
Sei operatori dei media sono stati uccisi davanti ad al-Shifa; quattro erano dipendenti Al Jazeera, due freelance. Il caso si inserisce in un contesto già definito da CPJ e ONU come il più letale al mondo per i giornalisti nell’era contemporanea, con accesso dei media esterni fortemente limitato.
Secondo la stessa emittente e numerose testate internazionali, nella tarda serata di domenica 10 agosto un attacco israeliano ha colpito una tenda usata come postazione di lavoro da giornalisti davanti al complesso ospedaliero di al-Shifa, a Gaza City. Sono rimasti uccisi il corrispondente di Al Jazeera Anas al-Sharif (28 anni), il collega Mohammed Qreiqeh e i cameramen Ibrahim Zaher e Mohammed Noufal. Nello stesso attacco sono morti anche due freelance che lavoravano con il gruppo, Moamen (Moamen/Moamen) Aliwa e Mohammed al-Khaldi. Al Jazeera ha corretto una prima comunicazione precisando che gli staffer della rete rimasti uccisi sono quattro; gli altri due erano freelance.
Pochi minuti prima di morire, al-Sharif aveva pubblicato su X un aggiornamento sul bombardamento “a cintura di fuoco” in corso su Gaza City; la sua tenda si trovava all’ingresso principale dell’ospedale.
Al-Sharif era tra i volti più riconoscibili della guerra a Gaza per la costanza delle dirette da nord della Striscia. Negli ultimi mesi aveva raccontato carestia e assedio con toni spesso crudi e partecipati; aveva anche lasciato un messaggio testamentario pubblicato in caso di morte. La sua uccisione, insieme a quella di Qreiqeh, Zaher, Noufal, Aliwa e al-Khaldi, ha suscitato funerali di massa e un’ondata di cordoglio nel mondo arabo e tra le organizzazioni di categoria.
L’esercito israeliano ha rivendicato il “targeting” di al-Sharif, sostenendo che era un “terrorista di Hamas” che “si spacciava per giornalista” e che guidasse una cellula responsabile di lanci di razzi. La versione è stata diffusa sui canali social ufficiali (X/Telegram) e ripresa dalla stampa. Al Jazeera e i gruppi per la libertà di stampa respingono le accuse, affermando che Israele non ha fornito prove verificabili. Il mese precedente, lo stesso portavoce in arabo delle IDF, Avichay Adraee, aveva pubblicamente preso di mira al-Sharif in un video, definendolo membro delle Brigate al-Qassam; la relatrice speciale ONU per la libertà d’espressione Irene Khan si era detta “profondamente allarmata” da minacce e accuse ripetute contro il reporter. Il CPJ (Committee to Protect Journalists) aveva chiesto protezione per al-Sharif, parlando di “campagna di diffamazione” e di un pericolo “acuto” per la sua vita.
In una nota ufficiale, Al Jazeera Media Network ha definito l’uccisione “un altro attacco palese e premeditato alla libertà di stampa”, parlando di “assassinio mirato” e chiedendo “misure incisive” alla comunità internazionale. La rete collega l’attacco al clima di incitamento e delegittimazione durato settimane.
Organismi come UNESCO e l’Ufficio ONU per i diritti umani hanno condannato l’uccisione dei giornalisti e chiesto responsabilità, ricordando che colpire la stampa può configurare gravi violazioni del diritto internazionale umanitario. Anche governi e leader europei hanno sollecitato chiarimenti e la pubblicazione di eventuali prove.
Nel diritto internazionale umanitario, i giornalisti in zona di conflitto sono civili protetti “a meno che e per il tempo in cui prendano parte diretta alle ostilità” (art. 79 del Protocollo Aggiuntivo I). Ciò impone agli attori armati di distinguere e di proporzionare l’uso della forza, e di investigare in modo credibile quando civili—compresi i giornalisti—vengono uccisi.
CPJ stima che, dal 2023, siano stati uccisi almeno ~190-200 giornalisti e operatori dei media, in larga maggioranza palestinesi: è il conflitto più letale per la stampa da quando esistono rilevazioni sistematiche. Diverse conte sono più alte (ONU/altre ONG), ma convergono sul carattere senza precedenti del fenomeno.
Israele ha bandito le operazioni di Al Jazeera sul proprio territorio e limitato severamente l’accesso di media stranieri a Gaza se non “embedded”: ciò rende i giornalisti locali—come al-Sharif—fonti insostituibili.
Le accuse pubbliche (spesso non documentate) di appartenenza a gruppi armati contro reporter palestinesi si sono intensificate nel 2024-25; gruppi per i diritti mettono in guardia contro una “normalizzazione” della narrativa del “militante travestito da giornalista”.
Prove concrete a sostegno delle accuse israeliane contro al-Sharif (documenti, catene di comando, attività operative) al momento non sono state sottoposte a verifica indipendente. Sia riguardo la dinamica dell’attacco (tipo di munizionamento, piattaforma —drone? — e regole d’ingaggio applicate).
Peraltro, è corretto chiedersi perché colpire una tenda davanti a un ospedale, notoriamente luogo ad alta protezione. Come pure auspicare indagini indipendenti con accesso ai resti dell’ordigno e ai tracciati operativi.
Se confermata la natura deliberata dell’attacco, saremmo davanti a un caso gravissimo di attacco alla stampa e a un ulteriore passo verso l’“effetto gelo”: meno testimoni indipendenti, più opacità sui fatti di guerra. Per questo CPJ, RSF e ONU chiedono meccanismi di accountability e protezione effettiva per i reporter rimasti a Gaza.
Ma su questo ovviamente restiamo in attesa delle indagini e di eventuali conferme o smentite.





