridica che ha prodotto, a partire dagli anni 70, tanta legislazione sociale che ha garantito diritti e prerogative sindacali e ha tutelato i lavoratori.

Nella storia ci sono uomini che non passano inosservati, che hanno una cultura poliedrica e nella nostra società, spesso intrisa di monocultura, non sempre si incontrano uomini così come era Giugni.

Tutti lo abbiamo ricordato, giustamente, come il padre dello Statuto dei lavoratori, ma io voglio ricordarlo per aver contribuito ad un altro evento, anch’esso importante, per la parti sociali italiane: l’accordo del 23 di luglio 1993.

Oggi tanto criticato, ma significativo, allora, per l’importanza che rivesti non solo sul piano salariale ma anche istituzionale e per il fatto che rese possibile l’entrata nel processo di unificazione Europea, a pieno titolo, dell’Italia.

Vi furono vari incontri, piuttosto inutili, finché, per sbloccare l’impasse il ministro del lavoro Giugni presentò un documento di approfondimento sui principali punti di contrasto e problema, ancora lontano da una soluzione, della rappresentanza sindacale.

Il ritmo degli incontri si fece febbrile con numerosi colloqui informali del ministro Giugni con imprenditori e sindacati per tentare di sbloccare la situazione in vista dell’incontro ufficiale e per raccogliere elementi utili per varare un documento da sottoporre alle parti. Fino a che Giugni, con la sua sagacia e disponibilità, riuscì a consegnare alle parti un protocollo che il 23 luglio 1993 fu firmato da tutti.

Per capire l’importanza di quell’accordo bisogna ricordare cosa era l’Italia di quel momento: suicidi eccellenti, attentati, paura diffusa, confusione politica, crisi di valori. Tempi difficili che evidenziano il trapasso di un’epoca, da un cambio del precedente sistema di potere ad una delicata fase di transizione.

Le autobombe di Milano e Roma, che seguono agli altri attentati di Roma e Firenze, erano segnali inquietanti di una nuova stagione di tensione, dove si annidavano tante cose, la volontà di rallentare il rinnovamento della Repubblica, ma, anche, coloro che non hanno mai rinunciato agli strumenti della destabilizzazione, nel tentativo di far regredire il Paese o, comunque, per evitare la democratizzazione della società in ogni sua articolazione sociale, economica e culturale.

In questo panorama d’incertezze si inserì un segnale in controtendenza rappresentato dall’accordo sul costo del lavoro e dalla riforma della contrattazione.

Il Ministro Gino Giugni si mostrò evidentemente entusiasta: “Non voglio enfatizzare, ma dentro c’è tutto: è una vera e propria costituzione delle relazioni industriali. Sotto il profilo politico sono due gli aspetti da sottolineare, il primo è che mentre i partiti sono allo sbando e cercano ansiosamente dei centri di raccolta, il mondo sindacale, nel senso più lato, ha saputo raggiungere un risultato atteso da una decina di anni”.

“Ora la politica economica la decidono anche le parti sociali, esse si assumono delle responsabilità che in materia contrattuale e salariale sono molte ben definite, in materia di prezzi e tariffe c’è un lungo capitolo nel protocollo, in materia fiscale le scelte dell’esecutivo verranno sottoposte al vaglio delle parti sociali. Non solo, prima tutto si svolgeva per mezzo degli automatismi salariali, ora invece tutto si contratta e la contrattazione deve essere garantita altrimenti scattano le sanzioni”. “Tale intesa rappresenta un fattore di stabilità, un vero miracolo di ricompattamento dei rapporti sociali in un Paese che si caratterizza per la polverizzazione nei rapporti politici”.

Non si può non rilevare che quello fu uno accordo che presto fu dimenticato e nonostante i tanti tentativi successivi, nessuno fu di quella dimensione politica e sociale.

Perché negli anni proprio sul piano economico, sociale e politico si è determinato un processo per effetto di scelte precise e determinate da parte del “neoliberismo” che ha imposto al mondo industrializzato una precisa strategia di attacco ai diritti del lavoro e alle conquiste sociali.

Una ideologia che ha prodotto un’omogeneizzazione culturale (il c.d. pensiero unico), imponendo nell’opinione pubblica mondiale certezze che assolute non sono.

Un condizionamento delle menti oltre che dei mercati che ha toccato finanche le Costituzioni, perché la globalizzazione, secondo i suoi sacerdoti, non doveva essere regolata e governata, poiché se lasciata libera avrebbe condotto, gradualmente alla ricchezza diffusa. Il tutto accompagnato dal disegno della finanziarizzazione dell’economia, delle delocalizzazioni, della libertà delle multinazionali di muoversi senza freno hanno creato una crisi spaventosa con l’aumento della disoccupazione, della povertà e dell’emarginazione.

In questo quadro, per uscire da questa situazione bisognerebbe ripensare ad un nuovo modello di società dove si ripristini una nuova politica dei redditi per distribuire il carico dei sacrifici meglio e non sempre sui soliti noti.

Certamente essa andrebbe aggiornata ma servirebbero uomini che oggi non ci sono in politica, come Brodolini e Giugni ed altri ancora. Per capirci quelli della prima Repubblica che avevano portato la sua economia ad essere la quinta nei paesi industrializzati e nella società avevano prodotto valori quali la coesione sociale e la solidarietà che si attuavano grazie alle mediazioni fra interessi diversi. Cioè, attraverso quegli strumenti di partecipazione democratica codificati dalla Costituzione e vivificati nella prassi dei governi e dei sindacati di allora.

Se non si capisce che non più possibile, oggi, pensare di rilanciare l’economia senza un ruolo propositivo e di partecipazione di tutte le rappresentanze economiche e sociali, con delle nuove regole ripristinando quelle dello Statuto dei lavoratori e quelle della concertazione si peggiorerà sempre di più.

Proprio Giugni nel periodo di congedo dalla politica continuò a seguire le vicende delle relazioni sindacali da studioso, durante il periodo dello scontro sull’art. 18, del Libro Bianco e del dialogo sociale.

E ci lasciò un’eredità che era previdente, pur non avendo visto il successivo deterioramento delle regole partecipative, di come dovesse essere affrontato quel nuovo sentire nel nostro Paese, infatti, nell’ultimo suo libro: “La lunga marcia della concertazione”, così conclude: “Il mio auspicio è che la marcia interrotta venga ripresa”.

Egli ritenne che quello che era avvenuto nello scontro di quel periodo minacciava: “L’esistenza di quel diritto del lavoro che fu un grande momento di realizzazione della giustizia sociale”. “Su questa prospettiva ad un tempo di salvaguardia di un moderno e adeguato contrattualismo ed un altrettanto moderno diritto del lavoro possono, anzi si dovrebbero ricostituire, con tenacia pazienza e lealtà, le vie di un indispensabile ripresa unitaria per giungere in futuro – un futuro cui non si può non offrire una data alla ripresa della marcia della concertazione.”

È stato smentito dall’attuale politica che ha disconosciuto, qualunque fosse il colore del governo, il ruolo delle parti sociali ed ha negato lo sviluppo delle giuste relazioni sindacali.

Una società che elimina la partecipazione è una società che riduce la democrazia. Non si può essere autoreferenti con maggioranze di governo che non rappresentano neppure il 50 per cento degli italiani. Eppure è così! 

In conclusione voglio ricordare quello che scrisse un giornalista inglese: “Nessun uomo grande vive invano, la storia del mondo non è altro che la biografia di grandi uomini”.

È Giugni lo fu!

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  • Redazione

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