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DIETRO LA COREOGRAFIA DIPLOMATICA DI SCENA A WASHINGTON

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La scena dei 7 accompagnatori europei di Zelensky alla Casa Bianca è stata francamente patetica. La loro sbandierata unità di intenti si è sbriciolata rapidamente davanti al realismo trumpiano. Ciascuno di questi leader ha detto cose diverse, oscillando dal cessate il fuoco come precondizione (Merz) a inviamo truppe in Ucraina (Macron e Starmer), da una pace giusta e duratura che garantisce l’integrità territoriale dell’Ucraina (von der Leyen) a territori in cambio della pace (Stubb), da una fantomatica garanzia di un articolo 5 ad hoc (Meloni) a congeliamo la situazione sul terreno senza parlare di territori (Rutte). Zelensky ha invece scelto di accettare tutte le richieste di Trump, dall’acquisto di 100 miliardi di armi (con i soldi europei) ad un eventuale incontro con Putin, purché gli Stati Uniti e l’Europa diano solide garanzie di sicurezza all’Ucraina.  Trump ha ottenuto quel che voleva, cioè, dimostrare l’inconsistenza politica, strategica e pratica degli europei. Lui si è limitato a dire cose di una tale vaghezza che non significano nulla: “gli ucraini li aiuteremo in qualche modo”, e in Europa “saremo coinvolti”. 

Gli europei non hanno ben capito il messaggio che li ha accolti alla Casa Bianca: “Gli europei sono la prima linea di difesa perché sono lì, ma anche noi li aiuteremo. Saremo coinvolti quando necessario”. Detto altrimenti, l’America è fuori da questa guerra che è una questione regionale da gestire a livello locale.

Che cosa vuole Trump? Nessun cessate il fuoco, nessuna tregua, ma la pace tra Stati Uniti e Russia nel quadro delle relazioni globali in divenire degli Stati Uniti con India e Cina. È in questo progetto strategico americano, una vera rivoluzione copernicana che ribalta gli ultimi trent’anni, che Trump ha inquadrato i convocati alleati europei e l’Ucraina. Una decisione ferma e irrevocabile che deve essere attuata con la massima rapidità (a inizio settembre ci saranno le celebrazioni a Pechino per l’ottantesimo anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale, e Trump potrebbe parteciparvi; e a novembre inizia la campagna per le elezioni di mid-term, che Trump vuole vincere). Questa decisione di Trump serve anche per ricompattare la base MAGA del suo elettorato, distratto sia dal coinvolgimento statunitense con Israele nelle guerre mediorientali sia dal mefitico affare Epstein (nel quale Trump si trova invischiato e vuole che lo si dimentichi).

Si spera che i fantastici leader europei si ravvedano dal fiume di sciocchezze che hanno ripetuto fino alla nausea in questi anni e che comprendano da dove parte l’errore. Innanzi tutto, è più che evidente a tutti che nessuno vuole morire per Kiev. Neppure gli inglesi che straparlano e inducono gli altri a seguirli.

E anche se volessero, i leader europei non avrebbero le truppe necessarie per fornire garanzie autentiche a Kiev. Johann Wadephul, il ministro degli Esteri tedesco, ha recentemente ammesso che la Germania probabilmente non avrebbe la capacità di inviare truppe in Ucraina. E mentre il Regno Unito potrebbe essere desideroso di esprimere il suo impegno politico nei confronti del paese, è dubbio che possa sostenerlo in modo significativo. Un articolo della RUSI dell’anno scorso indicava che la Gran Bretagna non ha abbastanza attrezzature per sostenere una vera e propria divisione corazzata di tre brigate. Anche il dispiegamento di una singola brigata avrebbe utilizzato il 70-80% delle capacità totali di ingegneria da combattimento dell’esercito britannico.

Garanzie europee è una partita finita prima di cominciare, nei fatti reali. E ciò nonostante Mosca abbia subito replicato che non accetterebbe alcun dispiegamento di soldati di paesi NATO in Ucraina.

A questo punto, il modo più semplice per far saltare un accordo, da entrambe le parti, sarebbe quello di rifiutare le concessioni sulla terraferma. La rivendicazione russa per l’intera regione del Donbass, comprese le parti che non occupano, è massimalista, da cui la Russia dovrebbe ritirarsi se i negoziati dovessero avere successo. Ci sono alcune attività commerciali nella regione di interesse per Mosca – miniere e società industriali con sede nelle parti occupate dai russi – ma ha un significato militare per l’Ucraina. In ogni caso, c’è una lunga storia di divisioni tra le regioni europee. La Carelia si divise in parti finlandesi e russe dopo la guerra d’inverno del 1939-40, e parti della vecchia Prussia sono ora in Lituania, Russia, Polonia e Germania. I negoziati, però, saranno difficili.

Il problema degli europei è che non hanno una strategia né nazionale né comune. Vivono di principi teorici, di diritti, di sensazioni ed emozioni. Insomma, non fanno politica.

La grande difficoltà che i leader europei dovranno affrontare è come trattare con i loro sostenitori impazziti per la guerra in patria. C’è stata una grande quantità di tifo e fanatismo per il cambio di regime nello spazio politico e mediatico europeo, con molti titoli recenti che insistono sul fatto che la Russia non deve essere ricompensata per la sua aggressione. Nessuno di questi autori, naturalmente, ha una strategia militare per la vittoria, perché il pensiero strategico non è quello che fanno gli europei istruiti. Usano il tempo passivo quando parlano o scrivono: qualcosa va fatto, intonano. Raramente, se non mai, dicono: “faremo questo e siamo pronti a fare sacrifici per farlo”.

Sappiamo che il resto del mondo non guarda alla Russia come fa l’Europa. E neppure gli Stati Uniti di Trump guardano alla Russia come fa l’Europa. Questa prospettiva eurocentrica non domina più il discorso globale, tranne, ovviamente, in Europa. È chiaro che stiamo vivendo in uno di quei momenti pericolosi della storia in cui il destino potrebbe capovolgersi in entrambe le direzioni. Eppure, nonostante tutta la sua arroganza, almeno Trump ha una strategia, mentre gli europei no.

Sciocchezze come il club dei volenterosi vanno nella direzione opposta alla pace. L’unica soluzione credibile (e realizzabile) è stata richiamata da papa Leone XIV durante il Giubileo dei giovani: una nuova Helsinki. L’unica opzione che può avere una certa credibilità è una dichiarazione, europea e americana, che chieda di ricostruire un’architettura di sicurezza collettiva europea a lungo termine. Tale processo dovrebbe essere promosso dall’UE in un dialogo trilaterale con gli Stati Uniti e la Russia. Un tale processo è l’unico credibile alla luce dei retaggi storici che determinano le esigenze dell’UE. Evidentemente, l’Ucraina, in quanto paese candidato all’accesso all’UE (e possibile futuro membro), sarebbe garantita nella sua sicurezza all’interno di un tale quadro. Purtroppo, con gli attuali vertici diplomatici e di difesa europei, l’estone Kallas e il lituano Kubilius, è una speranza vana.

Continuare con le inconcludenti litanie europea avrà come effetto il fallimento dei negoziati di pace promossi enfaticamente da Trump. A quel punto, Trump incolperà Zelensky e si disimpegnerà attivamente dal sostenere l’Ucraina (la coreografia dei sorrisi inganna!). L’Europa resterà da sola con il suo bubbone ucraino.

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