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DRONI SULL’HIMALAYA

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di Marco Palombi

Ci sono luoghi nel mondo in cui il tempo sembra essersi cristallizzato in uno stato permanente di tensione, e il Kashmir è senza dubbio uno di questi. Ho conosciuto personalmente alcuni alti ufficiali, coinvolti nei combattimenti su sponde opposte. E le narrazioni erano le stesse, solo viste da parti diverse: tra le nevi dell’Himalaya e le linee invisibili di un confine conteso, tra freddo, colpi di mortaio sporadici e animali feroci che insidiano le pattuglie notturne più del nemico.

Nel maggio del 2025 si è riaccesa la fiamma di quel conflitto che non è mai stato sopito. I fatti sono noti: l’attacco a un gruppo di pellegrini indiani nella regione di Pahalgam ha provocato ventisei morti. L’India, ritenendo responsabili gruppi jihadisti con sede in Pakistan, ha reagito con una serie di raid aerei mirati – l’operazione è stata denominata “Sindoor” – colpendo nove siti nel territorio pakistano e nella regione amministrata da Islamabad.

Il Pakistan, a sua volta, ha denunciato la morte di trentuno civili e ha risposto militarmente, dichiarando l’abbattimento di cinque velivoli da guerra e di venticinque droni indiani. La cronaca, tuttavia, è solo superficie. La sostanza va cercata più in profondità, in ciò che questi scontri rivelano sullo stato dell’ordine internazionale e sulla nuova morfologia della guerra.

Non siamo di fronte a un semplice attrito bilaterale. Il conflitto indo-pakistano del 2025 è, in tutto e per tutto, un laboratorio strategico per la misurazione indiretta degli antagonisti globali.

L’India, formalmente alleata – ma non allineata – sia con la Russia sia con gli Stati Uniti, ha impiegato tecnologie d’importazione da entrambi i Paesi: dai jet Su-30MKI russi ai Rafale francesi, passando per droni HAROP e HERON di matrice israeliana, già testati nel teatro dell’Armenia.

Il Pakistan, invece, ha ricevuto supporto tecnologico e dotazione operativa da parte della Cina – soprattutto attraverso droni da ricognizione e attacco Wing Loong II – e dalla Turchia, con l’impiego di Bayraktar TB2, ormai entrati nella dotazione strategica delle guerre asimmetriche, insieme a sistemi antiaerei avanzati.

Lo scontro, pertanto, non misura più la sola volontà e capacità militare dei contendenti diretti, ma funge da proxy tecnologico per consentire che le potenze che li sostengono si misurino. Ogni drone abbattuto, ogni missile neutralizzato, ogni radar evaso rappresenta una voce nel bilancio comparativo delle capacità industriali e strategiche delle potenze sponsor.

I dati disponibili su Deagel (2024, consultazione 8 maggio 2025) ci offrono un quadro preciso delle capacità belliche dei due contendenti. L’India può contare su circa seicento velivoli da combattimento, tra cui oltre duecentocinquanta Su-30MKI, trentasei Rafale e numerosi Mirage 2000. Il suo arsenale missilistico include i BrahMos a doppia propulsione supersonica, i Prithvi-II e i missili balistici intercontinentali Agni-V, con una gittata teorica di oltre 5.000 km. L’impiego operativo di droni HAROP, Heron-TP e Rustom-II dimostra l’avanzamento della componente autonoma e da ricognizione della sua forza aerea.

Sul fronte pakistano, si contano almeno 450 velivoli da combattimento, tra cui una flotta in via di aggiornamento di F-16 americani e circa 150 JF-17 Thunder, frutto di una collaborazione sino-pakistana che rappresenta un assetto chiave per la dottrina d’interdizione dell’aeronautica pakistana. I sistemi missilistici Shaheen e Babur, entrambi capaci di trasportare testate nucleari, completano il quadro di una deterrenza tattica reciproca.

Questo cortocircuito strategico fa del conflitto indo-pakistano una cartina tornasole della guerra a bassa intensità tra blocchi antagonisti, in cui si sperimentano capacità, si collaudano software e hardware, si analizzano le contromisure in un ambiente operativo reale.

La posta in gioco non è più (solamente) il controllo della regione del Kashmir. Essa si è trasformata in un’arena di confronto tra Oriente e Occidente, tra modelli opposti di proiezione di potere e tra paradigmi diversi di guerra tecnologica. E come in ogni arena, gli spettatori non sono neutrali. Le reazioni silenziose delle cancellerie internazionali e il contegno ambiguo di Mosca e Pechino nel commentare le azioni dei loro alleati impliciti riflettono quanto ogni scontro, sebbene localizzato, abbia ripercussioni sistemiche.

La lezione da trarre, ammesso che qualcuno desideri apprenderla, è che nel mondo multipolare del XXI secolo nessuna guerra è più una guerra regionale. Ogni proiettile esploso nel Kashmir riverbera nel Mar Cinese Meridionale, nel Golfo Persico, nei Balcani e negli arsenali delle potenze. Ogni dramma umano prodotto da questo conflitto per procura è il tributo in sangue che le nazioni in via di sviluppo continuano a pagare nel gioco delle proiezioni di potenza delle grandi potenze.

Questo conflitto ci costringe a riconoscere l’inizio di una nuova forma di confronto strategico, una sorta di guerra fredda 2.0: non più ideologica, ma tecnologica, e non più congelata nei trattati di Yalta, ma dinamica, fluida, continuamente rimappata lungo le linee del silicio, dei droni, dei missili ipersonici. È in questa topologia mutevole della guerra che si decide la gerarchia del potere globale. E il teatro indo-pakistano non è che il palcoscenico più visibile – per ora.

Bibliografia

  • (2024). Pakistan – Military Equipment Overview.
    Deagel. (2024). India – Military Equipment Overview.
  • The Guardian. (2025). Explosions reported in Jammu city in India-administered Kashmir – live updates.
    South China Morning Post. (2025). India-Pakistan clash: ‘far from neutral’ Russia and China step in with arms.
  • Financial Times. (2025). Pakistani drone attacks ‘neutralised’, says India, as skirmishes escalate.
  • Sky News. (2025). How India and Pakistan’s militaries match up. New York Post. (2025). India confirms it attacked nine sites in Pakistan, Pakistani Kashmir, targeting terrorist infrastructure.

Autore

  • Redazione

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