di Antonio Foccillo
Ogni anno appena arriva settembre il governo inizia a preparare la Legge di Bilancio e si ripete la solita ritualità. Il governo, di qualsiasi colore sia, quando ha elaborato una prima stesura si incontra con i sindacati che vengono solo informati. Subito iniziano le polemiche, perché quest’ultimi vogliono intavolare una trattativa vera per cambiare quelle parti che non li convincono. Ma questo non avviene. Succesivamente il governo presenta il testo alla Commissione Europea ed è costretto a sottostare sotto la lente di Bruxelles e a correggere le proposte con aggiustamenti della manovra sempre draconiani e al ribasso.
La polemica fra la Commissione dell’Unione Europea e il nostro governo si incentra sull’analisi della manovra e se non è condivisa da Bruxelles, oltre alle modifiche di alcuni contenuti, spesso viene chiesto che parte del debito venga ristrutturata. Non si tratta di un automatismo, ma di una decisione sulla base di una analisi di sostenibilità del debito che viene condotta dalla Commissione europea.
Quello che difatti si evidenza, ovviamente in termini negativi, è sempre lo stato del debito e come conseguenza di questa situazione la necessaria riduzione dei costi dello stato sociale, in particolare della spesa previdenziale e sanitaria, oltre che complessivamente quella pubblica. Pur comprendendo le difficoltà che comporta stilare una legge Finanziaria, quello che si fa sempre fatica a concepire, anzi meglio, accettare è che non è possibile mettere in discussione, come se nulla fosse, conquiste fondamentali che il mondo del lavoro aveva saputo costruire nel tempo.
Purtroppo, ogni legge Finanziaria, si porta dietro problemi complessi, Eppure ho sempre sostenuto che in questo scenario di crisi e di difficoltà economica, prodotto del fallimento delle idee neoliberiste, bisognasse ridiscutere l’austerità, perché essa ha colpito duramente i salariati e i ceti medi e inferiori attraverso tagli degli stipendi e riduzione e allontanamento nel tempo delle prestazioni sociali.
Per completare il tutto, in nome di una fantomatica ripresa, si sono smantellati sempre più i servizi pubblici e si è privatizzato ciò che ancora non era stato privatizzato, con una soppressione massiccia di posti di lavoro che poi non sono stati più occupati. Un cane che si morde tristemente la coda.
Così il cittadino ha visto ogni anno tagliare la spesa pubblica per meglio dire quel poco che ancora ne restava. È importante sempre ricordare che spesa pubblica significa innanzitutto scuola, università, sanità. Significa anche strade, centri culturali, asili, ospedali, cure mediche. In ultima analisi è redistribuzione del reddito e diminuzione della sperequazione economica; ma rappresenta anche offrire un servizio a chi non potrebbe permetterselo, quindi è il garantire una vita dignitosa a tutti.
Insomma rinunciare a tutto questo è tagliare il Welfare State, che è stato una delle più grandi conquiste sociali di sempre. Questo dato dovrebbe spingere i governi ad intervenire per mitigare questa forte sperequazione economica e non tagliare le “spese pubbliche” aumentando così il divario economico e sociale.
Ebbene, anche quest’anno non sembre che ci sia un’inversione di tendenza nei contenuti per una visione del Paese e un disegno strategico che sia capace di ricomporre e rilanciare le politiche pubbliche finalizzate allo sviluppo sostenibile e al lavoro.
Non sembra che ci sia un impostazione per rilanciare i settori produttivi e puntare su uno sviluppo ambientalmente sostenibile, a sostegno dell’occupazione. Ancora non ci sono interventi per affrontare la questione salariale e il potere di acquisto, che riguardino, oltre ad aumenti adeguati nei contratti pubblici e privati, anche la defiscalizzazione degli aumenti contrattuali. La riforma fiscale manca di una redistribuzione a vantaggio dei lavoratori dipendenti e dei pensionati e ridurre il fenomeno dell’evasione. Inoltre, sulla previdenza, andrebbe fatta un’effettiva rivalutazione delle pensioni, proseguire nell’opera di riforma in un’ottica di effettiva flessibilità verso il pensionamento, giungere ad un welfare più giusto e una legge sulla non autosufficienza.
Ancora urgono nuove politiche che mettano al centro il lavoro e la sua qualità, in particolare per i giovani e le donne. Misure che siano in grado di contrastare l’esclusione sociale e la povertà; che determinino processi redistributivi; che prevedano investimenti in infrastrutture materiali e sociali, innovazione, scuola, formazione e ricerca, prevenzione e messa in sicurezza del territorio.
Allo stesso tempo ancora sono necessario progetti reali per le grandi reti pubbliche del Paese: sanità, istruzione e servizi all’infanzia e assistenza. A proposito di progettualità, si vorrebbe vedere qualcosa di più che meri bilanciamenti delle poste economiche, ma anche qualora si dovesse trattare solo di questo, si vorrebbe intravedere un’idea, una visione di Paese, una scelta politica dietro alla misura finanziaria.
Sono necessari un indirizzo chiaro ed una governance autorevole per una politica industriale che guardi allo sviluppo dei settori strategici, dei territori e delle infrastrutture del nostro Paese, anche all’interno di una inevitabile maggiore integrazione europea, con una attenzione al consolidamento ed alla trasformazione del tessuto produttivo esistente. Questi sono fattori non più rinviabili per il rilancio della nostra politica produttiva ed occupazionale.
Come si diceva in premessa uno dei soliti ritornelli è la situazione gravissima del debito pubblico. In Italia sembra sia impossibile far calare il debito pubblico senza strangolare l’economia e promuovere la competitività senza tagliare drasticamente nel sociale, nell’istruzione, nella sanità e nella ricerca. Per ridurre sia il debito che l’indebitamento, i Governi italiani hanno fatto ricorso ad operazioni di finanza straordinaria e la cartolarizzazione dei crediti, insieme alle privatizzazioni, nonostante ciò il problema resta sempre grave.
I governi italiani hanno perlopiù destinato alla riduzione del debito pubblico i proventi da operazioni straordinarie, quali privatizzazioni e condoni fiscali, senza attuare riforme strutturali.
Alla luce di quanto finora evidenziato, possiamo dire che, nel tentativo di ridurre il debito pubblico, la politica fiscale italiana è stata asistematica ed altalenante nei suoi obiettivi. Inoltre rimane opinione diffusa che una seria e convinta politica di recupero dell’evasione fiscale avrebbe portato ad un incremento delle entrate erariali e alla contemporanea diminuzione dell’aliquota media per tutti i cittadini.
È a tutti evidente che il debito pubblico elevato impedisce di avviare la ripresa, poiché ogni anno decine di miliardi di euro se ne vanno per pagare gli interessi ai detentori, in buona parte esteri, delle nostre obbligazioni statali e quindi una buona parte della ricchezza nazionale viene trasferita all’estero e non può essere investita per lo sviluppo delle imprese e per il mondo del lavoro in generale.
A partire dal 1994 lo Stato italiano ha venduto pressoché di tutto, incassando cifre considerevoli. Nonostante queste cessioni il debito ha continuato a crescere fino agli attuali livelli. Questo perché la spesa pubblica non ha mai smesso di correre, vanificando i benefici; ma anche perché all’Italia è venuta meno una fetta della propria credibilità e si è puntato tutto, in particolare in passato, su entrate straordinarie come i condoni fiscali ed edilizi.
Riproporre l’azzeramento del deficit e la riduzione del debito negli anni continuando la linea “lacrime e sangue” è sbagliato. Azzerare il deficit significa ridurre pian piano il debito, in anni ed anni di sacrifici e di forti “attivi primari”, con lo stato che spende meno di quanto incassa e con la popolazione fa forti sacrifici, ricevendo servizi inferiori alle tasse pagate. Questa strada sarebbe seria se non fosse realizzata con una montagna di tasse – molte al livello locale – invece che riducendo massivamente la spesa improduttiva, gli enormi sprechi, la dilagante corruzione, che ormai è insostenibile.
Bisognerebbe, a livello Europeo e nei vari Paesi, individuare, invece, un nuovo modello di sviluppo. Esistono vari tentativi di disegnare un nuovo modello di sviluppo, fondato sui diritti e la qualità sociale, un nuovo welfare fondato sulla giustizia e l’eguaglianza, politiche di solidarietà e di cooperazione internazionale.
In sostanza il paese reale, in Italia, chiede alle forze politiche di rilanciare con fermezza la regia e la forza delle politiche pubbliche capaci di orientare i comportamenti e le proposte dei mercati, cose che il pareggio di bilancio inserito in Costituzione non consente di fare agevolmente. Inoltre chiede di riportare l’economia finanziaria al servizio dell’economia reale, innovare le produzioni e i consumi individuali e collettivi sulla base di un nuovo modello di sviluppo, di cui abbiamo sempre più bisogno.
La politica deve abbandonare le vecchie strade, mettere fine a privilegi e corporativismi, ridistribuire la ricchezza (perché questa è la vera condizione per crearne della nuova) e ridurre le diseguaglianze, ridare speranza ad un paese che altrimenti rischia di essere stritolato da una crisi che accentua le debolezze strutturali di un sistema economico e istituzionale da tempo in difficoltà.
È necessario ripristinare un ruolo più incisivo dell’intervento pubblico capace di dare regole vere e rispettate ai mercati finanziari, di disegnare una vera politica industriale, di attivare meccanismi di incentivo e di stimolo dell’economia reale. Si tratta di ridisegnare un sistema in cui il mercato – e gli operatori privati – non siano lasciati senza regole, ma possano agire dentro una cornice in cui prevalga il bene comune, la responsabilità sociale, l’interesse collettivo.
A mio avviso, è necessario creare quella qualità sociale che rappresenta il tratto distintivo di un’economia che rimette al centro il lavoro e le persone, i loro diritti sociali inalienabili, le relazioni umane e la dimensione comunitaria della produzione e del consumo. La qualità sociale parte dalla dignità del lavoro e nello stesso tempo condiziona le attività e i risultati della produzione in un’ottica di economia solidale al servizio del bene comune.
Bisogna che si rivedano e si ricontrattino gli accordi UE. Ciò si rende necessario perché la creazione della UE nella concezione mercantilistica ha determinato una redistribuzione del reddito al contrario: dai poveri ai ricchi.
I miraggi della sovranità popolare, della rappresentatività, della mediazione degli interessi svaniscono e resta un regime che poco ha a che vedere con la democrazia, poiché questo sistema, dominato dall’economia del debito, ci ha imposto la censura della libertà di criticare, principale caratteristica delle società democratiche, essendo ogni critica zittita da uno stato di eccezione permanente.
Contro questa tendenza dissolutrice dobbiamo porci l’obiettivo di esaltare contemporaneamente quei valori di libertà e quei principi di solidarietà che sono stati i nostri caratteri ideali. I soli che possano impedire che la povertà e l’emarginazione vengano viste come uno scomodo fardello da occultare più che una questione da risolvere.
Su queste idee – ricordiamo – era nato il progetto di un grande Europa, fondata su valori di pace e prosperità per sfuggire ai totalitarismi e alle tentazioni guerrafondaie. Oggi di quel sogno resta un’Europa messa in ginocchio dalla crisi, dalla pandemia e dalla guerra, un’autorità che si sta dimostrando sempre più lontana dalla realtà e dalle aspettative dei cittadini e che, invece di integrare, sta amplificando differenze culturali e sociali mettendo in ombra affinità e senso di coesione.
L’Europa dei popoli è divenuta l’Europa delle banche e della finanza e ciò che resta di un progetto di pace e di unità sono solo parole criptiche di ingegneria finanziaria lontanissime dai reali interessi della gente.
Certamente non è questa l’idea fondante dell’Unione Europea. Questa è un’Europa incapace nei fatti di mettere al primo posto gli uomini, i suoi cittadini al posto del suo sistema monetario, solo perché questa politica economica risulta conveniente ad alcuni Stati europei che lucrano su altri stati europei e quindi gliela impongono. Tutto questo si riflette in negativo negli altri Stati, come l’Italia, che è costretta a elaborare manovre sempre inefficaci e che aumentano la povertà e l’emarginazione.
È evidente che l’Europa non può avere come bussola esclusivamente il mercato: lasciare ancora alle sole forze di mercato la possibilità di decidere il grado di convergenza delle condizioni di lavoro e il progresso sociale significa creare ulteriore povertà, quindi sfiducia e malcontento con qualche rischio per la democrazia. I mercati non possono decidere sui diritti inalienabili dei cittadini ed i politici eletti dal popolo non possono soprassedere dal valutare sempre la legittimità di chi assume decisioni che coinvolgono i loro cittadini. Non può essere permesso che la nostra vita sia scandita da organismi come la Bce, il FMI e una stessa Unione Europea spoglia di un governo europeo eletto dai cittadini e che, quindi, essendo legittimato dal voto popolare risponde delle scelte che compie.
Questo è il problema che l’Unione deve affrontare e risolvere al più presto, altrimenti le leggi finanziarie dei singoli Stati non potranno mai creare sviluppo, benessere e occupazione!




