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ECONOMIA, GLOBALIZZAZIONE E FINANZIARIZZAZIONE, COSA FARE

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di Antonio Foccillo

Da anni ho proposto una discussione critica sul pianeta economia e sui riflessi che i processi di globalizzazione e finanziarizzazione hanno avuto sulla vita, sul lavoro e sulle condizioni delle persone.

Ciò è spesso sembrato, all’occhio poco attento di qualche commentatore, lo sfogo di chi non prestava fede ai processi di modernizzazione e ai benefici influssi della piena libertà di mercato.

Oggi però, quello che sembrava un lamento sta diventando una considerazione quasi generale. Basta vedere i dati inequivocabili che sono usciti in questi giorni certificano la condizione di difficoltà che vivono gli italiani.

I dati diffusi, infatti, pochi giorni fa dall’Organizzazione mondiale del lavoro, dimostrano che i salari reali in Italia sono calati più che in qualsiasi altro Paese del G20.

Mentre l’Istat ha certificato che lo scorso anno in Italia sono aumentati i lavoratori a rischio povertà. Nel rapporto su Condizioni di vita e reddito delle famiglie, l’istituto afferma che la quota di occupati in quella condizione, che riguarda chi vive in famiglie con reddito netto sotto la soglia di povertà, è salita dal 9,9% del 2023 al 10,3%. l redditi di tutte le famiglie si sono ridotti a causa dell’inflazione.

Le cause sono molto chiare e conosciute. Solo chi non ha voluto vedere non ha visto. Purtroppo molte cose sono passate sotto silenzio. Bisognava, invece, interrogarsi su come cambiare questi processi e come affrontare la situazione economica che si è determinata.

Tutto è iniziato con i subprime, nel 2007, ed è proseguito con gli hedge funds, fondi speculativi strutturati in modo da rimanere esclusi dall’ambito applicativo della normativa sull’intermediazione finanziaria e che hanno agito sul mercato utilizzando valori assai elevati della leva finanziaria.

Ciò ha permesso a un hedge fund di procurarsi, per compiere operazioni puramente speculative, un indebitamento finanziario mille volte superiore al suo patrimonio netto. Sono loro i grandi accusati della crisi globale, capaci di sconvolgere i mercati con un’enorme potenza finanziaria, dotati come sono di patrimoni pari e superiori a quattro volte il PIL di grandi paesi europei.

Non si è mai agito per limitare la loro voracità, eppure le soluzioni ci sono. Ad esempio potrebbe essere una vera la Tobin tax, che scatterebbe ogni volta che un’azione, un’obbligazione o un altro strumento finanziario venisse comprato o venduto, così come su ciascuna operazione valutaria.

L’assenza di aver creato strumenti di contrasto ci ha fatto assistere anche all’attacco della speculazione all’Italia e all’intero sistema economico europeo.

In questo ennesimo articolo voglio non solo analizzare la situazione ma fare qualche analisi per proporre qualche alternativa.

Questo modello di capitalismo finanziario, contrario a ogni forma di solidarismo ha sferrato virulenti attacchi al modello socialdemocratico europeo, fondato sullo Stato sociale. Attacchi motivati dalla necessità di competitività, ma, in effetti, tendenti a rafforzare quel modello di capitalismo selvaggio e le politiche monetariste.

Da circa trenta anni una classe politica debole, vassalla dell’economia, invece di pensare a un rafforzamento dei sistemi e delle prestazioni sociali, in un momento di così grande difficoltà, si è conformata all’idea neoliberista dello Stato semplice fattore di spesa improduttiva per cancellare la sua funzione di equilibratore della coesione sociale con tagli costanti e significativi dei servizi pubblici, considerati soltanto sperpero di risorse.

Quindi l’impianto delle “nuove” proposte politico-economiche si è concentrato principalmente sui tagli alla spesa pubblica senza mai valutare le ricadute sui costi sociali, in particolare alle nuove esclusioni, emarginazioni e povertà.

La stessa Unione Europa attenta unicamente all’imperativo della stabilità ha depresso e deprime ogni politica di sviluppo producendo ulteriori diseguaglianze economico-sociali con le sue direttive tendenti a richiamare gli Stati aderenti al rispetto dei parametri economici dettati dalla Bce, Mentre ha imposto il deleterio fiscal combact che soprattutto in Italia è stato inserito addirittura in Costituzione.

La costruzione di un’Europa dei popoli e di un’Europa sociale del lavoro è vista sempre più lontana dai cittadini, tanto è vero che, ogni volta, che essi sono chiamati a votare per proseguire nel processo Europeo, i risultati sono sempre negativi e di rifiuto. È evidente quindi la necessità di nuovi modelli economici e sociali, per avviare uno sviluppo economico non più solo mercantile.

In Europa, bisogna riproporre come centrale il problema del sociale e ridare dignità a quei principi di solidarietà, unici correttivi alle spinte egoistiche, che vedono nella povertà ed emarginazione uno scomodo fardello da occultare più che una questione da risolvere.

Oggi l’Unione Europea vive un momento molto difficile e dopo le tante politiche sbagliate sul green, sulla guerra in Ucraina, sul riarmo e sulla necessità di pace non riesce ad avere un ruolo, tanto è vero che si pone il problema della sopravvivenza stessa della UE.

Così, dopo decenni di politiche economiche di stampo neoliberista, restano apertissimi alcuni problemi fondamentali della società europea quale la disoccupazione giovanile, che sta sciupando la risorsa umana, il nostro bene più prezioso, colpendo in maniera diseguale accentuando disparità territoriali, di genere e generazionali.

Per di più le diverse crisi: dalla finanziarizzazione alla crisi economica; dalla pandemia alla guerra stanno allargando in maniera allarmante l’area della nuova povertà, che colpisce oggi ceti sociali che sembravano essere al sicuro dalla crisi.

Inoltre nell’Unione esistono differenze sensibili riguardanti la sicurezza e la protezione sociale, la legislazione sociale, il fisco, le relazioni industriali e le politiche contrattuali.

Poiché un secolare principio recita che una politica economica senza rappresentatività democratica è intrinsecamente tirannica, l’Europa per imporre democraticamente decisioni economiche a tutti i suoi cittadini deve avere un governo europeo democraticamente eletto da tutti, altrimenti si rischia un pericoloso “default” democratico. È vero che esiste già il Parlamento europeo e che ha acquisito sempre nuovi poteri, ma è un organo di indirizzo e non di decisione, oltretutto favorevole a soddisfare le richieste delle varie lobbies..

Senza un chiaro richiamo a una politica nazionale ed europea che sia partecipata democraticamente, le costrizioni provenienti da Bruxelles rischiano di accentuare una diminuzione della sovranità nazionale che non corrisponde al suo trasferimento a un livello soprannazionale.

Senza un potere centrale forte e democraticamente legittimato le regole comuni non resistono ai negoziati tra governi nazionali formalmente pari fra loro e sostanzialmente in conflitto.

È ormai improrogabile la modifica dei Trattati con la previsione dell’istituzione di un governo politico europeo, con la Banca Europea, non più solo guardiana dell’inflazione, ma dotata della capacità di emettere moneta, per favorire così lo sviluppo, possibile solo se gli investimenti e le spese non vengano considerati quali fattori di debito, ma fattori di sicura crescita e progresso.

Va quindi individuato un nuovo modello di espansione economica, un forte progetto di rinnovamento che riaccenda le speranze sopite con una seria e corretta politica sociale, al centro della quale devono ritornare le persone con i loro bisogni e le loro aspettative, attraverso la distribuzione della ricchezza complessivamente prodotta, rispondendo così anche alle nuove povertà e alle fasce deboli della popolazione.

Il benessere, il livello di civiltà, la solidarietà e le pari opportunità devono essere garantite dallo Stato e soprattutto oggi, in un momento di grave crisi economica, i servizi pubblici devono garantire un accettabile livello di vita soprattutto per le persone più indigenti.

Bisogna che si faccia in Europa un piano molto dettagliato di investimenti pubblici e privati su infrastrutture, sulla rete, sulla produzione di beni e servizi e in Italia bisogna che ci siano un accordo triangolare fra governo, imprenditorie sindacati per aumentare i salari. Poi con il governo va fatto un progetto per aumentare le pensioni. Senza un potere di acquisto rinnovato non si consuma e se non si consuma non si crea ricchezza e non si distribuisce. Come? Ripristinando la politica dei redditi.

Da ultimo si è polemizzando recentemente sulla lettura del manifesto di Ventotene, segnatamente su quale modello di Europa prefigurasse, dimenticando di analizzare il contesto in cui nacque, ma al di fuori della sterile polemica, quegli uomini volevano una Europa unita che fosse in grado di ripristinare la libertà e la democrazia, dopo gli orrori del nazifascismo.

Se vogliamo dare un futuro all’Ue bisogna liberarsi dalla nefasta influenza che la governa per ripartire con scelte che reintegrino il senso della coesione, della solidarietà e della pace in un processo di sviluppo condiviso per il bene di tutti e non di pochi.

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  • Redazione

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