Il relativismo culturale è entrato nelle aule di giustizia
Questa è una storia da voltastomaco. Una bambina di dieci anni entra in ospedale con dolori addominali. I medici scoprono che è incinta. Provate solo a immaginare se fosse stata vostra figlia.
È successo in Italia, nel 2024, dentro un centro di accoglienza a Collio, provincia di Brescia.
L’uomo che l’ha messa incinta ha ventinove anni, viene dal Bangladesh, dorme nella stessa struttura. La bambina, di origini subsahariane, viene sottoposta ad aborto terapeutico. Ha dieci anni.
Fin qui, i fatti. Quelli che dovrebbero bastare a chiudere ogni discussione.
E invece no. Perché un giudice del Tribunale di Brescia, nelle venti pagine di motivazioni depositate, ha scritto che la gravidanza prova il rapporto sessuale, ma non la coercizione.
Che le telecamere della struttura “non captano scene d’aggressione”. Che il telefono dell’imputato non fornisce elementi. E che lo smartphone della bambina – dove secondo la madre c’erano le prove – non è stato possibile analizzarlo perché qualcuno l’ha riportato nel paese d’origine, prima che arrivasse nelle mani degli inquirenti.
Un elemento potenzialmente decisivo, evaporato nel nulla. Senza che nessuno, a quanto risulta, ne abbia risposto.
L’imputato ha dichiarato di essere convinto che la bambina fosse “più grande”, che la “relazione” fosse “sincera e ricambiata”, che immaginava un futuro matrimonio. Un matrimonio. Con una bambina di dieci anni.
Fermi tutti. Maometto aveva sposato Aisha quando aveva 6 anni e consumato il matrimonio quando lei ne aveva 9. Considerato che un musulmano osservante segue le indicazioni del suo profeta, potrebbe essere tutto moralmente in regola.
C’è solo un piccolo problema però, qui siamo in Italia e non a La Mecca, o a Medina. Vige la legge del nostro Paese e non il mandato coranico.
Eppure il giudice, anziché cestinare questa difesa, l’ha accolta almeno in parte. Ha scritto, nero su bianco, che nel paese d’origine della famiglia “la precoce sessualizzazione dei minori non era un evento anomalo, ma largamente diffusa”. E ha concluso: “Ciò rende la versione dell’imputato non inverosimile”.
Non è una interpretazione isolata.
Dopo i fatti di Rimini dell’agosto 2017 – dove un branco, composto da un congolese maggiorenne e tre minori di origine marocchina e nigeriana, ha aggredito e abusato di tre persone sulla spiaggia – un’avvocatessa del Comitato Pari Opportunità della Corte d’Appello di Salerno disse a un convegno che “non si può pretendere che un africano conosca certe regole”.
La Corte d’Appello e l’Ordine degli Avvocati presero immediatamente le distanze. La sua carriera ne uscì travolta.
Ma quella dichiarazione aveva almeno una sua coerenza brutale: se il soggetto non conosce le regole, diceva l’avvocato Di Genio, allora la risposta non è il carcere in Italia, ma l’espulsione immediata. Discutibile, ma logico.
Il giudice di Brescia ha preso la stessa premessa – il contesto culturale d’origine – poi ha fatto l’esatto contrario: non per espellere, ma per attenuare. Per derubricare il reato.
Quello che nel 2017 era indicibile e costava un prezzo altissimo, nel 2026 è scritto nelle motivazioni di una sentenza e produce sconti di pena. Il relativismo culturale è entrato nelle aule di giustizia dalla porta principale.
Un tribunale italiano, nel 2026, ha scritto in una sentenza che siccome da dove viene questa bimba abusare delle bambine è la norma, allora la versione dell’aguzzino diventa credibile. E da questa credibilità discende la riqualificazione del reato: non abuso aggravato, ma “atti sessuali con minorenne”.
Non la brutalità su una bambina, ma una specie di relazione impropria. Risultato: cinque anni di carcere. Con rito abbreviato, attenuanti generiche, pentimento dell’imputato che si è “privato di tutto ciò che aveva” per risarcire la vittima.
Una bambina di dieci anni. Risarcita.
Provate solo a immaginare che fosse accaduto a vostra figlia.
Provate ad immaginare vostra figlia di dieci anni, quella che la mattina vi chiede di farle la treccia, quella che la sera vuole ancora la luce accesa per dormire, abusata da un uomo di quasi trent’anni dentro una struttura dove lo Stato avrebbe dovuto proteggerla.
Provate poi a immaginare di sedervi in un’aula di tribunale e sentire che quell’uomo parlava di “relazione sincera”. Che il giudice ha scritto di “sessualizzazione precoce”. Che la pena è cinque anni. Che il vostro avvocato vi ha spiegato che, tecnicamente, non è un reato sessuale grave.
Non si regge. Non si può reggere.
E mentre Brescia deposita queste motivazioni, la cronaca consegna il secondo fotogramma dalla stessa pellicola dell’orrore.
A Oderzo, provincia di Treviso, un trentatreenne pakistano richiedente asilo, ex ospite della caserma Zanusso, sequestra un diciannovenne italiano in casa sua e abusa di lui.
Lo minaccia. Gli offre mille euro per il suo silenzio. Quel pakistano era già stato denunciato nel 2023 per aver aggredito sessualmente un altro ragazzo. Era libero. Liberissimo di colpire ancora.
Due centri di accoglienza. Due aguzzini. Lo stesso schema: strutture incontrollate dove la sicurezza è un’astrazione, dove chi dovrebbe essere ospite si trasforma in predatore e chi dovrebbe essere protetto diventa preda.
A Collio un ex albergo chiamato “Il Cacciatore”, nome beffardo, col senno di poi. A Oderzo un’ex caserma dove 250 persone vivevano stipate sotto un tendone in condizioni che la stessa ULSS aveva definito disastrose. Chi gestisce? Cooperative. Chi controlla? Nessuno. Chi paga? Le vittime.
La Procura di Brescia sta valutando l’impugnazione della sentenza. È il minimo sindacale. Ma il problema è a monte: un sistema di accoglienza che mette una bambina di dieci anni sotto lo stesso tetto del suo futuro carnefice, senza protezioni, senza controlli, senza che nessuno se ne assuma la responsabilità.
E una cultura giuridica che, quando l’orrore si compie, si rifugia dietro il “discrimine” tecnico tra coercizione e atti sessuali, come se esistesse un rapporto sessuale non violento tra un uomo di ventinove anni e una bambina di dieci.
Quella bambina oggi ha dodici anni. Porta dentro di sé un trauma che nessun risarcimento e nessuna sentenza potranno mai cancellare. Il suo aguzzino uscirà di carcere quando lei ne avrà diciassette.
E con sé porterà la certificazione giudiziaria che quello che ha fatto non era un crimine grave. Era una “relazione”. In un Paese dove la “sessualizzazione precoce” è un’attenuante e il “consenso” di una bambina di dieci anni è un concetto giuridicamente spendibile.
Questo non è diritto. È la sua negazione.





