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Europei tra Sindrome di Sigfrido e Sindrome del Beneficiario Risentito

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Sindrome di Sigfrido e Sindrome del Beneficiario Risentito

Mentre con l’Ankergeopolitik i tedeschi vogliono diventare il dominus militare del Vecchio Continente, l’Unione Europea vive la Sindrome del Titanic

Sconfitti dagli americani nella prima e nella seconda guerra mondiale e ulteriormente sconfitti nella terza, in chiave economica (da dominus dell’UE a prigionieri di una crisi sistemica), i tedeschi stanno apparecchiando la loro quarta sconfitta, che avverrà, per mano USA, prima che possano diventare, come vorrebbero, di nuovo una potenza militare mondiale.

A fronte delle illusioni teutoniche, supportate dai piani di riarmo europei della baronessa Ursula von der Leyen, teutonica dislocata a tenere allineato Bruxelles ai desideri di Berlino, c’è negli europei una sorta di masochismo atavico che potremmo definire “Sindrome di Sigfrido”, metafora che ben descrive il rapporto ambivalente che molti di loro hanno con la Germania.

Il riferimento è a Sigfrido (Siegfried), l’eroe della tradizione germanica del Nibelungenlied e delle opere di Richard Wagner: un personaggio potente, invincibile, ingenuo e destinato a una caduta tragica.

La Germania è vista come il “gigante economico” d’Europa, disciplinato, tecnologicamente avanzato e organizzato. Gli altri Paesi europei tendono a diffidare della sua influenza, soprattutto dopo la riunificazione e durante le crisi dell’euro, ma chiedono alla Germania di guidare l’Europa, criticando ogni sua iniziativa quando appare troppo dominante. È una dinamica del tipo: “Guida, ma non troppo.”

La “Sindrome di Sigfrido” descrive una sorta di proiezione collettiva: l’Europa attribuisce alla Germania caratteristiche quasi mitiche, oscillando tra ammirazione e paura.

In termini junghiani, si potrebbe dire che Sigfrido rappresenta un archetipo dell’eroe potente che suscita contemporaneamente desiderio di protezione e timore di sopraffazione.

In definitiva, la “Sindrome di Sigfrido” descrive il paradosso per cui la Germania viene percepita contemporaneamente come indispensabile e ingombrante, leader necessario e potenza da contenere, riflettendo sia la memoria storica europea, sia gli equilibri politici ed economici dell’Unione Europea.

A fronte della “Sindrome di Sigfrido”, relativa ai rapporti con la Germania, gli europei vivono, nei confronti degli Stati Uniti d’America la “Sindrome del Beneficiario Risentito” (o, in termini più caustici, “European Uncle Sam Derangement Syndrome”).

Coloro che ne soffrono riconoscono (quando a loro conviene) i fatti storici: liberazione dal nazismo, contenimento del comunismo, Piano Marshall da oltre 130 miliardi di dollari attuali, che ha permesso la ricostruzione, ma li rimuovono emotivamente perché confliggono con l’immagine di sé come civiltà superiore, raffinata e “non imperialista”, contrapposta all’America rozza, capitalista e militare.

L’Europa è stata salvata due volte nel XX secolo grazie all’intervento americano (1917-18 e soprattutto 1941-45), al prezzo di centinaia di migliaia di soldati USA morti.

Senza gli USA, il destino dell’Europa occidentale sarebbe stato o dominio nazista o sovietico. Il Piano Marshall non fu solo carità: fu anche un atto di lungimiranza geopolitica contro l’URSS.

Eppure, molti europei preferiscono narrare la storia come “noi abbiamo vinto grazie al nostro spirito”, minimizzando il ruolo USA o riducendolo a “interessi imperialisti”.

A ben guardare, tutta la narrativa italiana della Resistenza e dell’antifascismo va inscritta nella “Sindrome del Beneficiario Risentito”, che oggi, più che mai, vede la sinistra pronunciarsi in chiave anti americana (da qui anche l’amore per i francesi, per gli inglesi e la Sindrome di Sigfrido nei confronti dei tedeschi).

L’Europa ha perso il primato globale dopo il 1945. L’America è diventata egemone culturale, tecnologica, militare ed economica. Il risentimento verso chi ti ha salvato e poi superato è psicologicamente comune (vedi anche certi atteggiamenti post-coloniali).

Meglio dipingere gli USA come “cowboy ignoranti”, “McDonald’s e Hollywood”, “guerrafondai” (dimenticando le guerre europee che hanno insanguinato il continente per secoli).

Molti intellettuali e élite europee (soprattutto francesi, ma non solo) hanno coltivato l’idea di una “Vecchia Europa” colta e sociale contro l’«America materialista».

Funziona bene per compensare il gap di potere. Esempi classici: il gaullismo, certa sinistra post-1968, parti della socialdemocrazia tedesca e, oggi, molto ambientalismo-pacifismo che critica l’America per le sue basi NATO o per l’Iraq o per l’Iran, mentre ignora la dipendenza energetica o di sicurezza da Washington.

Gli stessi Paesi che “non sopportano” gli USA ne copiano il modello (tecnologia, università, serie TV, startup culture), ne usano la protezione NATO (spendendo meno del 2% PIL in difesa per decenni) e ne cercano l’alleanza quando serve (vedi Ucraina 2022).

L’alternativa matura sarebbe riconoscere i meriti storici americani senza per questo rinunciare a criticarne errori concreti (Vietnam, Iraq 2003, Afghanistan, certi eccessi culturali), ma la sindrome del “risentito” rende difficile proprio questo equilibrio.

Oggi la Germania punta a diventare l’esercito convenzionale più forte d’Europa (obiettivi ambiziosi su spesa 3-3.5% PIL, procurement massiccio).

Molti europei (soprattutto est-europei come Polonia, Baltici) la sostengono, basandosi sulla paura della Russia. L’UE spinge per “ReArm Europe” con centinaia di miliardi, procurement congiunto e riduzione dipendenza USA.

Tuttavia, va considerato che il riarmo serve in buona parte come politica industriale tedesca per rivitalizzare settori in difficoltà, mentre il Green Deal/Energiewende continua a imporre costi strutturali alti, con trasferimenti impliciti o espliciti tra Paesi.

La Germania sta canalizzando centinaia di miliardi (fino a €377 miliardi in procurement a lungo termine, con picchi annui oltre €150 miliardi entro 2029) prevalentemente verso aziende nazionali.

Rheinmetall, ad esempio, ha catturato quote enormi del fondo speciale e sta espandendo produzione (munizioni, veicoli, ecc.). Contratti “Germany/Europe first”, con meno del 10% agli USA in molti piani recenti.

Questo è un piano esplicito di stimolo alla domanda interna per un’industria manifatturiera sotto pressione (auto, chimica, meccanica), nel tentativo di creare posti di lavoro (stime di centinaia di migliaia in Germania) e riconvertire capacità.

Gli altri europei pagano indirettamente tramite: budget nazionali che finanziano acquisti da fornitori tedeschi (o joint ventures); meccanismi UE (procurement congiunto, fondi EDF/EDIP) che possono favorire scale tedesche; debito comune o flessibilità fiscale che socializza rischi.

Non è “a spese nostre” in senso puro (molti paesi comprano anche da sé o USA e altri), ma squilibra: la Germania usa la propria forza fiscale (debito brake rilassato per difesa) per ancorare supply chain europee a sé.

E qui abbiamo la Sindrome del Titanic, propria dell’Unione Europea: si mantiene la rotta nonostante segnali che indurrebbero a correggerla, fino al naufragio.

Il Green Deal/Energiewende, nel frattempo, continua ad essere una follia, in quanto ha prodotto prezzi energetici industriali tra i più alti (anche post-crisi gas), svantaggi competitivi con gli USA (shale), Golfo, Cina.

Il Green Deal/Energiewende ha indotto deindustrializzazione parziale: chiusure o riduzioni in acciaio (ThyssenKrupp), chimica (BASF), auto (VW tagli); produzione energia-intensiva giù significativamente; dipendenza da import (Cina per pannelli/solare, gas LNG) e sussidi statali per tenere in piedi settori (prezzi industriali calmierati con soldi pubblici).

La crisi che induce il riarmo per sopperire alla deindustrializzazione non ha fatto sì che si abbandonasse il Green Deal. L’UE mantiene target net-zero 2050, decarbonizzazione difesa, ecc. La Germania finanzia infrastrutture “doppie” (difesa più green), ma con priorità che rischia di penalizzare manifattura tradizionale. Molti economisti tedeschi e molte industrie lamentano che burocrazia green, alti costi energia e regolamentazione UE frenano proprio mentre serve scalare produzione (anche bellica, che consuma energia).

Egli europei? Vittime delle loro sindromi contribuiscono, con il silenzio o la connivenza, al loro suicidio collettivo.

 

 

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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