
Il tira e molla sulla liberazione degli ostaggi, che obbliga a continue trattative, evidenzia una cosa sola: Hamas non è stato eliminato.
Le scene della consegna degli ostaggi, il loro transitare nei cunicoli, i miliziani di Hamas tra la folla, con le armi, fa capire che, dopo un anno e mezzo di guerra di Israele nella Striscia, il gruppo terroristico, proxy dell’Iran, protetto dai Fratelli Musulmani e finanziato da varie parti, non ultima l’Unione Europea, è vivo e presente.
Chiediamoci se è possibile che la questione palestinese, che è il nodo fondamentale per stabilizzare il Medio Oriente, possa essere risolta avendo ancora come interlocutore Hamas.
La risposta logica è che la questione palestinese e la stabilizzazione del Medio Oriente hanno come ineludibile necessità la totale eliminazione di Hamas o, comunque, la totale eradicazione del gruppo terroristico dall’area.
Come farlo è difficile a dirsi. La soluzione militare sino ad ora adottata non ha risolto il problema, tanto è vero che Israele tratta con i terroristi, con il risultato di legittimarli.
Spostare la popolazione di Gaza in altri Paesi, cosa non facile di per sé, si scontra con la resistenza dei possibili Paesi accoglienti che non vogliono tirarsi in casa Hamas, ossia l’Iran e i Fratelli Musulmani.
E allora è chiaro che la partita si gioca su più fronti e, guarda caso, si intreccia con quella dell’Ucraina.
Trump, su Truth, il suo social, ha scritto: “Ho appena avuto una lunga e altamente produttiva telefonata con il presidente russo Vladimir Putin. Abbiamo discusso di Ucraina, Medio Oriente, energia, intelligenza artificiale, il potere del dollaro e vari altri argomenti”.
Gli argomenti della telefonata, non a caso elencati, implicano la messa in conto degli interessi Usa e di Mosca in varie aree e, per quanto riguarda il Medio Oriente, anche la presenza delle basi russe in Siria.
In Siria esistono basi Usa e russe. Nella Siria governata dai curdi è presente una base russa e due basi russe sono presenti sulla costa che guarda sul Mediterraneo.
l sito di Tartus è fondamentale, in quanto fornisce alla Russia l’unico accesso diretto al Mediterraneo e una base per condurre esercitazioni navali, stazionare navi da guerra e persino ospitare sottomarini nucleari. L’altra base russa è quella di Khmeimim, vicino alla città portuale di Latakia.

Le due basi sono in una zona alawita, ossia dove sono presenti i seguaci di Assad, cacciato da Ahmed al Shara, alias Al Jolani, terrorista oggi riciclato in funzione della presenza turca e al comando della porzione di Siria che comprende la capitale Damasco.

Come si può vedere dalla cartina, l’attuale governo di Ahmed al Shara controlla solo la zona marrone. La zona viola è governata dai curdi, le zone gialle sono in mano a forze ribelli direttamente controllate dalla Turchia, la zona azzurra è in mano agli Usa e la zona verde tratteggiata in basso è nelle mani di Israele. La zona grigia ha ancora all’interno nuclei dell’Isis.
Non è detto, inoltre, che la zona alawita consenta una presa totale di potere ad al Jolani e la Russia, in questa fase, si è ritirata dal territorio siriano in buon ordine, senza fare alcuna resistenza.
Come scrive Isw (Institute for study of ware) il presidente siriano ad interim Ahmed al Shara ha formato un comitato preparatorio il 12 febbraio, composto principalmente da individui pro-HTS fedeli a Shara.
La composizione di questo comitato suggerisce che probabilmente prenderà decisioni in linea con le opinioni e gli obiettivi di Shara.
Shara ha annunciato il 30 gennaio che avrebbe formato un comitato preparatorio per facilitare le “deliberazioni” e le “consultazioni” sulla National Dialogue Conference.
La National Dialogue Conference rappresenterà presumibilmente tutti i segmenti della società siriana e faciliterà la stesura di una nuova costituzione siriana. Non è chiaro quale ruolo avrà il comitato preparatorio nell’organizzazione e nella supervisione della conferenza. Shara ha anche dichiarato il 30 gennaio che il governo siriano ad interim avrebbe svelato una “Dichiarazione costituzionale” dopo la formazione di un comitato preparatorio. Il comitato preparatorio è composto da cinque uomini e due donne e non sembra includere rappresentanti delle comunità alawita, drusa, curda e sciita.
L’inizio non è dei migliori.
Dalla Siria controllata da Al Jolani sono stati estromessi gli iraniani.
Inoltre, cosa da considerare con attenzione, al Jolani sembrerebbe essere un agente della Turchia, la qual cosa significa dei Fratelli Musulmani, gruppo inviso a Giordania, Egitto, Arabia Saudita e allo stesso Iran.
E qui arriviamo al tema di questa riflessione.
La Turchia è in contrasto con l’Iran ed è nella Nato. La Turchia, però, sostiene Hamas, così come lo sostengono l’Iran, il Qatar, il Kuwait.
L’Iran è amico della Russia.
Una sistemazione dell’area, che elimini del tutto Hamas, significa un accordo con la Russia che implichi la denuclearizzazione dell’Iran, la ripresa di una sua influenza nell’area non più pericolosa per Israele, l’assicurazione che l’Iran non si metterà in mezzo per contrastare il riconoscimento di Israele da parte dell’Arabia Saudita con il corollario dell’avvio della via del Cotone.
Non solo. In Siria, oltre alle basi Usa dovranno avere sicurezza di stabilità le basi russe, la qual cosa significa che al Jolani dovrà trattare con Mosca.
E’ interesse degli Usa evitare che la Turchia non si espanda troppo nel controllo del Mediterraneo, così come è interesse Usa che la Russia, pur avendo un accesso al Mediterraneo, non eserciti una proiezione di potenza eccessiva. In questo possibile disegno, oltre al porto di Haifa come finale della via del Cotone potrebbe avere una funzione strategica un porto aperto sul mare prospiciente la Striscia di Gaza se fosse eliminata totalmente e definitivamente la presenza di Hamas e il porto fosse a disposizione di Giordania e Arabia Saudita (alleati Usa).
E’ del tutto chiaro che queste mosse sullo scacchiere mediorientale devono vedere Usa e Russia in accordo strategico geopolitico, la qual cosa implica la soluzione della questione Ucraina, con Kiev fuori dalla Nato, la cessione del Donbass a Mosca e l’assicurazione da parte di Mosca che non ci saranno altre rivendicazioni territoriali e che non sarà sotto attacco lo sbocco al mare per l’Ucraina a Odessa, essenziale per la sua economia (diventata, nel frattempo, economia Usa).
L’Unione Europea, in tutto questo, non è chiamata a discutere, in quanto inesistente.
L’idea di mettere truppe in Ucraina in funzione di peacekeeping è già stato precisato che non deve attivare l’articolo 5 della Nato, che prevede l’immediato coinvolgimento (non necessariamente militare) dei Paesi aderenti.
Non diverso il tema nel caso di partecipazione dell’Ucraina all’Unione Europea. In questo caso La reciproca assistenza tra gli Stati membri dell’Unione Europea in caso di attacco è sancita dell’articolo 42, paragrafo 7 del Trattato sull’Unione Europea, introdotto dal Trattato di Lisbona nel 2009.
Questa clausola prevede che qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata sul suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso.
Un’Ucraina attaccata dalla Russia attiverebbe immediatamente il coinvolgimento degli Stati dell’Unione. L’assistenza può essere di varia natura, non necessariamente militare, e viene stabilita bilateralmente tra gli Stati. Pertanto un’Ucraina membro dell’Unione Europea rappresenterebbe gli stessi pericoli di un’Ucraina membro della Nato.
Non solo. L’entrata dell’Ucraina nel consesso dell’Unione avrebbe degli effetti devastanti sulle politiche agricole e sul trasferimento delle risorse.
La questione, pertanto, dovrebbe risolversi con un’assicurazione determinata dagli interessi economici.
Tradotto: se gli Usa investono nello sfruttamento delle materie rare ucraine (in agricoltura già controllano i terreni) è chiaro che qualsiasi attacco all’Ucraina diventerebbe un attacco agli interessi Usa.
Il gioco, pertanto, è trasformare la guerra delle armi in una pace degli interessi.
Lo stesso vale per Gaza. Una Striscia trasformata in una sorta di Sharm El Sheikh, con annesso porto commerciale (e non solo) a disposizione di Arabia Saudita e Giordania, trasformerebbe Gaza in un luogo di business e di lavoro. La condizione essenziale è l’eradicazione del ricatto terroristico di Hamas, ossia l’eliminazione totale definitiva del gruppo terroristico.
Sul tavolo di Putin e di Trump c’è questa questione, dirimente tanto quanto quella di convincere Zelensky o di sostituirlo.
Realpolitik. Inevitabilmente.





