Home Opinioni E’ NECESSARIA UNA POLITICA CHE RIDUCA LE DISUGUAGLIANZE E CREI NUOVI EQUILIBRI

E’ NECESSARIA UNA POLITICA CHE RIDUCA LE DISUGUAGLIANZE E CREI NUOVI EQUILIBRI

0

di Antonio Foccillo

Tutti i giorni ormai si discute della guerra in Ucraina, della situazione drammatica della Palestina, dei dazi voluti da Trump, dell’incapacità dell’Europa di essere un autentico potere economico e politico.

La verità che in tutte queste vicende gli Stati più importanti per tecnologia, armamenti e influenze politiche sono governati da uomini forti, che sembra siano retti più da una sorta di bullismo sovranista, accompagnato da volontà egemoniche che ha abbandonato vere azioni rivolte ad affermare solidarietà e rispetto del diritto internazionale.

Certo! Qualcuno può rispondere che il diritto internazionale può essere incisivo e in grado di regolare i vari contenziosi con le sue norme solo se ci sono istituzioni che riescono a farle rispettare. È qui casca l’asino. Oggi tutte le istituzioni internazionali sono in crisi e non svolgono nessun ruolo di interposizione e mediazione, proprio quando ci sarebbe più bisogno: dall’ONU che è sparito dalla scena internazionale, essendo incapace di svolgere il suo ruolo al Tribunale internazionale che non riesce a far rispettare le sue stesse sentenze; dal WTO all’Alto Commissariato dell’ONU per i diritti umani.

Di fronte a tutto ciò nessuno ha una proposta strategica per uscire dal caos mondiale, costruendo nuove autorità politico e morali o rilanciare quelle che esistono, per realizzare regole, sedi per porre diaframmi e soluzioni ai diversi problemi che esistono nel mondo.

La stessa Unione Europa ha dimostrato in questi anni sempre più inconsistenza, tanto da doversi porre il problema se serve ancora l’attuale modello istituzionale. La vicenda dei dazi, come quella della Pandemia e della guerra hanno certificato che bisogna, non solo cambiare la leadership, ma se non si interviene per ripensare e modificare la struttura decisionale, l’UE è solo dannosa. Già la politica di austerity e l’imposizione delle scelte Green sono state scelte fortemente sbagliate che hanno reso solo qualche Stato aderente più forte e la gran parte dei cittadini europei più poveri. 

In tutti questi anni di crisi economica, di globalizzazione, di finanziarizzazione dell’economia, di pandemia e di guerre è emerso alla fine solo il disprezzo verso gli altri e il ridimensionamento della partecipazione democratica, che non ha permesso di individuare nuovi modelli economici, sociali e politici per rafforzare la democrazia.

Due questioni andrebbero riproposte in questo vuoto di analisi e alla luce degli avvenimenti ricordati: cioè, lo stato di crisi della democrazia, con la conseguente affermazione del bisogno di avere leader forti e autoritari, piuttosto che perdersi in tanti momenti di discussione e un’economia sempre più di emergenza e di guerra. Se non si cambia registro sarà sempre più difficile ritornare a un mondo solidale e in pace.

Il concetto di democrazia si è ampiamente modificato alla luce delle nuove parole d’ordine che i rappresentanti odierni della politica, sposando i dogmi della finanza, hanno avanzato e le nuove evoluzioni della proposta politica: in particolare dalla democrazia diretta al sovranismo. Tutto questo avrebbe bisogno di un elevatissimo confronto, invece tutto avviene fra apatia, disinteresse e dibattiti fra pochi intimi, oltretutto senza nessun costrutto.

Ognuno vuole affermare solo la sua idea e limitare gli spazi degli altri, per evitare che ci sia anche l’eventualità di un reale confronto e soprattutto di critica.

L’idea di democrazia, con il tempo, con le nuove generazioni, sembra quasi sfuggirci dalle mani, in uno scollamento sempre più sensibile tra rappresentati e rappresentanti.

Mi sento di dire, però, che quella che i più definiscono come la “pancia” delle persone, ossia quel sentire diffuso che si traduce nell’insofferenza e nella diffidenza verso tutto ciò che è politica, non è il prodotto di un secco disamore verso l’attività politica o di una disinteressata apatia civica. La inquadrerei piuttosto in una smarrita consapevolezza di poter incidere, anche in minima parte, nei processi decisionali, troppo lontani e autoritari.

In sostanza, si stenta a riconoscersi a pieno titolo in qualcosa di più grande di cui ci si possa sentire attivamente partecipi. E forse, proprio qui, arriviamo al punto: la partecipazione e, ancor meglio, la sua idea come modellata in questi ultimi decenni dal quadro politico nazionale e internazionale si è sempre più allontanata da quella prevista dalle Costituzioni e dall’esperienza del modello parlamentare.

Perché il concetto di democrazia corre di pari passo con quello di partecipazione. Cos’è la democrazia se non il frutto dell’incontro e del confronto dei diversi momenti e spazi di partecipazione offerti alle comunità? Un’offerta che però in questi anni è andata sempre più scemando.

Bisogna partire dal presupposto che una partecipazione consapevole è concepibile solo allorquando vi sono diversi strumenti e luoghi a cui poter accedere per potersi costruire un’idea su quello che ci circonda, attraverso l’informazione, l’ascolto e il dialogo. Senza questi luoghi, questi momenti, e mi riferisco dai più piccoli e particolari, dalle sedi locali fino alle istituzioni parlamentari, la pluralità insita della partecipazione viene meno e prendono vigore individualismi e verità inconfutabili.

Abbiamo assistito, invece, alla fine della sovranità degli Stati, alla criminalizzazione delle strutture istituzionali in cui avviene la partecipazione, al declassamento prima dei partiti e poi agli attacchi alle organizzazioni sindacali.

Potremmo fare tanti di esempi, tutti con un minimo comune denominatore: la lotta alla rappresentanza e alla partecipazione.

Mentre sull’economia, purtroppo, in questi anni ha vinto un neo liberismo che ha smantellato il welfare state, senza mai valutare le ricadute sui costi sociali e anche sui costi umani.

Allora oggi, per cambiare le cose, andrebbe ridisegnato un sistema in cui il mercato e gli operatori privati non siano lasciati senza regole, ma possano agire dentro una cornice in cui prevalga il bene comune, la responsabilità sociale, l’interesse collettivo.

A mio avviso, è necessario creare quella qualità sociale che rappresenta il tratto distintivo di un’economia che rimette al centro il lavoro e le persone, i loro diritti sociali inalienabili, le relazioni umane e la dimensione comunitaria della produzione e del consumo.

E veniamo al nostro Paese, dove da un lato la politica del governo è tutta rivolta a non tenere conto delle proposte altrui e dall’altro si assiste alla contestazione al governo da parte delle opposizioni, più a parole che sui contenuti, senza un’autocritica sugli sbagli fatti. 

Sul piano economico l’Italia da anni continua a pagare l’assenza di una politica economica orientata a promuovere e sostenere la crescita, congiuntamente a un vero smarrimento di una propria politica industriale.

I Governi hanno concentrato la loro attenzione esclusivamente al miglioramento dei conti pubblici, con scelte che hanno pesantemente penalizzato i lavoratori dipendenti, i giovani e i pensionati.

Il limite maggiore dell’azione economica dei Governi è stato proprio quello di non sostenere sviluppo e crescita. Ma di condividere essenzialmente le politiche dell’austerity, ridimensionando anche il perimetro dell’intervento statale.

La politica deve ridistribuire la ricchezza (perché questa è la vera condizione per crearne della nuova) e ridurre le diseguaglianze, ridare speranza a un Paese che altrimenti rischia di essere stritolato da una crisi sempre più evidente e che ulteriormente si accentuerà, per effetto dei dazi imposti da Trump, per le debolezze strutturali di un sistema economico e istituzionale da tempo in difficoltà.

Come se ne esce? Purtroppo, sarà un cammino lungo e difficile per arrivare a nuove regole e a un nuovo modello istituzionale, politico e sociale.

Di fronte alla caduta dei valori, all’affermazione dell’io, al nuovo egoismo politico, economico e sociale, all’affermazione del sovranismo e della demagogia della destra, è necessario un grande impegno anche culturale per rigenerare una politica democratica, nella quale antichi valori possano essere riaffermati per consegnarci una società più solidale ed equa, dove si salvaguardino la persona e i diritti di cittadinanza in tutti i suoi aspetti.

Forse è follia pensarlo di fronte ineluttabilità degli eventi che si sono affermati oggi? Ma se si assiste solo ai fatti senza un impegno, anche folle, per cambiare le cose si perde per sempre la speranza. Come sempre, le battaglie che non si fanno sono sconfitte!     

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui