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ELOGIO DI UN’EUROPA CHE NON CONTI MILITARMENTE

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di Lucio Leante

Molti europei, soprattutto in questa fase di conflitti, si strappano i capelli: “L’Europa oggi non conta nulla. È morta” – constata qualcuno con lugubre disappunto. “Bisogna che l’Europa risorga e che torni a contare nel mondo alla pari con le altre superpotenze mondiali” – è il mantra collettivo che si trova espresso in moltissimi saggi e discorsi. “Per contare bisogna che i paesi europei si uniscano politicamente in qualche modo” – è la logica conclusione. “Una federazione o una confederazione?” – ci si chiede. Per l’immediato “Un riarmo delle nazioni europee in vista di una difesa comune” – è la risposta comune. Ma quest’ultima risulta impossibile senza una politica estera comune. E questa è di là da venire. L’Europa non è, non è mai stata e non sarà mai una nazione, ma un coacervo di stati nazionali con storie e interessi diversi, con legami internazionali differenti e articolati. La disunione politica è stata la sua specificità e la sua molla propulsiva. Gran parte delle acquisizioni europee sono state dovute ai suoi permanenti conflitti interni. Le nazioni non si inventano né si costruiscono per trattato.

Lo scongiuro e la preghiera di molti europei sono tuttavia comprensibili. Nutrono il narcisismo nazionale e individuale frustrato: un italiano (o un belga, uno spagnolo ecc.) può pensare che l’Italia (o il Belgio, o la Spagna ecc.) – e lui stesso- potrebbe “tornare” a contare di più nel mondo e influenzare (“come un tempo” – si immagina) i destini dell’umanità se l’Europa trovasse un assetto istituzionale unitario e stabile e mettesse in comune le sue notevoli risorse. Ma questa prospettiva è un’illusione, un miraggio, un sogno basato tra l’altro su una cattiva memoria e su una falsa coscienza.

Un’Europa unita non è mai esistita e la prospettiva di una sua unificazione politica non è necessaria, né possibile né, soprattutto auspicabile perché potrebbe rivelarsi appunto non un sogno, ma – come cercheremo di dimostrare- addirittura un incubo.

Sgombriamo preventivamente il campo da un equivoco che è diventato un luogo comune diffuso quanto fuorviante. L’Europa come soggetto politico unitario non è mai stata una realtà stabile, tranne per alcuni periodi storici relativamente brevi (l’impero romano, l’Impero carolingio, l’impero napoleonico e il brevissimo e sciagurato dominio bellico hitleriano tra il 1939 e il 1945).

 L’Europa non ha mai perciò “contato” come tale, ma solo come metafora con cui si indicava una certa unità culturale, ma non certo politica, né militare, né strategica. L’Europa come unità ideale e spirituale ha certamente influenzato il mondo culturalmente in quanto è stato a lungo il centro di diffusione dell’universalismo umanista cristiano e liberale. Ma politicamente, militarmente e strategicamente hanno molto “contato” solo, e singolarmente, esclusivamente i suoi maggiori stati nazionali perché erano anche imperi. Spagna, Portogallo, Olanda, Francia, Gran Bretagna, l’Austria-Ungheria – e da ultime brevemente nel ‘900 anche la Germania e, in termini minori, l’Italia (che non è stata mai un impero politico, ma per alcuni secoli solo culturale) – sono state nei loro tempi “gloriosi” le superpotenze mondiali e imperiali del passato. Ma lo sono sempre state in nome e per conto proprio (non certo in nome e per conto di un’Europa politicamente inesistente). E lo sono stati per interessi di potenza strettamente nazionali, tanto vero -è superfluo persino notarlo- che sono stati sempre in perenne conflitto anche armato tra loro.

Quando perciò si immagina e si parla di un’Europa passata, quasi che sia stata nel passato un soggetto politicamente e militarmente unitario e potente, si usa la figura retorica della sineddoche: si indica il tutto (l’Europa) per una sua parte o per alcune sue parti (le potenze europee del passato). L’Europa politica è perciò una metafora, un mito.

Non è futile né superfluo notare oggi quell’equivoco linguistico. Esso si sta prestando, in questa fase storica, a giustificare, in nome del mito dell’Europa unita, le risorgenti ambizioni nazionalistiche di potenza di alcune nazioni europee, in specie Gran Bretagna, Francia e Germania. Esse furono grandi potenze imperiali nell’800 e nella prima parte del ‘900, ma dalla fine della II guerra mondiale, soffrono per il perduto orgoglio imperiale e per la (in parte) perduta sovranità. Nel profondo del loro rispettivo elettorato agisce ancora in latenza un revanscismo nazional-imperiale che Macron, Starmer e Merz sembrano decisi a sfruttare – soprattutto per rafforzare i loro periclitanti consensi- utilizzando il mito ed il miraggio di un’Europa unita e super-potente. Lo testimoniano le velleità attuali di quei tre leader. Essi cercano di utilizzare la guerra russo-ucraina, agitando la presunta incombente minaccia russa, per una loro corsa al riarmo che in realtà serve loro soprattutto per allargare il divario di potenza con i paesi minori europei e per stabilire nell’UE una più chiara egemonia franco-tedesca (con appoggio esterno britannico). Dietro la facciata e la retorica dell’Europa unita che “torni a contare” si intravvede quindi la volontà dei suoi maggiori stati nazionali di trovare negli altri stati europei una massa critica di risorse e di popolazione, una massa di manovra, da dominare e su cui fare leva per ristabilire la loro potenza del passato e per tornare a “contare”, singolarmente, nell’arena internazionale.

Dietro quella retorica si nascondono quindi i vecchi interessi e ambizioni nazionali e le vecchie rivalità europee, mostratesi in passato catastrofiche per gli europei e per il mondo intero. Se questo è vero, perché dunque un italiano (o un altro cittadino dei paesi europei minori) dovrebbe auspicare un’Europa unita che torni a contare se a contare sarebbero comunque solo quei tre maggiori paesi europei ed i loro leader?

La domanda è tanto più pertinente se si pensa che quelle velleità europeiste rischiano di fare rivivere i demoni delle rivalità europee, sopite per 80 anni di pace in Europa anche grazie ad una Comunità europea limitata agli aspetti economici e commerciali e del tutto priva di ambizioni strategiche.

Ma la prospettiva del riarmo europeo è miope e rappresenta una china molto pericolosa per tutti e anche per Francia ed Inghilterra, i cui attuali leader sembrano ignari dei rischi che comporta-

A trarre profitto dalla corsa al riarmo convenzionale sembra destinata ad essere (per più ampie riserve finanziarie disponibili) soprattutto la Germania che mira, con quello, anche ad equilibrare la potenza nucleare e l’influenza francese e inglese in Europa. Non a caso Macron e Starmer sono corsi a Northwood qualche settimana fa per dichiarare solennemente che mettono a disposizione degli altri paesi europei (soprattutto la Germania) il loro arsenale nucleare come sostitutivo dell’ombrello americano nella Nato. Sanno che è un puro bluff strategico-nucleare (chi oserebbe mai andare a “vedere” quel bluff?), ma badano soprattutto sul suo effetto pubblico nazionale che può tornare a gonfiarsi di orgoglio nazionale ed “europeo”.

Sembrano ignorare che quella china è pericolosissima per tutti gli europei: la Germania, infatti, dopo un suo riarmo convenzionale, potrebbe ambire, in nome della difesa nazionale ed europea contro la presunta minaccia russa, ad un armamento anche nucleare. Una Germania riarmata anche nuclearmente potrebbe allora rivendicare una assoluta leadership egemonica in Europa e proporsi come paese federatore di un’Europa unita. Tutto ciò potrebbe avvenire, inoltre, in un quadro politico interno di riattivazione (già in corso) del nazionalismo tedesco. Nei tempi moderni due stati europei hanno provato a unificare l’Europa: la Francia di Napoleone e la Germani di Hitler. Entrambi trasformarono l’Europa in un sanguinoso campo di battaglia e la lasciarono in macerie. Entrambi non a caso individuarono nella Russia il nemico non solo politico, ma anche culturale, ed entrambi fecero guerra alla Russia. 

È questo che vogliono gli europeisti che oggi agitano la minaccia russa per favorire -secondo loro- l’unificazione del continente attraverso un riarmo? Vale la pena di correre un tale rischio pur di nutrire il proprio narcisismo nazional-imperiali di europei frustrati che vogliono tornare a contare di più nel mondo?

Sulla guerra di Gaza, Francia, Inghilterra, Spagna ed altri paesi europei, seguendo una campagna di stampa basata su notizie ed immagini provenienti da Hamas, stanno demonizzando Israele e gli israeliani, sembrano disposti a tollerare la persistenza di Hamas, mostrandosi vulnerabili ad una ripresa dell’antisemitismo in Europa. È questa Europa che vogliono gli europeisti riarmisti? La confusione tra loro sfiora il delirio.

In questi mesi il cemento che unifica la maggior parte degli europei è l’antitrumpismo, favorito dalle caratteristiche spicce del presidente americano. Il quale tuttavia sta cercando di mettere fine alla suicida rivoluzione globalista, verde, neocon e woke che da almeno 30 anni sta angustiando l’Occidente. 

Non è un caso se i molti fautori di “un’Europa unita che conti” non dicono mai perché e con quali obbiettivi l’Europa dovrebbe “contare” nel mondo. Non dicono mai quale sarebbe l’acquisto, il plusvalore che un’Europa unita che conti garantirebbe agli europei, agli italiani e all’umanità intera, oltre all’orgoglio narcisista di contare un po’ di più nell’arena internazionale. Meglio non riprovarci.

A giudicare dalle patologiche e suicide tendenze europee attuali – sia economiche, sia geopolitiche, sia culturali- è forte l’impressione che sia molto meglio per tutti se l’Europa attuale non conti affatto militarmente e strategicamente. Favorita da una assenza di reali minacce esterne, rinunciando a inventarsi nemici inesistenti (come la Russia) ed a giocare impropri ruoli geo-strategici, può essere un’area di libero scambio e libera circolazione, con una moneta in parte comune e con politiche settoriali comuni, un’Unione minima di stati pacifici a sovranità limitata garantita dalla Nato, oltre che un’area di cooperazione internazionale a 360 gradi. L’Europa può essere anche un’area di ricerca scientifica avanzata oltre che un’area museale adagiata sulle glorie culturali del passato. Testimone e custode di un passato in parte glorioso in parte nefando che, nel bene e nel male, non può più tornare.

È decisamente auspicabile che l’Europa – o meglio che quei suoi tre stati principali, Francia, Inghilterra e Germania, non tornino a “contare” militarmente e strategicamente.

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  • Redazione

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