di Giuseppe Augieri
Non condivido le accuse mosse a Gentiloni, che si è dichiarato soddisfatto della bozza di accordo di un nuovo Patto di stabilità, urgente perché non sarà prolungata la sospensione attuale delle regole sulle finanze degli Stati. Accusare: “Le sue dichiarazioni assomigliano più a quelle di un esponente di sinistra alla Festa dell’Unità” o anche che“Gentiloni non è commissario europeo solo del Pd ma di tutti gli italiani” significa voler fare solo polemica sterile. Perché purtroppo – lo sottolineo, purtroppo – Gentiloni parla a nome di una Europa che ancora una volta sta scegliendo una strada sbagliata. Per l’Italia – non solo per noi, ma per noi più di altri – suicida. Ed è questo atteggiamento europeo a pesare come spada di Damocle. Un rischio che le beghe interne e le prossime elezioni europee stanno mettendo in un canto: la campagna elettorale è in corso e, come orai sempre, si nutre di bagarre sciatte. E non si coglie l’essenza di un declino europeo che assomiglia sempre più ad un fallimento.
La scelta UE, diversa ed anzi al contrario di quella degli Stati Uniti per quanto riguarda la politica economica, proprio ora che siamo in uscita da crisi profondissime che stiamo attraversando – e che non sono finite ancora – ripete gli errori che si sono fatti nel passato. Poco più di dieci anni fa, di fronte ad una delle più drammatiche crisi economico-finanziari Barack Obama puntò sullo sviluppo, immettendo liquidità nel mercato, tentando di difendere la tenuta del sistema Usa; l’Europa soggiogata dalla filosofia della Germania e dei suoi Paesi satelliti nella prima fase immolò la Ue sull’altare del rigore. Risultato: gli Stati Uniti uscirono prima dalla crisi, l’Europa invece ne pagò di più le conseguenze. Furono sacrificati due capri espiatori: la Grecia del tutto, l’Italia in parte. Ma questa parte della storia va ancora scritta, quando saranno chiarite verità inconfessate.
I dati macroeconomici sono impietosi. Nel 2008 il PIL dell’Eurozona aveva dimensioni simili a quello degli Usa: 13.082 di miliardi di euro contro 13.635. Quindici anni dopo il Pil è volato a 26.900 dollari oltre Oceano mentre l’Europa viaggia poco sopra i 15 mila miliardi di euro. Dalla parità a meno 80%. Ancora: sul PIL pro-capite. Con i suoi 32.900 dollari per abitante (secondo lo European Center for International Political Economy) l’Italia supera di un soffio il Mississippi, cioè il più povero tra i cinquanta Stati Usa. La Francia è appena sopra. La Germania “locomotiva”, si piazza tra il 38° e 39° posto in Usa. E le prospettive per Berlino (così come per l’Italia) non sono rosee vista la frenata della produzione industriale, forse qualcosa di più di uno stop temporaneo come sostiene la Bundesbank: una mezza recessione.
Sono passati dieci anni e ci risiamo. La congiuntura economica è tornata ad essere complicata per tutti i Paesi europei. Eppure nel dibattito sulla riforma del patto di stabilità i ragionamenti dei cosiddetti Paesi frugali sono gli stessi di allora. C’è un’immane asimmetria nelle politiche dell’Unione Europea tra gli obiettivi – vogliamo parlare di quelli climatici? – e lo spazio fiscale che si vuole concedere per raggiungerli. Le uscite di Paolo Gentiloni, Commissario Ue italiano per l’Economia, non so se fanno l’occhiolino o meno alle tesi rigoriste. Temo che non siano il pensiero di Gentiloni: ma quello che l’Europa ha in mente di fare e che un suo commissario è tenuto a ufficializzare. Il dibattito in Italia è lontano mille miglia dall’affrontare questa ipotesi di vero e proprio harakiri economico. Almeno per noi.
C’è voluto di nuovo Draghi per rintrodurre elementi di razionalità nel dibattito europeo spiegando che non si può tornare indietro dopo l’esperienza di questi anni. Tantomeno si può introdurre una riforma del Patto che sa tanto di pannicello caldo: «Le regole attuali – sono sue parole – portano a politiche troppo lasche nei periodi di boom e troppo rigide nei periodi di crisi». E avanza una proposta, che credo valida come lo fu il “costi quel che costi”, e che bisogna imporre alla discussione, quanto meno facendola propria da parte dall’Italia.
Da noi invece si continua a guerreggiare su maggiori sforamenti del nostro debito, inutili e pericolosi nelle attuali condizioni, difendendo e riproponendo soluzioni dimostratesi improduttive, addirittura mestando nell’esame di causa-effetti dei maggiori problemi oggi sul tappeto. Roba da riviste di fotoromanzi.
C’è da affrontare invece la scelta di Meloni di una prudenza verso le istituzioni europee che è una sostanziale soggiacenza alle ipotesi rigoriste. Non con una polemica che non rende efficace alcuna opposizione. No, cara Schlein, non è vero che “di fronte ai problemi economici e sociali del Paese, chi lo sta governando non ha idea di come affrontarli”. E’ molto peggio. E dentro ci sei anche tu. Per intero.




